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  • V.D. N.
    Ieri e oggi Il leggendario corpo dell avanzata del Têt questa volta non delegherà alle truppe locali L America si affida ancora ai marines ma non sarà un
    Message 1 of 5 , Jul 4, 2009
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      Afghanistan, 4mila Marines Nel Sud Del Paese: ...
       

      Ieri e oggi Il leggendario corpo dell' avanzata del Têt questa volta non delegherà alle truppe locali

      L' America si affida ancora ai marines ma non sarà un nuovo Vietnam


      WASHINGTON - Quarant' anni fa, nel 1968, dopo l' offensiva nemica del Têt, il capodanno lunare vietnamita, il leggendario corpo dei marines condusse alcune delle più importanti operazioni della guerra del Vietnam tra cui l' «Operation Dewey Canyon» per il blocco dei rifornimenti vietcong sul sentiero di Ho Chi Minh. E cinque anni fa in Iraq dopo giorni di feroci combattimenti quasi casa per casa, una nuova generazione di marines sgombrò Falluja dai terroristi di Al Qaeda e dagli insorti. Il Pentagono ha rilevato che per il più cruciale corpo delle forze armate Usa l' «Operazione Khanjar» in Afghanistan - «Colpo di spada» in farsi - è la massima operazione aerotrasportata da quelle del Vietnam, e sarà la battaglia più impegnativa da quella di Falluja. Un richiamo simbolico: se l' esito di una guerra è in bilico, l' America si rivolge ai suoi guerrieri, i marines. Nella valle di Helmand vuole vincere come vinse a Falluja, ma facendo tesoro dell' esperienza del Vietnam. L' «Operazione Khanjar» segnala un drastico cambiamento di strategia in Afghanistan. È dovuta al generale Stanley McChrystal, il nuovo comandante delle truppe alleate, già capo dei corpi speciali, studioso del conflitto vietnamita. Sinora, il Pentagono aveva condotto la guerra afghana in prevalenza con i droni, i caccia e bombardieri automatici. «Ma come in Vietnam, dove usammo anche le superfortezze volanti - dichiara l' ex comandante delle forze della Nato Wesley Clark - così in Afghanistan questa strategia è stata controproducente: le vittime civili dei bombardamenti ci hanno alienato parte della gente». La guerra vietnamita, aggiunge Clark, «non fu una guerra tradizionale, bensì una guerriglia, come quella afghana. La si può vincere solo sul terreno e va sorretta dalla ricostruzione del territorio». I marines sono i più adatti a questo compito. Nel ' 65 in Vietnam, con l' arrivo dei marines a Da Nang, la base aerea vicina alla zona smilitarizzata, l' America partecipò ufficialmente per la prima volta a una battaglia. Nel ' 68, i marines impedirono che il Têt diventasse una sconfitta militare - ma fu una grave sconfitta politica - liberarono Huè, l' ex capitale occupata dai nordvietnamiti e dai vietcong, e bloccarono l' avanzata nemica con operazioni quale la «Meade river», l' accerchiamento delle forze ostili con 5 mila uomini. Ma dal ' 65 al ' 71, quando il Pentagono incominciò a ritirarli dal Vietnam in vista del disimpegno nel ' 73, i marines furono anche un fattore di pace: per sei anni, nel programma Cap una loro pattuglia si stabilì in centinaia di villaggi, lavorando con la popolazione e con le milizie locali. Un modello che il generale McChrystal si propone di imitare. Alle missioni «search, destroy» (cerca e distruggi) contro Al Qaeda e i talebani, McChrystal intende affiancare la continua presenza dei marines nella valle di Helmand, con funzioni anche civili. L' errore che il generale si propone di evitare a tutti i costi è l' «afghanizzazione» del conflitto. In Vietnam, con la «vietnamizzazione» della guerra, la delega a gestirla ai sudvietnamiti, l' America decretò la sua sconfitta. Wesley Clark sottolinea che le truppe di Saigon non fecero fronte alle loro responsabilità. «E quelle afghane sono in peggiori condizioni», osserva. «In Iraq abbiamo dimostrato di avere imparato la lezione, non siamo venuti via troppo presto. La applicheremo anche in Afghanistan». Nella valle di Helmand, le forze inglesi, che la presidiavano, erano troppo poche. Ma il Pentagono si accerterà che i marines siano in numero sufficiente e rimangano per tutto il tempo che ci vorrà. I suoi generali non sono come Curtis LeMay, che minacciava di «bombardare il Vietnam del Nord fino a riportarlo all' età della pietra». Né Obama è come Johnson e Nixon, i presidenti di quel tempo. Ennio Caretto Caccia al nemico


      Caretto Ennio
      (3 luglio 2009) - Corriere della Sera

      TET Offensive

       

      DATALOGIC: INAUGURATO NUOVO STABILIMENTO IN VIETNAM

      Bologna, 2 lug. - (Adnkronos) - Il Gruppo Datalogic, leader nel mercato dei lettori di codici a barre, attraverso la propria controllata Datalogic Scanning, Inc. Usa, inaugura un nuovo stabilimento in Vietnam situato nell'High Tech Park di Saigon (Shtp). Localizzata in un'area high-tech e specializzato nella produzione, ricerca e sviluppo di tecnologie avanzate, la nuova realta' si pone l'obiettivo, spiega una nota di Datalogic, di assicurare progressi nella qualita' dei prodotti, migliorati livelli di servizio, una consistente riduzione dei costi e consentira' all'azienda di stabilire una stretta relazione con tutti gli stakeholders del territorio sviluppando prodotti realizzati specificatamente sulla base delle esigenze dei clienti di questo importante mercato dell'Asia e dell'Estremo Oriente.
       
      Nel nuovo stabilimento la produzione è attiva dal giugno 2009 e a luglio 2009 lo stabilimento impiegherà più di 60 addetti, manager, ingegneri e tecnici provenienti da università ed istituti tecnici del Vietnam, che produrranno la gamma di lettori di codici a barre Datalogic per le casse dei supermercati.
       
      Il prossimo 10 luglio 2009, Datalogic Scanning inaugurerà il nuovo insediamento con una cerimonia ufficiale presso la sede dell'azienda a Saigon dove rappresentanti istituzionali e dell'imprenditoria locali ed internazionali saranno accolti dal team manageriale del Gruppo Datalogic e dai responsabili di Datalogic Scanning, Inc.

       

      Nissan, pronta ad avviare produzione in Vietnam

      MILANO (Finanza.com 30  Giugno 2009) - Nissan Motor produrrà automobili in Vietnam a partire dal 2010. Lo ha comunicato il gruppo automobilistico giapponese in una nota precisando che “il Vietnam rappresenta un mercato strategico per Nissan, con enormi opportunità”. Questo nuovo modello verrà assemblato da Vietnam Motors Corporation e distribuito da Nvl, joint venture tra Nissan Motor e la danese Kjaer Group.

       
      Roberto Colaninno: "il Gruppo Piaggio completa, dopo essersi già stabilito in India e in Cina, il proprio piano strategico di investimenti in Asia"

      La Vespa debutta in Vietnam. Invaderà il mercato asiatico


      Dopo tanti cloni più o meno fedeli all'originale ora la Piaggio Vietnam Ltd., controllata vietnamita del Gruppo Piaggio, ha avviato ufficialmente la vendita sul mercato locale degli scooter Vespa LX prodotti nel proprio stabilimento situato nel distretto industriale di Binh Xuyen (provincia di Vinh Phuc).

      La Vespa indiana sarà disponibile nelle cilindrate 125 e 150cc, e non si tratta di un post-assemblaggio: questa LX nasce tutta nel nuovo stabilimento vietnamtia e tutto si fa qui, dalle attività di saldatura, alla verniciatura, dall'assemblaggio finale, al collaudo e al controllo qualità.

      Una super fabbrica insomma, da oltre 250 dipendenti e con una superficie di oltre 135.000 metri quadrati, realizzata in meno di due anni con un investimento complessivo da parte del Gruppo Piaggio - sino alla fase dell'avvio produttivo - di oltre 30 milioni di Dollari USA.

      "La capacità produttiva - spiegano alla Piaggio - dell'insediamento industriale potrà raggiungere a regime le 100.000 unità all'anno; tale capacità potrà essere in futuro raddoppiata, se necessario, utilizzando lo stesso sito produttivo di Vinh Phuc. Piaggio Vietnam Ltd. rappresenta il più importante investimento italiano in Vietnam, e riveste per il Gruppo Piaggio un importante ruolo strategico in ottica geografica".
      "Con l'inizio della commercializzazione degli scooter Vespa prodotti in Vietnam - ha spiegato Roberto Colaninno, Presidente e Amministratore Delegato del Gruppo Piaggio - completiamo il piano strategico di investimenti in Asia e intraprende un nuovo, importantissimo passo verso la globalizzazione della propria presenza industriale. Siamo particolarmente orgogliosi perché con questa iniziativa, che si è potuta sviluppare in tempi eccezionalmente rapidi grazie all'efficace collaborazione tra i Governi Italiano e Vietnamita e tra la Piaggio e le Autorità nazionali e locali, consentendo al nostro Gruppo di dare vita al più importante investimento italiano in Vietnam, un Paese straordinariamente giovane e in rapida espansione. E lo ha fatto attraverso un prodotto e un marchio come Vespa, già oggi molto apprezzato e diffuso sul mercato locale, che conferma di essere un vero e proprio oggetto del desiderio nelle più diverse realtà del mondo".
      (La Repubblica 25 giugno 2009)

      Provincia Firenze: delegazione vietnamita in visita a Palazzo Medici Riccardi

      Giovedì 25 giugno 2009

      "Credo che la Provincia di Firenze debba sfruttare il ponte che l’Associazione 'Amici del Vietnam' le offre e lavorare perché la cooperazione tra Vietnam e Toscana si intensifichi. Mi sento di accettare senza riserve l’invito che viene rivolto alla Provincia ad entrare in Water Right Foundation, in modo da collaborare concretamente alla potabilizzazione dell’acqua nelle zone rurali del Vietnam".

      Così il Presidente della Provincia di Firenze, Andrea Barducci, a seguito dell’incontro che si è svolto oggi in Palazzo Medici Riccardi col Presidente della Croce Rossa vietnamita, Tran Ngoc Tang, il Commissario della Croce Rossa Toscana, Francesco Capone, con i rappresentanti dell’Associazione Toscana - Vietnam, e con Oliviero Giorgi di Water Right Foundation.

      “Sono molto felice di iniziare il mio mandato incontrando delegazioni di paesi stranieri: il Vietnam è una realtà importane, un paese che sta crescendo a grande velocità. L’Onu ha indicato Firenze come punto di riferimento nel mondo per il diritto all’acqua, come Ginevra lo è per i diritti umani, e dunque la collaborazione che oggi ci viene chiesta è per la nostra Provincia una prima occasione di farsi avanti.”

      Il Manifesto - 03 lug
      di Paola Desai
      La battaglia del Mekong

      Una petizione con oltre 15mila firme non è piccola cosa, per gli attivisti della campagna «Salvare il Mekong». Perché almeno diecimila di quelle firme sono state raccolte nei sei paesi rivieraschi del fiume che nasce sull'altopiano del Tibet, in Cina, e poi scorre attraverso lo yunnan prima di tagliare da nord a sud la penisola indocinese: il Mekong costeggia o taglia Cina, Birmania, Laos, Thailandia, Cambogia e infine il Vietnam.
      La petizione fa appello proprio a questi governi ad rinunciare ai progetti per costruire nuovi impianti idroelettrici (quindi dighe) lungo il corso principale del fiume. Scritta in sette lingue e corredata da firme, la petizione è stata consegnata personalmente il 18 giugno al primo ministro della Thailandia, H.E Abhisit Vejjajiva, a Bangkok, e inviata ai capi degli altri governi della regione. E' rivolta poi in particolare ai governo di Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam: a loro chiede di lasciar scorrere liberamente il Mekong, e cercare altre opzioni meno devastanti per produrre energia elettrica.
      In effetti la campagna si concentra sui paesi del basso Mekong. Nella parte alta del fiume la Cina ha già costruito tre grandi dighe sul corso principale del fiume e ne ha 5 in progetto: mentre nei paesi a valle per ora si tratta degli affluenti, dove sono ormai in funzione decine di dighe con centrali idroelettriche. Queste grandi opere hanno costretto intere comunità locali a sfollare, sottratto loro terra coltivabile, e soprattutto distrutto il ciclo di vita del pesce: il Mekong e i suoi affluenti sono popolati da specie di pesci migranti, che risalgono la corrente in certe stagioni per riprodursi tra gli scogli e le rapide. Sulle piene dei fiumi è scandita la vita rurale dell'intera regione (e l'80% della popolazione dei quattro paesi è rurale), e il pesce rappresenta il 60% delle proteine animali consumate dagli abitanti dei quattro paesi, l'80% per la popolazione rurale, ed è la base dell'economia locale, per l'autoconsumo e per l'export. Si capisce quindi che le dighe abbiano suscitato polemiche e veri e propri movimenti di protesta, in particolare in Thailandia dove la società civile organizzata ha più spazio (il movimento contro la diga di Pak Mun, alla fine degli anni '90 ha fatto scuola). Non per caso, le firme raccolte in calce a quella petizione vengano da comunità di pescatori e agricoltori che vivono lungo le rive del mekong o dei suoi affluebnti, oltre che da studenti, monaci, intellettuali, gente di città. Anche perché ora non si tratta più solo degli affluenti: a metà del 2006 i governi di Cambogia, Laos e Thailandia hanno avviato i preliminari per ben 11 nuovi progetti idroelettrici, questa volta sul corso del Mekong stesso. Vi sono coinvolte aziende di Thailandia, Malaysia, Vietnam e Cina; le nuove dighe sorgeranno soprattutto nel Laos settentrionale, dove il Mekong scorre tra gole bellissime. O nel Laos meridionale presso le cascate di Khone, un paesaggio naturale suggestivo - e una delle più importanti vie migratorie del pesce. Tutto questo ha messo in allarme una coalizione di ambientalisti e attivisti sociali, della regione e internazionali, che ha lanciato la campagna «Save the Mekong»: dicono che la sopravvivenza del fiume, e della sua popolazione umana, è minacciata.

       
       
      Da Saigon a Cassinetta «In fuga dai vietcong»
       
      Fuori Cassinetta c’è una fila di villette a schiera davanti a un bel campo di granturco. Su un citofono un cognome orientale. Un uomo sulla sessantina esce ad accoglierci in ciabatte: fa il perito informatico, ha una figlia dentista, un figlio da poco laureato, un altro che lavora lontano. Si chiama Giuseppe Viet. «Trent'anni fa, quando sono arrivato a Milano, le ciabatte erano l’unica cosa che mi rimaneva». È stato un «boat people». Così si chiamavano i vietnamiti del sud che dal 1975, dopo l’invasione dei comunisti di Ho Chi Minh, presero il mare in fuga dal nuovo regime. «Eravamo i “capitalisti”, i ricchi borghesi che scappavano», sorride amaro Viet, battezzato Giuseppe. Cattolico, laureato, ex militare dell'esercito sud vietnamita. «Ho lasciato Saigon il 9 aprile 1979, insieme a mio figlio di 5 anni». S’imbarcarono di mattina, in riva al fiume Mekong. Sul mar Cinese, infestato dai pirati, erano novanta persone su una barca lunga 12 metri per 2. La signora Viet, con le bambine, li avrebbero raggiunti ad Abbiategrasso solo due anni dopo. E ad Abbiategrasso abita il suocero di Giuseppe: Vincenzo Hoang, 92 anni. Viet e suo figlio hanno vissuto un'Odissea piena di violenza, terminata con l'approdo sulle coste tailandesi. Furono fortunati. In tanti sono annegati nell'indifferenza dell'opinione pubblica «progressita», che dopo la fine della guerra in Vietnam scordò quel Paese convinta che avesse trionfato la causa giusta.
      Tra i pochi a non dimenticare, i sacerdoti del Pontificio Istituto Missioni Estere di via Monte Rosa a Milano. Circa cinquanta le famiglie della provincia di Milano che accolsero i boat people, collegate alle parrocchie o il movimento Cl. Giuseppe Viet e il suo bambino vissero dagli Albetti di Abbiategrasso: «Dovevano stare con noi tre mesi. Invece rimasero due anni», ricorda il capofamiglia. «Viet era un giovane molto determinato. Ha lavorato tutta la vita, e adesso si è fatto anche la villetta». 
      Oggi è il trentennale di una storica missione: nel 1979 tre navi della marina italiana, su iniziativa del governo Andreotti, partirono per soccorrere 1000 boat people nel Mar Cinese Meridionale. L'operazione prese corpo tra polemiche e ritardi, per le resistenze del Partito Comunista Italiano che dava appoggio esterno al governo. A una parte della sinistra di allora i rifugiati, in fuga dal sogno del socialismo reale, facevano venire l'orticaria. Giuseppe quel sogno l'ha assaggiato. E suo figlio? «Sta lavorando in un Club Med. Neanche lui ha mai dimenticato». Il più piccolo dei Viet, invece «ha appena finito uno stage. Sono un po' preoccupato, vorrei che trovasse lavoro». La premura ansiosa di veder realizzati i figli attraverso il merito, è una delle cicatrici che il passato ha lasciato a Viet. Lui sorride: «Al supermercato, ogni tanto, incontro un mio amico operaio. Mi parla di Ho Chi Minh e del Vietnam pieno di ammirazione. Ma tutto sommato, neanche a Cassinetta si vive tanto male».
       
      Il Giornale venerdì 03 luglio 2009
       
       

      Il Papa: le religioni non minano l'unità del Vietnam

      Nell'udienza ai presuli di questo Paese in visita “ad limina”
       

      CITTA' DEL VATICANO, domenica, 28 giugno 2009 (ZENIT.org).- Le diverse religioni non sono un pericolo per l'unità del Vietnam: è quanto ha detto Benedetto XVI nel ricevere sabato i Vescovi di questo paese al termine della loro visita quinquennale “ad limina Apostolorum”.
      Nel suo discorso in lingua francese, il Papa ha incoraggiato i Vescovi a infittire il dialogo con gli esponenti delle altre religioni e a rendere chiaro che “la Chiesa contribuisce allo sviluppo umano e spirituale delle persone, ma anche allo sviluppo del Paese”.
      Il Vietnam ha una popolazione di oltre 85 milioni di abitanti, che dal punto di vista religioso e spirituale si dividono in quattro grandi filosofie e religioni: il buddismo, il confucianesimo,il taoismo e il cristianesimo.
      Nel corso dei secoli, confucianesimo, taoismo e buddismo si sono fusi con le credenze popolari cinesi e l'antico animismo vietnamita, dando vita a quella che viene definita “Tam Giao” (triplice religione).
      Quanto ai cristiani, oltre ai cattolici che costituiscono il 7% della popolazione vi è anche una piccolissima comunità protestante, nata in parte dalla colonizzazione francese e in parte dalla presenza americana durante gli anni gli anni della Guerra del Vietnam.
      Nel rivolgersi ai presuli, il Papa ha quindi sottolineato la necessità di “una sana collaborazione tra la Chiesa e la comunità politica” e come la Chiesa inviti tutti i suoi membri “ad impegnarsi fedelmente per costruire una società giusta, solidale ed equa”.
      “Essa non intende sostituirsi al governo – ha detto Benedetto XVI –, ma ricerca unicamente - in spirito di dialogo e di cooperazione rispettosa - di prendere parte alla vita della nazione, a servizio di tutto il popolo”.
      “Inoltre – ha proseguito – , mi sembra importante sottolineare che le religioni non rappresentano un pericolo per l'unità della nazione, in quanto esse mirano ad aiutare il singolo a santificare sé stesso e, attraverso le loro istituzioni, desiderano porsi in modo generoso e disinteressato al servizio al prossimo”.
      Per questo, il Papa ha indicato ai Vescovi di porre “particolare attenzione ai fedeli laici”, specie ai giovani e alle famiglie: “è auspicabile che ogni famiglia cattolica insegni ai bambini a vivere in conformità con una retta coscienza, nella lealtà e nella verità, diventando una fonte di valori e virtù umane, una scuola di fede e di amore per Dio”.
      “Quanto a loro, i laici cattolici dovranno dimostrare, mediante la loro vita basata sulla carità, l'onestà, l'amore per il bene comune, che un buon cattolico è un buon cittadino”, ha quindi concluso.

      Precedentemente, nel suo indirizzo di saluto al Santo Pasdre, il Presidente della Conferenza Episcopale Vietnamita, monsignor Pierre Nguyên Van Nhon, aveva espresso l'auspicio che il Papa possa un giorno visitare le tre province ecclesiastiche in cui si articola il paese.

      In seguito, il Vescovo ha ricordato che la Chiesa in Vietnam celebrerà un anno giubilare speciale dal 24 novembre 2009, solennità dei martiri del Paese, fino al giorno dell'Epifania del 2011.
      A questo proposito, il presule ha sottolineato che “a commemorazione dei “nostri martiri ci invita a vivere più profondamente il dono della fede e a prolungare la loro testimonianza evangelica nel cuore del mondo, in seno a una società piena, allo stesso tempo, di promesse e di sfide”.
       
       



      See all the ways you can stay connected to friends and family
    • V.D. N.
      Il primo respiro Un film dedicato alle neomamme e a tutte quelle donne che desiderano diventare mamma! Tre anni di lavoro…quindici mesi di riprese…dieci
      Message 2 of 5 , Aug 17, 2009
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        Il primo respiro

        Un film dedicato alle neomamme e a tutte quelle donne che desiderano diventare mamma!

        Tre anni di lavoro…quindici mesi di riprese…dieci storie…ma solo nove mesi per tutti! Si tratta del film-documentario dal nome francese “Le premiere cri” (Il primo respiro, il titolo italiano) realizzato dal regista De Maistre che esplora, nei suoi vari aspetti, una storia universale che abbiamo vissuto tutti e che si ripete 364.501 volte al giorno: la storia della nascita.
        Partendo da un fatto realmente accaduto, l’eclissi solare visibile dal nostro pianeta, il film ha come protagoniste dieci donne che hanno dato la vita ai loro bambini, ognuna secondo le proprie tradizioni o scelte. Dieci nascite seguite in Francia, Vietnam, Stati Uniti, Brasile, India, Tanzania, Giappone, Niger, Siberia e Messico.
        Curioso, per esempio, il caso di una coppia messicana che ha deciso, con l’aiuto dell’ispirata ostetrica Adriana, di partorire il loro bimbo tra i delfini, straordinari mammiferi acquatici. O ancora il caso di una donna che ha deciso di partorire sulle rive del Gange con l’aiuto di una guaritrice.
        Ma le storie sono tutte molto appassionanti e vengono raccontate da una delle più importanti attrici italiane: Isabella Ferrari…le ambientazioni sono naturali, i personaggi reali e le situazioni estremamente precise. Non è un film sulla gravidanza o sulla maternità in generale: mostra semplicemente il gesto di dare alla luce, il momento fisico e reale del parto.
        Un film dedicato alle neomamme e a tutte quelle donne che desiderano diventare mamma!

        Redazione di Quimamme.it
        03 agosto 2009

         

        Cambogia: bambina di quattro anni trovata in un bordello

        La segnalazione è arrivata da un cliente. Venduta dalla madre, adesso è in un centro di recupero

        MILANO - Si abbassa sempre di più l'età delle baby-prostitute. La denuncia arriva dalla Cambogia, dove lo scorso mese in un bordello è stata trovata una piccola di soli 4 anni. A portare avanti la campagna a tutela delle più giovani è la cambogiana Somaly Mam, ex-prostituta e ideatrice dell'omonima fondazione che si batte contro l'industria della prostituzione, che ogni anno conta un giro d'affari di 12 miliardi di dollari.
         
        VENDUTA DALLA MADRE - La segnalazione della presenza della piccola di 4 anni nel bordello cambogiano è arrivata da un cliente. La bambina era stata venduta dalla madre, anche lei prostituta. Attualmente la piccola è stata presa in cura da uno dei sette centri di recupero gestiti dalla Somaly Mam Foundation presenti in Cambogia, Laos e Vietnam e che sono stati creati appositamente per proteggere e reintegrare le bambine salvate dalla prostituzione. «Dobbiamo soltanto stare con lei e dimostrarle che le vogliamo bene. I bambini possono tornare bambini di nuovo», ha spiegato Somaly Mam durante la presentazione di una campagna realizzata con la casa di cosmetici The Body Shop per diffondere la consapevolezza del traffico di esseri umani a scopi sessuali. Le Nazioni Unite stimano che ogni anno due milioni di donne e bambini vengano indotti alla prostituzione, tra i quali il 30% in Asia. Spesso le famiglie povere vendono le figlie per ripagare i debiti.


        Corriere della Sera 03 agosto 2009

         

         

        A/H1N1: storie di ordinaria pandemia


        E' vacanza anche per l'A/H1N1? Basta dare un'occhiata a Google Health Swine Flu per farsi un'idea della copertura mediatica che viene riservata alla nuova pandemia. Molte storie, molte notizie da tutto il mondo. Forse perché, e sono parole di Albert Camus, "per dire semplicemente quello che s'impara in mezzo ai flagelli: che ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare"? Forse perché queste occasioni sono lenti speciali attraverso cui osservare il nostro tempo. 
        Ci sono paesi dove quasi non se ne parla dell'influenza suina, come il nostro; altri, come la Gran Bretagna, in cui nelle settimane scorse, spesso è mancato il senso delle proporzioni. L'agenzia di stampa cinese Xinhua sta facendo una grosso lavoro raccontando cosa succede in ogni parte del mondo...tranne che in Cina. L'India sembra aver dimenticato tutti gli altri suoi problemi, riportando i dettagli di ogni singolo caso e dimenticando che nel traffico di Mumbai o Delhi muoiono ogni giorno più persone di quante finora a causa dell'influenza suina. 
        In ogni paese ci sono storie di ordinaria pandemia. A New York la famiglia della prima vittima americana sta facendo causa alla città per 40 milioni di dollari. Rabbini e mistici della Kabbala pregano su un aereo che sorvola il cielo di Israele perché l'influenza svanisca. In India, maestri yoga e santoni delle medicine alternative sono sicuri di poter prenire e curare la nuova influenza. In Vietnam, i pazienti in quarantena sono liberi di uscire dall'ospedale e andare al cafè o a comprare un film in DVD. 
        Gli esperti pubblicano molto sulle riviste specialistiche ma non si vedono o non si sentono quasi mai nei media ; spesso è sul web che si possono trovare analisi informate della situazione. Nei paesi latino-americani, non appena i casi iniziano a diminuire come in Argentina dopo il picco delle settimane scorse c'è voglia di dimenticare tutto e ci si getta sul calcio, gli scandali, il gossip, la cronaca nera. Più avanti ci sarà di certo tempo per parlare ancora di influenza suina.

         

        http://bourbaki.blog.lastampa.it/bodegones/2009/08/ah1n1-storie-di-ordinaria-pandemia.html

         

         

        Agente Orange
        L’Apocalisse non è finita

        500 mila bambini nati con handicap a causa dell'Agente Orange

        Le vittime vietnamite del defoliante chiedono risarcimenti 48 anni dopo
        IGOR MAN
        Orange, anzi: Agente Orange. Un nome solare, mutuato dalla scorza delle rinomate arance californiane. Ma anche di agenti segreti, insomma è un nome cinematografico che promette avventura, solare appunto. Ma sarebbe corretto chiamare questo «agente» col suo nome vero: Agente Morte. Sì perché quando il Pentagono decise di impiegarlo in Vietnam quelle boscaglie vennero irrorate furiosamente.

        E l’Agente Orange si rivelò il defoliante up to date. Incauti strateghi americani pronosticarono che il suo impiego in Vietnam avrebbe dato una svolta «decisiva» al conflitto. Non fu così perché la guerra è bizzarra (qualsiasi guerra) e i soldati vietnamiti, quelli del Nord comunista, demolendo ogni pronostico sbugiardarono gli strateghi di McNamara. Certamente l’impiego dell’Agente Orange risolse non poche situazioni a rischio ma soprattutto agevolò i GI nella loro rasatura della secolare boscaglia vietnamita: rasatura eseguita grazie all’arma più recente e più distruttiva: la diossina. Il diserbante aprì sistematicamente larghe radure nella fitta vegetazione del Vietnam del Sud ma questo non bastò. Anzi, paradossalmente, aumentò sì il numero dei caduti del Nord ma non diminuirono, diremo statisticamente, le perdite americane.

        Giorno 10 agosto, Saigon, già capitale del Vietnam del Sud (dopo la vittoria nordista ribattezzata Ho Chi Minh City), ha visto le sue strade, rifatte sul modello del Midi francese, traboccare di gente anziana. Anziana e storpia in maggioranza, a piedi o in carrozzella per invalidi. Un lungo, muto corteo triste per sollecitare aiuti concreti (dollari, sissignori) ai reduci d’una guerra sparigliata dal destino. È gente visibilmente piagata da una interminabile disgrazia, quella che si raduna a Saigon nell’anniversario del primo lancio di bombe tossiche (alla diossina). Sono passati quarantotto anni dal primo lancio di quella che Washington considerava «arma decisiva». Gli anziani reduci hanno sfilato compostamente in numero di diecimila, applauditi dalle «rondini bianche», le ragazze in «aodai», il vestito nazionale coi due spacchi alti sulle gambe. Fra i cartelli ne spiccava uno (in vietnamita) piuttosto allarmato che sinteticamente diceva: «Siamo stanchi d’esser presi in giro - quanto ci rimane da vivere?».

        Sette anni dopo la fine della guerra nel Vietnam comparvero in una televisione americana Harry Summers, storico, e un ufficiale nord vietnamita. Summers disse: «Sul campo non ci avete mai sconfitti», il vietnamita replicò: «Sarà anche vero ma è del tutto irrilevante». È una diagnosi perfetta della infausta guerra vietnamita. E tuttavia. Tuttavia il tempo è spesso galantuomo. Fonti autorevoli (americane) vogliono che il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama abbia chiesto «lo stato degli atti». Certo non sarà facile chiudere la «pratica Orange», ma va resa giustizia a chi fece il suo dovere di soldato, non importa quali siano le sue mostrine. Nel 1995 Stati Uniti e Vietnam hanno ripreso le relazioni, sarà così forse meno difficile «evadere la pratica». Costata finora 400 mila morti e deturpati, 500 mila bambini nati con malformazioni e milioni di casi di carcinoma, di Parkinson.

        Di più: sarà un’altra «pratica», verosimilmente a termine, quella che il giovine presidente americano vorrà evadere. Ha il nome fiabesco ma un incerto destino: Afghanistan. Il famoso generale David Petraeus nega ogni paragone col Vietnam: «L’Afghanistan è tutt’altra faccenda». Tuttavia corre il pericolo che gli Stati Uniti, replicando il Vietnam, vincano tutte le battaglie ma non la guerra.

         

        La Stampa

        12/8/2009

         

        Un po' di pietà Agente Orange

         

        imagesIGOR MAN
        Le temps s’écoule rapidement comme l’ombre d’un cheval blanc qui passe vite devant une fenêtre»: il tempo scorre rapidamente come l’ombra d’un cavallo bianco che passa veloce davanti a una finestra. La finestra della Storia spalancata sul mare infinito dei ricordi. Oggi il vecchio cronista vuole aggiungere qualche riga al suo articolo sul cosiddetto «Agente Orange», il defoliante alla diossina lanciato dagli americani (per la prima volta) in Vietnam, il 10 di agosto di quarantotto anni fa.
        Tiziano Terzani diceva che i giornalisti-inviati si dividono in due categorie: quelli che hanno «fatto» il Vietnam e tutti gli altri. Lo diceva non senza sofferenza, le sue parole non le dettava l’albagia bensì la pietas. Chi scrive ha «fatto» il Vietnam, dolorosamente, e dunque può esser d’accordo con Tiziano. Sia come sia, chi c’è stato, laggiù, durante quella guerra fosca e inutile, non riesce a liberarsi d’un bagaglio invero pesante. Anche se è andato armato soltanto di taccuino e biro, senz’armi addosso. Ho destinato alla mia rubrica del venerdì, il libro dei ricordi del vecchio cronista, giustappunto, non pochi flash vietnamiti – e vedo dai messaggi dei lettori che quella guerra lontana fa ancora notizia, come usa dire.
        La finestra della Storia, dicevo: nata per sgonfiare la pressione del comunismo cino-vietnamita-sovietico sul Vietnam del Sud fieramente cattolico ma debole, la guerra degenerò in un conflitto assolutamente coloniale pareggiato militarmente, perduto politicamente.
        «La vittoria sul campo è importante ma rischia di fare un buco nell’acqua se non riusciremo (noi americani) a conquistare il cuore e la mente del popolo vietnamita»: mi disse quel grande soldato-intellettuale che fu l’ammiraglio Maxwell Taylor, presago proconsole in Vietnam.
        Per combattere quel comunismo l’americano seminò lutti, distribuì frigoriferi nei millenari villaggi senza energia elettrica, arò campi e risaie, intossicò con l’Agente Orange antiche boscaglie.
        Guardando il filmato della drammatica sfilata dei reduci deformati dalla diossina, nel fatidico 10 di agosto, ho improvvisamente visto sullo schermo della memoria lo strazio di due bambine e di un maschietto scuoiati, letteralmente, dalla diossina. Accadde in un remoto villaggio della ricca provincia di Chuong Thien. Era con me, a guidarmi, il caro Sam P. Dieli, uomo di punta del Field services center. Allestì un immediato pronto soccorso, ma quei bambini non la sfangarono. Oggi altri innocenti sfregiati dall’Agente Orange, penosamente cresciuti, invalidi i più, sfilano per le strade coloniali di Saigon implorando (sommessamente) un po’ d’attenzione, il sospirato «sussidio di guerra». La loro discreta sfilata, applaudita da fanciulle in fiore, è corsa in tutta la vecchia capitale.
        Da un mondo incerto, avvinghiato alla campagna, scaturisce il Genio del villaggio. Egli è la Storia ma altresì il Tempio.
        Né i comunisti del Nord, atei puri e duri, né i credenti del Sud (cristiani, buddisti, taoisti) osano negare il Genio. Ho Chi Minh diceva pressappoco quello che ripeteva il vescovo cattolico di Saigon: «Non è il Genio una leggendaria divinità d’un mondo qualunque, bensì la base della Ragione e per conseguenza della Religione». Il Genio principesco è la Storia ma anche il Presente ed è il Futuro creato dalla fantasia del desiderio (desiderio di pace).
         
        La Stampa
        14/8/2009

         

        Vietnam. Il Vaticano rompe il silenzio

        Sono settimane che in Vietnam si susseguono le proteste pacifiche dei vescovi, del clero e delle masse cattoliche contro i soprusi del regime, come documentato da www.chiesa nel servizio: “Carota e bastone: il doppio regime delle autorità vietnamite“.
        E per settimane “L’Osservatore Romano” – pur così ricco di notizie internazionali – non ne ha fatto parola.
        Ma il 12 agosto il giornale della Santa Sede ha rotto il silenzio. Ha pubblicato un articolo sull’argomento. O meglio, più che un articolo, una nota di protesta, molto dura con le autorità comuniste.
        L’impressione che si ricava dalla sua lettura è che i diplomatici della Segreteria di stato vaticana, fin lì attenti a non ostacolare le trattative in corso per stabilire le relazioni diplomatiche e preparare un viaggio di Benedetto XVI in quel paese, si siano stufati del doppio gioco della controparte e abbiano deciso di picchiare un pugno sul tavolo.
        Un pugno che fa male. “L’Osservatore Romano” accusa apertamente il governo vietnamita di fomentare la campagna d’odio contro i cristiani, attraverso i giornali da esso controllati.
        E inoltre scrive che “il rispetto per l’opera della Chiesa cattolica in Vietnam si è andato progressivamente deteriorando principalmente a causa della corruzione diffusa soprattutto tra la classe dirigente”.
        Ecco qui di seguito l’articolo integrale, Intitolato: “Protestano in Vietnam i cattolici colpiti da vessazioni. La polizia effettua frequenti arresti di sacerdoti e laici impegnati nel volontariato”.
        *
        Hanoi. Proseguono nella diocesi di Vinh le pacifiche proteste dei cattolici che chiedono alle autorità il rispetto della libertà religiosa, la restituzione delle proprietà confiscate alla diocesi, la fine della campagna d’odio contro i cristiani attraverso i giornali controllati dal governo.
        Queste manifestazioni sono iniziate a causa dell’arresto di tre fratelli laici lo scorso 20 luglio per aver innalzato una tenda come luogo di preghiera davanti alle rovine della storica chiesa di Tam Toa.
        Le proteste dei cattolici della diocesi di Vinh si svolgono in modo del tutto pacifico per mezzo di marce e veglie di preghiera. In segno di solidarietà, la sera dell’otto agosto, oltre tremila fedeli cattolici si sono radunati nella parrocchia di Thai Ha ad Hanoi mentre il giorno seguente oltre duemila persone hanno manifestato nella chiesa redentorista di Ho Chi Minh City.
        Gli organi d’informazione, sotto il controllo del governo, accusano i cattolici di arrecare disturbo all’ordine pubblico e di usare espressioni che suonano come offesa alla patria. Sono anche frequenti le aggressioni che i cattolici subiscono da parte di bande di teppisti. Perfino ai venditori ambulanti di cibo è stato ordinato di non vendere i loro prodotti ai cattolici che partecipano alle proteste.
        Le manifestazioni dei cattolici nella diocesi di Vinh sono iniziate mesi addietro a causa dell’ordine delle autorità locale di demolire l’antica chiesa di Tam Toa. Alcuni volontari laici, a demolizione ormai avvenuta, hanno deciso quindi di erigere sul terreno della parrocchia una tenda come sede temporanea dove celebrare i servizi liturgici. L’intervento della polizia, avvenuto senza giustificato motivo, ha prodotto un gran numero di feriti. Decine di fedeli sono stati tratti in arresto.
        Nei giorni scorsi, padre Paul Nguyen è stato picchiato per essere intervenuto contro un gruppo di teppisti che stavano percuotendo alcune donne cattoliche sotto lo sguardo indifferente della polizia. Anche un altro sacerdote, padre Peter Nguyen The Binh, ha subìto serie ferite quando alcune persone lo hanno preso e gettato dalla finestra dell’ospedale dove si era recato per portare il conforto religioso al confratello picchiato nei giorni precedenti.
        Il rispetto per l’opera della Chiesa cattolica in Vietnam si è andato progressivamente deteriorando principalmente a causa della corruzione diffusa soprattutto tra la classe dirigente. Spesso i leader politici locali usano i propri poteri per procurarsi vantaggi personali a scapito del benessere degli altri cittadini.
        Intanto, il cardinale Jean-Baptiste Pham Minh Mân, arcivescovo di Thành-Phô Hô Chí Minh, ha inviato una messaggio ai fedeli della sua arcidiocesi affermando che è suo dovere pastorale informare e rendere coscienti i credenti sui rischi di danni ambientali che può provocare lo sfruttamento minerario della bauxite. La lettera del porporato è stata pubblicata pochi giorni dopo la decisione del Congresso vietnamita di dare il via allo sfruttamento dei giacimenti di bauxite negli altipiani centrali, nonostante le diffuse proteste da parte di molti cittadini che vedono minacciato l’equilibrio ambientale.
        Sebbene le critiche al progetto per lo sfruttamento dei giacimenti siano state avanzate anche da parte di scienziati, intellettuali e perfino di alcuni esponenti della compagine governativa, i mezzi d’informazione controllati  dal  governo  sembrano aver scelto di avviare una campagna solo contro i sacerdoti cattolici. Pesanti critiche sono state lanciate contro due padri redentoristi, padre Peter Nguyen van Khai e il suo confratello padre Joseph Le Quang Uy, perché hanno iniziato una raccolta delle firme dei cittadini che sono contrari ai piani per lo sfruttamento minerario che potrebbe causare gravi squilibri ambientali.

        L'Espresso Blog 12 agosto, 2009

         

        Venezia. Il governo dice "niet", Darsiè
        il comunista non sarà console del Vietnam

        Veto della Farnesina alla nomina del sindacalista. Lui replica:
        «Non importa, farò comunque l'ambasciatore per il Nordest»

         

        di di Alda Vanzan
        VENEZIA (13 agosto) - Sgradito al governo. Per la precisione: non gradito. Ma il compagno Renato Darsiè non si scompone: «È chiaro che è una discriminazione politica, in ogni caso il mio lavoro lo faccio lo stesso». Darsiè, veneziano, e soprattutto comunista, a quest’ora avrebbe dovuto essere il console onorario della Repubblica socialista del Vietnam a Venezia, con competenza su tutto il Veneto e il Friuli Venezia Giulia. Solo che la Farnesina, al governo del Vietnam, ha detto no: «Su di me - dice Renato Darsiè - non c’è il gradimento del ministero degli Esteri italiano».
        Risultato: niente titolo, niente carica onorifica, niente passaporto diplomatico.

        L’ambasciatore del Vietnam a Roma, Dang Khanh Thoai, però non si è arreso e ha dato comunque al compagno Darsiè l’incarico di "mantenere rapporti e contatti con gli Enti e le Società Italiani al fine di promuovere e sviluppare le relazioni tra il Vietnam e l’Italia".

        Storia singolare. Senza mai aver fatto il console, Darsiè, già consigliere comunale a Venezia e impegnato politicamente, «sempre a sinistra», sin dai tempi in cui era un giovanotto, comincia nel 1992 a lavorare per il Vietnam. Nel senso che ha una delega dell’ambasciata per sviluppare i rapporti tra i due paesi. Lo stesso Darsiè ricorda che in soli dieci anni lo scambio commerciale, industriale ed economico si è moltiplicato di tre volte e mezzo: «Importiamo prodotti agroalimentari e del mare, prodotti tessili e dell'artigianato, esportiamo macchinari, mezzi di trasporto e strumenti di precisione. I rapporti politici, culturali, turistici e di amicizia tra i due popoli non sono mai stati così proficui».

        Dice che in Veneto note aziende commerciali hanno da tempo collaborazioni con società vietnamite. Aggiunge che il Vietnam è accreditato alla Biennale d'Arte di Venezia. E che il mese scorso una delegazione veneta si è recata in Vietnam perché intende, assieme all'Unesco, bonificare la Laguna di Huè. Non solo: l’associazione Italia Vietnam - fino a poco tempo fa presieduta dallo stesso Darsiè - e il sindacato Filcams Cgil sono appena rientrati dalla provincia di Thai Binch dove hanno costruito una scuola professionale per disabili. Insomma, un console onorario a Venezia ci stava, tanto più che i vietnamiti residenti in Veneto sono 1500 e quelli in Friuli circa 300.

        È così che la Repubblica socialista del Vietnam avvia la procedura: nel 2007 l'ex ambasciatore Nguyen Van Nam chiede al ministero degli Esteri italiano la richiesta di gradimento per due consolati onorari, uno a Torino a nome della professoressa Sandra Scagliotti per le regioni del Piemonte e della Liguria, e uno a Venezia a nome di Renato Darsiè per Veneto e Friuli. A fine 2008 dal ministero arriva finalmente la risposta: i due nomi proposti non sono graditi. Solo successivamente la Farnesina rettifica: via libera alla professoressa Scagliotti. E Darsiè? Niente, lui resta "sgradito". Il motivo? «Ufficialmente non è mai stato esplicitato - dice Darsiè - E pensare che tanti politici veneziani, di destra e sinistra, hanno cercato di farmi avere il via libera».
        L’ambasciatore Dang Khanh Thoai, però, non si è arreso: Darsiè potrà anche non essere gradito al governo italiano, ma la Repubblica socialista ritiene che abbia dato un «inestimabile contributo allo sviluppo delle relazioni in campo politico, economico, culturale e sociale tra il Vietnam e l’Italia». Di qui l’incarico, comunicato in questi giorni, perché Darsiè si attivi per mantenere rapporti con enti e società.

        Ma il mancato gradimento, Darsiè come lo spiega? «Chiaro, è una discriminazione politica». Perché è un "compagno"? «Può darsi. Sono sempre stato impegnato politicamente, ma non sono un delinquente». Mai stato in galera? «Una volta: ci hanno arrestati, me e altri, nel 1983 quando siamo scesi in piazza a protestare in occasione del rientro dei militari dal Libano. Ma poi si sono scusati. Che sia per quello che non sono gradito?».

        Il Gazzettino 13/08/2009

         



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      • V.D. N.
        Generali: Apre In Vietnam, Licenza Operativa Attesa Nel 2010 (ASCA) - Roma, 26 ago - Generali ha ottenuto la licenza dal ministero delle Finanze del Vietnam
        Message 3 of 5 , Aug 29, 2009
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          Generali: Apre In Vietnam, Licenza Operativa Attesa Nel 2010
           
          (ASCA) - Roma, 26 ago - Generali ha ottenuto la licenza dal ministero delle Finanze del Vietnam per l'apertura di un Ufficio di rappresentanza nella capitale Hanoi, propedeutica al rilascio della licenza operativa, attesa nel corso del 2010, a favore di un apposito veicolo societario. Lo comunica una nota della societa' assicurativa. Con il Vietnam diventeranno a breve otto i mercati di operativita' del Gruppo Generali in Asia dopo Cina, Hong Kong, India, Filippine, Indonesia, Tailandia e Giappone. Hanoi intende portare entro il 2012 la spesa assicurativa pro-capite a 43 dollari dagli attuali 15 dollari e la penetrazione dei premi assicurativi sul PIL al 4,2% dall'attuale 1,4% sulla base della forte espansione dei consumi, del processo di urbanizzazione in atto e di una struttura demografica che vede 67,9% della popolazione in eta' compresa tra i 15 ed i 64 anni. ''Guardiamo quindi con estremo favore allo sforzo assunto dal Governo di Hanoi che, dopo l'entrata nel WTO, sta riformando la legge assicurativa con il chiaro intento di incrementare gli indici di diffusione assicurativa prevalenti nel paese. Ritengo che tutte queste siano condizioni favorevoli affinche' il Vietnam diventi uno dei mercati strategici per lo sviluppo di Generali in Asia. L'esperienza maturata nello sviluppo della nostra attivita' in Cina e nel Sudest asiatico sara' un validissimo patrimonio di competenze per il futuro lancio della nostra attivita' in Vietnam'', ha dichiarato Sergio Balbinot, Ad del Gruppo Generali, in occasione della cerimonia ad Hanoi di consegna della licenza per l'apertura dell' Ufficio di rappresentanza.
           
           

          In Vietnam debutterà presto il primo MVNO

          Scritto da Mvno News Staff on ago 22, 2009 in Mvno News, Mvno News dall'Estero

          Anche in Vietnam sbarcherà presto il primo operatore mobile virtuale. Il ministero delle comunicazioni vietnamita ha  emesso la sua prima licenza MVNO. Il nuovo player si chiamerà Indochina Telecom, e potrà operare in Vietnam avvalendosi della rete 3G dell’operatore Viettel (e del roaming GSM degli operatori locali dove Viettel non ha copertura). Indochina Telecom diventerà così l’ottavo fornitore di servizi di telefonia mobile in Vietnam, oltre a VinaPhone, MobiFone, Viettel, S-Fone, EVN Telecom, Vietnamobile e  Beeline. Il lancio di questo nuovo operatore virtuale è previsto per il primo trimestre del 2010. Discutne nel nostro forum.. cliccando qui.

           
           

          Guti e Van Nistelrooy, offerte dal Vietnam

          L'T&T Hanoi ho sondato il terreno con il Real Madrid. Il presidente del club sarebbe interessato anche a Deco
           
          Guti e Van Nistelrooy, offerte dal Vietnam© AP/LaPresse
           
          MADRID, 18 agosto - Dopo gli sceicchi arabi, arrivano i vietnamiti. L’T&T Hanoi sarebbe infatti interessato a Guti e a Ruud Van Nistelrooy. Lo riferisce il quotidiano locale “Bridge”, secondo cui il presidente del club, Do Quang Hien, ha il progetto di rilanciare il campionato del suo paese, facendolo conoscere anche all’estero. C’è, fra l’altro, un precedente, seppure di brevissima durata: il brasiliano Denilson, infatti, fu chiamato dall’Hai Phong Cement alcuni anni fa. L’ex Betis arrivò, giocò una sola partita, segnò un gol e poi se ne andò.
          Ovviamente, è molto difficile che Guti e Van Nistelrooy lascino Madrid per Hanoi, anche se quest’anno, con gli arrivi di Kakà, Cristiano Ronaldo e Karim Benzema, i minuti a loro disposizione saranno probabilmente pochi. Ancora più difficile è che Deco, altro obiettivo del signor Do Quang Hien, lasci il Chelsea per trasferirsi in Indocina, tanto più se si considera che sulle sue tracce c’è sempre l’Inter
           
          Lunedì, 17 Agosto 2009 - 18:56

          Casatesi fortissimi ai campionati mondiali di “Vovinam” in Vietnam

          v167.jpg
          Il gruppo dei ragazzi brianzoli, da sinistra a destra Riva Lisa, Galbusera, Pollastro Filippo,
          Pollastro Giuseppe, Di Nardi e dietro Riva Stefano,Ximenes e Viscio

          In questi ultimi giorni sono rientrati in Italia gli atleti del team nazionale che dal 28 al 31 luglio ha disputato i mondiali di Vovinam Vietvodao ad Ho Chi Minh City, Vietnam. Reduci da un memorabile terzo posto nel medagliere del campionato mondiale del 2007, i nostri azzurri del Vovinam hanno fatto faville anche quest’anno ,riconfermando il bronzo nazionale dietro Vietnam e Francia. il Maestro Michele Garofalo, direttore tecnico nazionale, il quale insieme agli altri maestri italiani( Zilio,Cera,Champier e Pollastro G.) ha selezionato gli atleti migliori per le competizioni sia tecniche che di combattimento, ha dichiarato di essere molto soddisfatto dei risultati ottenuti, soprattutto nella tecnica; mentre nel combattimento il team deve ancora crescere e migliorare per equiparare nazioni come il Vietnam, la Francia , la Romania , la Russia o l’ Iran. Un’ oro , Sette argenti e otto bronzi , sedici medaglie in tutto: questo il bottino dell’equipe italiana composta da atleti provenienti da tutta la penisola( Veneto, Trentino,Lombardia, Marche,Toscana). Di queste sedici medaglie ben nove sono state conquistate dalla rappresentanza degli atleti brianzoli ,che hanno fatto davvero la differenza, conquistando da soli l’ inaspettato oro, cinque argenti e tre bronzi. Il maestro Pollastro Giuseppe di Molteno, il professore Pollastro Filippo di Besana brianza, Riva Lisa e Riva Stefano di Renate, Di Nardi Iris di Casatenovo , Galbusera Laura di Carate brianza , Viscio Davide di Lissone ed il diciasettenne Ximenes Marco di Giussano si sono allenati strenuamente, quasi tutti i giorni, fino alla settimana prima di partire ed i loro sforzi sono stati ricompensati lautamente. Nella categoria di song luyen kiem maschile( combattimento codificato di spade) i fratelli Pollastro hanno agguantato il primo posto, spodestando i vietnamiti ,i quali ormai da anni detenevano il titolo; nella medesima categoria ,ma al femminile, la coppia Di Nardi-Galbusera ha guadagnato invece, la medaglia d’argento. Secondo posto anche per la coppia Riva Stefano e Ximenes Marco nella categoria song luyen dao( combattimento codificato con coltello) .
          v580.jpg
          Il podio dei Pollastro
          Altri due argenti sono arrivati nei quyen ( tecniche singole) grazie alle prestazioni di Riva Lisa e Di Nardi Iris che, rispettivamente nella forma di sciabola e di doppi coltelli, hanno mancato l’oro per pochi centesimi di punteggio. Galbusera Laura,oltre ad eccellere nella tecnica è stata l’unica azzurra a raggiungere il podio anche nel combattimento, nella categoria 60- 65 kg ha conquistato un ottimo secondo posto. Sempre i nostri giovani brianzoli hanno agguantato anche tre bronzi, uno nel quyen di bastone lungo eseguito dal neo maestro Pollastro Giuseppe, uno nelle Don chan tan cong( forbici volanti) eseguite da Pollastro Filippo, Riva Stefano,Viscio Davide e Ximenes Marco ed uno nella difesa femminile, eseguita dai fratelli Riva di Renate. Grandi festeggiamenti, dunque, tra i club brianzoli di Vovinam vietvodao; prossima tappa per i nostri atleti l’europeo di Tenerife che si terrà nel novembre del 2010.
           

          La squadra nazionale al completo con i maestri Garofalo,direttore tecnico
          Nazionale e Zilio, direttore tecnico regione Veneto ,vestiti in borghese 
           

          Il sequestro delle vongole tossiche:
          scatta lo stato d'allerta comunitario


          E' scattato l'allerta comunitario, dopo il sequestro dei Nas in Sardegna e Toscana di una partita di vongole provenienti dal Vietnam e sulle quali è stata riscontrata un carica microbica molto alta

          La ditta importatrice dei molluschi prodotti dalla Eastern Sea Co Ltd, la PanaPesca di Montecatini, ha già richiamato tutto il prodotto venduto. Il sequestro delle vongole in Sardegna è avvenuto durante un normale controllo effettuato dai carabinieri del Nas nella sede della ditta Susa di Cagliari, dove i militari hanno sequestro 240 chilogrammi di vongole. Altri 120 chili sono stati sequestrati a Montecatini. Gli altri molluschi che erano stati già distribuiti nei centri di vendita al dettaglio sono stati immediatamente richiamati dalla PanaPesca. La segnalazione è stata inviata agli organismi comunitari che si occupano di sicurezza alimentare. Sulla vicenda è stata aperta un'inchiesta della Procura della Repubblica di Cagliari sulla quale viene mantenuto uno stretto riserbo.



           
           
          Il tenente Calley fu condannato per la strage di My Lai di 41 anni fa
          L'ex ufficiale, unico criminale di guerra Usa, dice di essere oppresso dal rimorso

          Le scuse del boia del Vietnam
          "Fu un massacro, perdonatemi"

          di VITTORIO ZUCCONI


           
          Le scuse del boia del Vietnam "Fu un massacro, perdonatemi" William Calley
          Il tenentino che perse la guerra in Vietnam ha aspettato quarantun anni per chiedere scusa, forse un po' troppo tempo, ma finalmente anche per lui il sollievo della confessione è arrivato. Compiuti i 66 anni, l'età dei bilanci e dei fantasmi, William Calley, il tenente di fanteria che guidò la Compagnia "C" al massacro di un intero villaggio vietnamita per aumentare il "body count", il bottino dei morti come pretendevano i generali, ha chiesto scusa. Ha confessato di non poter più vivere con il ricordo dell'orrore, di quelle donne violentate e mitragliate, di quei bambini trapassati alla baionetta, dei vecchi consumati dai lanciafiamme abbracciati ai piccoli che cercavano di proteggere e di sperare, nel pubblico pentimento, qualche sollievo dagli spettri che lo assediano, dal 16 marzo del 1968.

          Nessuno, non i generali a quattro stelle, non i presidenti e neppure gli strateghi nemici come il generale Giap, fece quello che il tenente William Laws Calley fece a 25 anni per mobilitare il disgusto nazionale per quella che, dopo di lui, sarebbe per sempre diventata "una sporca guerra". Fu colui che scosse l'America dalla certezza della propria eccezionalità e della propria innocenza e la mise di fronte alla realtà atroce di quella presunta missione civilizzatrice.

          Calley ebbe la sfortuna di avere un commilitone che sentì prima di lui il bisogno di parlare, di cercare un giornalista coraggioso, Seymour Hersh, disposto a fare quello che né i comandi, né il Parlamento americano, avevano osato fare: raccontare quello che era accaduto nel villaggio di My Lai, un nome che suona beffardamente in inglese come "la mia menzogna", in quel marzo del 1968.

          Quando Calley, ufficialetto di complemento prodotto in fretta e furia dopo appena 16 settimane di corso, fu inviato a My Lai, erano passate poche settimane dall'offensiva del capodanno buddista, il Tet. La macchina militare americana, all'apice dei 500 mila soldati, aveva sofferto non una sconfitta, ma un'umiliazione, e il mito della invincibilità, della "luce alla fine del tunnel" si era frantumato in patria, proprio mentre esplodeva il '68. Calley, e i suoi soldati, non cercavano vittorie, cercavano vendetta per i compagni uccisi, sfogo per la loro esasperazione, e corpi da contare, per concludere la missione e tornare in fretta al mondo, a casa. Si chiamavano operazioni "cerca e distruggi", e la Compagnia C dell'Undicesima Brigata di fanteria leggera sbarcò dai proprio elicotteri per distruggere.

          Non fu mai stabilito quanti esseri umani furono uccisi, perché nella giungla tropicale i corpi si decompongono in fretta e nelle capanne incendiate non arrivò nessuna polizia scientifica a frugare nei resti. Forse 70, come sentenziò la Corte Marziale, 300, come disse qualche testimone, 500 secondo il piccolo museo memoriale costruito nel villaggi.

          Ma nessuno di loro, neppure a guerra finita, risultò essere un guerrigliero, un "quadro" vietcong, un agente del Nord comunista. Per tre ore, lui - Calley detto "Rusty", il rugginoso per le efelidi infantili, un ragazzo qualsiasi che si era arruolato soltanto perché la sua auto si era guastata davanti al centro di reclutamento e, disperato, senza soldi, studi e futuro, era entrato - i suoi soldati, anche loro giovanotti qualsiasi pescati nella lotteria della leva militare, divennero quello che la guerra produce sempre, secondo l'ammonimento del grande generale nordista e distruttore di Atlanta, William Tecumseh Sherman: demoni.

          Furono necessari due anni, lo scoop del giornalista Seymour Hersh che lacerò il sudario di silenzio costruito dal governo attorno a My Lai, perché il processo fosse celebrato, con una sentenza che incendiò l'America. I pacifisti furono sconvolti dalla condanna all'ergastolo del solo Calley, e dalla assoluzione del superiore diretto che lo aveva inviato in missione, il capitano Medina, quando emersero immagini di bambini ripescati dalle fosse con una "C" incisa nel petto dalle baionette. I buoni patrioti furono altrettanto sconvolti da una condanna così pesante per "crimini di guerra" contro un soldato colpevole, secondo loro, soltanto di avere - antica storia - obbedito agli ordini. Si sollevarono per lui governatori nel Sud, tra i quali anche un futuro presidente, Jimmy Carter. E Nixon commutò la pena dall'ergastolo a soli due anni di arresti domiciliari, nel 1974, quando ormai la guerra era finita.

          Finita per gli altri, ma non per il tenente figlio di un rigattiere della Florida, divenuto criminale di guerra. Quando tornò a piede libero, lavoricchiò come commesso nel negozio del suocero, poi come venditore di polizze. Sempre con il sabba di quei cadaveri che neppure lui sapeva quanti fossero, perché la conta dei cadaveri vietnamiti era notoriamente fasulla e gonfiata, fino alla sera di giovedì scorso, quando si è alzato a parlare a una cena del club dei Kiwanis per chiedere, 41 anni dopo, "perdono" e ammettere tutto. "Io lo perdono anche - ha detto alla Associated Press il vecchietto che fa da guardiano al museo del massacro in Vietnam ed ebbe una sorella nella fossa - ma deve venire qui, a My Lai, e chiederlo a noi".
           
          La Repubblica 23 agosto 2009


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        • V.D. N.
          Vietnam su Rai1 Nel rotocalco TV7 di Rai1 in onda oggi venerdì 8.1.10 alle 23.20 ora italiana (orario da controllare) ci sarà un servizio di circa 8 minuti
          Message 4 of 5 , Jan 8, 2010
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            Vietnam su Rai1

            Nel rotocalco TV7 di Rai1 in onda oggi venerdì 8.1.10 alle 23.20 ora italiana (orario da controllare) ci sarà un servizio di circa 8 minuti sul Vietnam curato da Marilù Lucrezio del TG1.
            Il programma dovrebbe essere anche disponibile in streaming ma non subito sull'apposita pagina del sito rai.it e sarà replicato varie volte su Rai international sabato 9.1.10
            (v. orari a http://www.international.rai.it/tv/programmi/scheda.php?id=139).

             

             

            VIETNAM: LE RADICI DELLA RESISTENZA – PRESENTAZIONE LIBRARIA

            Gennaio 8, 2010 di Infopoint Cagliari

             

            Presentazione del libro “Vietnam” di E. Lobina – Sala Cosseddu (Casa dello Studente – Cagliari)

             

            L’associazione Linea Gotica presenterà, con il contributo dell’ERSU, presso la Sala Cosseddu della Casa dello Studente di via Trentino a Cagliari, il libro  “Vietnam: Consenso e strategia del Partito Comunista Indocinese nel nord Vietnam tra il 1941 ed il 1945”.

             

            La tesi analizzata dall’Autore – Enrico Lobina -  nel proprio testo concerne un periodo particolare nella storia vietnamita: quello della coabitazione franco-giapponese nel Vietnam che terminò con la Rivoluzione del 1945; egli sostiene che, mentre prima (1946-54) e seconda (1964-75) guerra Indocinese sono ben conosciute per gli studiosi occidentali, il periodo di cui sopra invece desta scarso interesse fra gli stessi, e gli studi  ed analisi in proposito sono insoddisfacenti.

             

            All’evento, che si terrà il 15 gennaio 2010, dalle h. 17:30 in poi, parteciperanno Annamaria Baldussi (Docente di Storia e Istituzioni dell’Asia sud-orientale, presso l’Università di Cagliari) ed Oliviero Diliberto (Docente di Diritto Romano presso l’Università La Sapienza di Roma).

             

            Contatti:

            ERSU – Ente Regionale per il Diritto allo Studio Universitario

            tel.:  070-604 231

            web:  www.ersucagliari.it

             

            Sala Cosseddu

            via Trentino – Cagliari

             


             

            La contesa Con Hainan, l' arcipelago più meridionale incluso nei piani di sviluppo. Ma Hanoi protesta: è nostro

            Tra Cina e Vietnam lite sul Paradiso dei turisti

            Pechino torna a rivendicare le Isole Paracel: per farne una meta vacanziera Protesta I vietnamiti contestano ai cinesi di aver catturato, nel 2009, 17 pescherecci e fermato 210 pescatori


            DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PECHINO - Paradiso turistico per decreto governativo. Il Consiglio di Stato, l' esecutivo di Pechino, ha appena annunciato un piano per fare dell' isola tropicale di Hainan un centro mondiale delle vacanze «entro il 2020». Il progetto non riguarda solo la più meridionale delle province della Repubblica Popolare, separata dal Guangdong negli anni Ottanta e già ora destinazione di cinesi e stranieri: nella strategia di valorizzazione delle isole è incluso anche l' arcipelago delle Paracel, una manciata di scogli corallini sparsi in quello che Pechino chiama Mar Cinese Meridionale. Però, come può accadere in vacanza, occorre guardarsi dal vicino d' ombrellone. In questo caso il Vietnam, che da decenni rivendica il controllo sulle stesse isolette e sulle Spratly, più a sud ancora. Governi comunisti entrambi, certo, con i rapporti in miglioramento dopo una guerra e lunghi rancori, sì. Però i vertici di Hanoi hanno reagito con vigore ai proclami dei compagni di Pechino. Hainan, le sue palme e la sua grandeur turistica non c' entrano. È sulle Paracel e sulle Spratly che non si scherza, il tema infiamma il nazionalismo vietnamita. Così, la portavoce del ministero degli Esteri, Nguyen Phuong Nga, ha ribadito che la sovranità vietnamita sulle isolette non è in discussione: «Ogni attività da parte di altri Paesi, inclusa la promulgazione di norme che riguardano gli arcipelaghi o la zona economica esclusiva del Vietnam e la piattaforma continentale nel Mare Orientale, è illegittima». I vietnamiti contestano ai cinesi di aver catturato solo l' anno scorso 17 imbarcazioni e fermato 210 pescatori, «quando invece si trovavano legalmente in acque vietnamite». E tutto questo, ha riportato indignato il Thanh Nien, mentre Hanoi «continua a mettere insieme prove storiche della sua sovranità sugli arcipelaghi». Il grosso del piano cinese riguarda Hainan, che già ora è una base strategica della marina militare. Nel documento del governo si parla di sviluppo dell' agricoltura, di impulso alle transazioni commerciali e finanziarie in renminbi (già avviate), di sostegno alle aziende impegnate in un «turismo qualificato», meglio se da quotare in borsa. Ai 21 Paesi i cui cittadini possono arrivare ad Hainan senza il visto, altrimenti necessario per la Cina, saranno aggiunte altre cinque nazioni. A inquietare i vietnamiti, tuttavia, sono stati i passaggi - decisamente più generici - riservati dal documento cinese alle isole minori. Si parla delle Paracel nelle quali «il turismo va sviluppato attivamente» così come «si deve sviluppare l' amministrazione». Le Spratly non sono esplicitamente citate, ma si fa riferimento a «isole disabitate» e allo sfruttamento «del mare a sud», e lì, appunto, stanno le Spratly. Che in ogni carta geografica cinese sono comprese entro una linea tratteggiata che quasi arriva a lambire Singapore. La lunga rivalità passa anche attraverso i nomi. Quello che per Pechino è il mar Cinese Meridionale per Hanoi è il Mare Orientale, le Paracel sono le Hoang Sa per Hanoi e le Xisha per Pechino, le Spratly vengono chiamate Truong Sa dal Vietnam e Nansha dalla Cina. È dal gennaio 1974 che la Repubblica Popolare occupa le Paracel, che i francesi avevano annesso all' Indocina nel ' 32, ma l' incrocio delle rivendicazioni ha visto impegnate anche Malaysia e Filippine. Vietnam e Cina restano le due rivali più agguerrite, nonostante i proclami di amicizia e gli accordi sul confine di terra. La nuova assertività, anche marittima, di Pechino pesa. Ma i sei sottomarini che, in base a un accordo di dicembre, Hanoi compra dalla Russia, ecco, qualcosa significano anche loro.
             

            Del Corona Marco

            (6 gennaio 2010) - Corriere della Sera

             

             

            Famiglia Ai primi posti tra i Paesi di provenienza ci sono la Russia, l' Ucraina, la Colombia e il Brasile

            Adozioni all' estero, sempre più rinunce

            Nel 2009 i genitori hanno lasciato in un caso su cinque. Giovanardi: è la crisi Misure anticorruzione L' Associazione amici dei bambini: «Occorre un impegno straordinario contro la corruzione»


            ROMA - Si dissolve il sogno di un bambino venuto da lontano per centinaia di famiglie italiane. Secondo gli enti incaricati dalle coppie di dar seguito ai decreti di idoneità, il 2-5% chiede di sospenderle per problemi legati a difficoltà economiche e precarietà del lavoro. Il 20% rinuncia ad avviare la domanda ai tribunali, spaventato dall' impegno di mantenere un figlio, di affrontare le spese per riuscire ad averlo e probabilmente dal timore di costi imprevisti, non sempre chiari. Il fenomeno ha cominciato a prendere forma nel 2009. È uno dei riflessi della crisi. «Purtroppo è vero, molti non se la sentono di caricarsi di responsabilità e sacrifici anche se siamo l' unico governo al mondo a prevedere degli aiuti», riconosce il sottosegretario alla Presidenza con delega alla Famiglia, Carlo Giovanardi. «Questo anno e mezzo di crisi ha influito nelle scelte a monte - aggiunge -. Fortunatamente però il numero dei minori entrati in Italia non è diminuito perché le coppie in attesa dagli anni precedenti sono diverse migliaia». Secondo Gianfranco Arnoletti, presidente del Cifa, uno dei 62 enti autorizzati, gli aspiranti genitori adottivi in lista sono tra 4 e 5 mila e solo il 60% arriva al traguardo. I dati definitivi del 2009 saranno ufficializzati la prossima settimana. La stima della Commissione adozioni internazionali, che dipende da Palazzo Chigi, è eguagliare il numero dell' anno precedente, circa 3.950 ingressi. Resta immutato rispetto al primo semestre dello scorso anno l' elenco dei Paesi di provenienza. Al primo posto la Russia, «serbatoio» storico, seguita da Ucraina, Colombia, Brasile. Stanno per raggiungere i nuovi genitori 20 piccole bimbe cinesi. Per Marco Griffini, presidente di Aibi (Associazione amici dei bambini), c' è anche l' eccesso del numero di enti che disorienta le coppie e la mancanza di trasparenza da parte di certe organizzazioni all' estero. «Occorre un impegno straordinario contro la corruzione - dice Griffini -. Il nostro governo deve esigere dagli altri Stati assoluta trasparenza. Troppi genitori sono costretti a sborsare soldi in nero, specie se hanno a che fare con Ucraina, Cambogia o Nepal». Per portare a termine una pratica i nostri enti rispettano tariffe indicate da tabelle ufficiali, circa 10 mila euro. La metà però viene rimborsata con fondi pubblici mentre le famiglie al di sotto di un certo reddito ricevono aiuti extra. Giovanardi ricorda i problemi non ancora risolti. La Romania ha blindato le frontiere. Accusa Giovanardi: «Tengono chiusi in orfanotrofio 80 mila minori. È inconcepibile per un Paese dell' Ue. Col ministro Frattini, abbiamo aperto un contenzioso». Criticità con Cambogia, Bielorussia (lo scambio è congelato malgrado l' intervento di Berlusconi) e Vietnam. È stato fatto molto per rendere più agevoli gli scambi con venti Paesi africani. Lo scorso dicembre una conferenza è stata organizzata dal nostro governo in Burkina Faso. Arnoletti imputa il calo delle coppie ad un ulteriore motivo: «Il divario tra bambino sognato e quello reale si è allargato. Oggi è più grande e può avere disagi di salute perché molti Paesi hanno incentivato le adozioni interne».
             
            De Bac Margherita
            (3 gennaio 2010) - Corriere della Sera
             

            VIETNAM: GIOVANE PRATESE MORTO IN INCIDENTE STRADALE

            Prato, 3 gen. - (Adnkronos) - Un ragazzo di 26 anni di Poggio a Caiano (Prato) e' morto ieri in Vietnam. La versione ufficiale della polizia parla di un incidente stradale. La vittima si chiamava Andrea Di Stefano, era un imprenditore nel campo della pelletteria all'Osmannoro. L'ambasciata ha comunicato la notizia del decesso alla Questura di Firenze, poi la notizia e' stata girata a Prato. Di Stefano era partito per un giro del Vietnam e della Thailandia da solo. Pare che il giovane fosse in macchina senza documenti e che le autorita' vietnamite abbiano avuto difficolta' ad identificarlo, riuscendoci soltanto grazie ad alcuni oggetti che hanno condotto gli inquirenti all'albergo in cui alloggiava Andrea. A Poggio a Caiano, come riporta la stampa locale, circolano versioni differenti sulle circostanze della morte del ragazzo: c'e' chi parla di un malore improvviso che avrebbe colto il giovane nel letto, mentre dormiva, e chi invece dice che quel malore lo avrebbe sorpreso in macchina. Andrea Di Stefano viveva con una zia, dopo aver perso la madre da piccolo, e dopo che il padre era tornato ad abitare in Sicilia.

            (Fas/Ct/Adnkronos)

             

            Ritorno forzato In 4.000 deportati in autobus nel Paese marxista. Proteste da Stati Uniti, Onu e Ue

            Quei profughi Hmong rispediti in Laos

            Con gli Usa al tempo del Vietnam, dopo 30 anni la Thailandia li rimpatria Minoranza etnica Popolo delle montagne, combatterono contro i comunisti per conto della Cia. Clint Eastwood ha parlato dei profughi Hmong in America nel film «Gran Torino»


            La Storia non fa prigionieri, prima o poi ingoia tutti. Ieri, alle 5.30 del mattino, è successo a 4.371 persone, uomini donne bambini, profughi Hmong da anni in un campo della Thailandia. Circondati da 5 mila tra militari e civili, con giornalisti e osservatori tenuti a distanza, i Hmong sono stati caricati su 110 autobus diretti al Paese da dove erano fuggiti oltre trent' anni fa, il Laos. La Storia si è ricordata di loro: nel 1975 la guerriglia marxista del Pathet Lao aveva preso il potere - in modo più tortuoso dei suoi compagni in Cambogia e in Vietnam - e i Hmong, minoranza delle montagne, scapparono. Avevano combattuto contro i comunisti per conto della Cia, erano ormai il nemico in casa. Gli Stati Uniti ieri hanno protestato, idem la Francia, che da potenza coloniale in Indocina apprezzò per prima e addestrò i combattenti Hmong. Allarmati e «costernati» l' Alto commissariato Onu per i rifugiati e l' Unione Europea, oltre alle ong (Amnesty International, Human Rights Watch eccetera), perché nel campo di Huay Nam Khao molti avrebbero i requisiti per l' asilo politico. Il timore è che una volta nel Laos - il cui governo marxista è la continuazione della leadership guerrigliera - i Hmong andranno incontro a persecuzioni, benché a Vientiane si assicuri che ciascuna famiglia otterrà una casa e della terra, con la possibilità di ispezioni di organismi terzi. Il destino dei Hmong è una bolla intatta di guerra del Vietnam. Il conflitto parallelo in Laos fu una guerra americana «segreta» e non dichiarata, bombardamenti e operazioni coperte per colpire rifornimenti e basi dei comunisti vietnamiti e contrastare il Pathet Lao. Con la fine di tutto, nel 1975, gli americani portarono con sé solo i capi, come il carismatico Vang Pao, peraltro rimasto coinvolto nel 2007 in un grottesco tentativo di insurrezione. Ad altri non restò che sprofondare nella giungla, dove ancora oggi poche centinaia di sopravvissuti aspettano di essere salvati dagli «amici americani» o addirittura dai francesi: braccati dagli eserciti laotiano e vietnamita, armi obsolete, una cartuccia a testa, ferite aperte per mesi, denutrizione cronica e terrore. L' esodo dei più passò dalla Thailandia, «boat people» di terra. Da lì, una diaspora di 300 mila persone. Soprattutto negli Usa, in lotta con un' integrazione ostica, scorie viventi e rimosse di un conflitto lontano. Sgonfiatasi l' onda dei «Vietnam movies», è stato l' anno scorso Clint Eastwood, col suo dramma etnico-morale «Gran Torino», a lanciare sui Hmong d' America un piccolo ma intenso fascio di luce. Adesso la Thailandia è sotto accusa. Sostiene che i Hmong nel suo campo, gli ultimi a essere rimpatriati dopo 18 operazioni analoghe ma meno imponenti, siano in realtà migranti «economici», non esuli politici. Il governo di Bangkok, cercando di garantirsi rapporti sereni coi vicini, non fa molto per scampare alle critiche internazionali: quest' anno ha lanciato segnali ostili nei confronti del karen provenienti dalla Birmania ed è incappata nello scandalo dei respingimenti dei rohingya (musulmani della Birmania), adesso tocca ai Hmong. In maggio l' ong Medici senza frontiere aveva interrotto le operazioni nel campo contestando le pressioni e le intimidazioni thailandesi sui Hmong, per «rimpatri volontari» che di volontario non avevano nulla. In giugno, in visita a Pechino, il premier thai Abhisit Vejjajiva aveva risposto a una domanda del Corriere assicurando che la politica del suo governo «riflette gli standard universali». Proprio quelli che l' Onu e la comunità internazionale ritengono che siano stati ignorati.
             
            Del Corona Marco
            (29 dicembre 2009) - Corriere della Sera
             
             
             
             


             


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          • V.D. N.
            ANNULLATA GIORNATA CULTURALE VIETNAMITA 08-01-2011 a VERONA Carissimi amici , Abbiano appena ricevuto la comunicazione da parte dell’assessorato alla
            Message 5 of 5 , Dec 29, 2010
            • 0 Attachment
               
               
              ANNULLATA GIORNATA CULTURALE VIETNAMITA 08-01-2011 a VERONA
               
              Carissimi  amici ,
               
              Abbiano appena ricevuto la comunicazione da parte dell’assessorato alla cultura, allo sport e al turismo della città Ho Chi Minh che il  tour artistico nei paesi europei : Italia, Germania, Francia, Belgio, Olanda, è stato SOSPESO

              Pertanto Vi informiamo con dispiacere, che la giornata culturale vietnamita 
              in programma il 8 gennaio 2011 a Verona è ANNULLATA

               
              In nome dell’ Associazione di Solidarietà Italia–Vietnam in Italia ci scusiamo
              per non potere rispettare il programma annunciato, ringraziamo il comitato organizzativo che ha speso tanta energia e tempo per  accogliere nel modo migliore la delegazione degli artisti.
               
              Tanti auguri di Nuovo anno ricco di gioia, salute e felicità
               
               

              Mostra di Stefania Giorgi "Vietnam: dal fiume Rosso al Mekong"

              Descrizione

              La fotografa Stefania Giorgi ci presenta una trentina di immagini, a colori, che rappresentano diversi momenti di vita quotidiana della popolazione vietnamita.
              La mostra è promossa Centro nazionale di fotografia del Settore Attività Culturali del Comune di Padova.

              Per approfondimenti
               
              Quando
              Dal 5 dicembre 2010 al 16 gennaio 2011
              Orario: dal lunedì al sabato dalle 11:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 19:00, la domenica dalle 15:00 alle 19:00, chiuso il 25 e 26 dicembre e l'1 gennaio.

              La mostra è una sorta di omaggio al Vietnam e ad Hanoi di cui si celebrano i mille anni di storia. Una trentina di fotografie di medio formato, a colori, illustrano la grazia e la sensibilità di un paese che nell’immaginario collettivo è ancora sinonimo di guerra. Oggi il Vietnam è un paese rivolto al futuro, ma con profonde tracce del suo passato millenario, ricco di cultura, tra ricordi coloniali e una natura forte e caparbia che colpisce il cuore.
              Il progetto fotografico di
              Stefania Giorgi presenta diversi momenti di vita quotidiana della popolazione vietnamita, ritraendola singolarmente soprattutto nell’ambito delle sue umili condizioni lavorative.
              Il Vietnam nuovo e diverso si apre sulla scena contemporanea, per un quadro dalle molte sfumature, che Stefania Giorgi oggi ci consente di conoscere e di apprezzare.

               
              http://multimedia.padovanet.it/index.php?option=com_content&task=view&id=382&Itemid=58 
               
              Ha Noi - Accesso laterale al ponte Long Bien

               
              Ponte di Long Bien

               
              Linh - Venditrice Ambulante
               
              Ha Noi - Negozio
               
              Ha Noi - Cimitero della Pagoda di Tran Quoc
               
              Ha Noi - Street Food  
               
              Ha Noi - Interno
               
              Ha Noi - Interno
               
              Casa di Thai - Pittore
               
              Ha Noi - Tempio della letteratura
               
              Ha Noi - Tempio della letteratura
               
              Cham island - Duong pescatore
               
              Cham island - Nguyen pescatore
               
              Cham island - Casa dei pescatori
               
              Cham island - Signora Xuan
               
              Risaia di Qui Nhon - Linh contadina
               
              Saigon - Pagoda dell'Imperatore di Giada
               
              Mercato di Cai Be - Delta del Mekong
               
              Delta del Mekong - Signora Hoa
               
              Ciò che emerge dalle opere esposte è il contrasto di questo Paese, ”spaccato in due tra il passato e l’irruzione di una profonda necessità di futuro”, e questa spaccatura è visibile nelle strade delle città, dove sfrecciano scooter accanto a tempietti votivi, o dove i grattacieli svettano timidamente a fianco di modeste abitazioni segnate dal tempo. 
              Tra le fotografie in mostra, ritroviamo così ”Hanoi, tempio della letteratura” dove una felice coppia di sposi si abbraccia tra le colonne di uno dei migliori esempi dell'architettura tradizionale vietnamita. Particolarmente intenso il ritratto ”Delta Mekong, Hoa” che rappresenta una mondina ottantenne di etnia cinese, oppure ”Cham Islands. Doung, pescatore” dove risulta evidente l’espressione serena del soggetto e il contrasto tra l’azzurro acceso della porta d’ingresso e le finestre dell’abitazione con le pareti grigio spente. Stefania Giorgi è nata a Cesena nel 1971, in una famiglia di fotografi. Si è formata all’Università degli Studi di Bologna nel corso di laurea DAMS, studiando anche tecniche del restauro.
              Nel 1994 diventa fotografa di scena, di video clip e spot pubblicitari. Qualche anno dopo, nel 1999, si avvicina al mondo dell’ Interiors design per acquisire nuove tecniche di ripresa fotografica e dell’utilizzo della luce.
              Collabora con riviste di Interiors design e di viaggio nazionali ed internazionali. Numerosi suoi servizi sono stati pubblicati su Marie Claire Maison, Elle Decor Italia, Elle Decor Russia, V&S, D di Repubblica, Elle Decoration Uk, Ellle Decor Germania, Casa da Abitare, Gioia, Gioia Casa, Grazia, Style Magazine, Ville e Giardini, Ventiquattro magazine de Il Sole 24 Ore, Marie Claire Travel, Casa Amica.
              Ha esposto in mostre collettive ( Breil / Marie Claire Maison, Spazio Pontaccio, Milano, 2004 ) e personali ( “Disuso quotidiano”, Galleria Annotazioni d’Arte, Milano, 2009 ).
              Vive e lavora a Milano.

              http://www.stefaniagiorgi.it/
               
               
               

              In Vietnam l'acqua si purifica col sole

              L'associazione di cooperazione allo sviluppo Helvetas è attiva da quasi un ventennio in Vietnam. Parte del suo lavoro è incentrata sull'acqua, un bene comune che le Nazioni Unite hanno recentemente inserito nei diritti fondamentali dell'uomo.

               

              Daniel Valenghi, ticinese, è responsabile dei programmi di Helvetas in Vietnam dal 2006. In passato ha lavorato per l'organizzazione elvetica in Mali e Burkina Faso.

              Di passaggio in Svizzera, Valenghi illustra l'impegno di Helvetas nel Paese asiatico e ci spiega come è possibile disporre di acqua potabile in modo economico e del tutto naturale.

               
              l'intervista nel sito :
              http://www.swissinfo.ch/ita/societa/In_Vietnam_lacqua_si_purifica_col_sole.html?cid=18625252
               
              Ragazza della minoranza etnica degli Hmong, nel nord del Vietnam.
              Didascalia: Ragazza della minoranza etnica degli Hmong, nel nord del Vietnam. (Helvetas)

               

               

              Terre des hommes si congeda dal Vietnam

              Messo in ginocchio dalla guerra negli anni Sessanta, in 30 anni il Vietnam è riuscito a risollevarsi a tal punto che Terre des hommes ha deciso di lasciare il paese con l'inizio del nuovo anno. La testimonianza di Margrit Schlosser, delegata dell'ONG svizzera a Ho Chi Minh.

              In 30 anni, il Vietnam ha fatto importanti passi avanti.
              Didascalia: In 30 anni, il Vietnam ha fatto importanti passi avanti. (Reuters)
              Nel 1981, quando per la prima volta riuscii ad attraversare il Vietnam da nord a sud, mi trovai di fronte un paese disastrato. L'intento di Curtis E. LeMay - generale e capo di Stato maggiore dell'US Air Force tra il 1961 e il 1965 – era chiaro: bisognava bombardare il paese e riportarlo «all'età della pietra».
               
              Una missione che i bombardieri B-52 non ebbero difficoltà a portare a termine. I principali ponti lungo la strada nazionale tra Hanoi e Ho Chi Minh furono distrutti. Intere città furono rase al suolo. Tra queste anche Vinh, la capitale della provincia settentrionale Nghê An. Dopo aver bombardato Hanoï e Haiphong, di ritorno alla base i piloti dei B-52 svuotarono il loro carico proprio su questa città. Nel 1981, sei anni dopo la fine della cosiddetta Guerra del Vietnam, nel centro di Vihn non c'era altro che una chiesa cattolica e le rovine di un vecchio centro commerciale, costruito in cemento armato.

              Tornai in Vietnam nel 1989 quando cadde il muro di Berlino. Per due anni lavorai come delegata del CICR: fu un periodo davvero appassionante! La «perestrojka» vietnamita (ndr: riforme politico-economiche) era stata lanciata nel 1986 e toccava in particolare il settore della produzione agricola. Il paese iniziava ad aprirsi al mondo occidentale. Il libero mercato faceva il suo ingresso, con merce di tutti i tipi disponibile per strada. L'embargo imposto dagli Stati Uniti veniva aggirato sempre più facilmente, fino a quando - nel 1994 - il presidente Clinton non decise di abolirlo.
               
              Fu così che – all'inizio degli anni Novanta – numerose associazioni umanitarie straniere giunsero in Vietnam per collaborare alla ri-costruzione del paese. La Fondazione Terre des hommes – che opera in favore della protezione e dei diritti dell'infanzia e la cui sede è a Losanna – fu una delle prime ONG a recarsi sul posto. E dal 2003, io ho lavorato come delegata a Ho Chi Minh.

               

              Da bambini di strada ad adulti autonomi

              Terre des hommes iniziò la sua attività in Vietnam con una ricerca sui bambini di strada a Ho Chi Minh, per poi lanciare una serie di progetti innovativi in collaborazione con organizzazioni locali per la protezione e la presa a carico dei bambini. L'idea era quella di creare dei piccoli foyer e dei centri di accoglienza che andassero a sostituire i grandi istituti educativi chiusi e di introdurre la figura dell'educatore di strada. Parallelamente, i collaboratori e le collaboratrici seguirono una formazione specifica come assistenti sociali ed educatori.
               
              In questi dieci anni, Terre des hommes ha continuato ad ampliare i suoi progetti, così da permettere a questi bambini poi diventati adolescenti di avere una vita indipendente e autonoma, facilitandone l'integrazione nella società.
               
              Un obiettivo portato avanti anche attraverso la  creazione di alloggi comunitari e di centri di consulenza, l'istituzione di un sistema di formazione di base e professionale e un riconoscimento giuridico formale, ad esempio con una carta di identità senza la quale in Vietnam gli esseri umani di fatto non esistono.

               

              Trasferimento di competenze

              Oggi il paese si è sviluppato in modo generalmente positivo. Secondo un recente rapporto dell'Istituto britannico «Overseas Development Institute» (ODI), il Vietnam e il Ghana sono i paesi più performanti nel quadro degli Obiettivi di sviluppo del millennio fissati dall'ONU. In accordo con altre ONG presenti in Vietnam dalla fine degli anni Novanta, Terre des hommes ha così deciso di ritirarsi dal paese a fine marzo 2011, per rinforzare in particolare la sua presenza in Birmania.
               
              I fattori all'origine del successo di questo paese asiatico sono diversi. Il più significativo è sicuramente la presenza di uno Stato relativamente forte, che lavora a stretto contatto con gli attori del campo umanitario nell'elaborazione di politiche socio-economiche. Sono stati compiuti sforzi concreti per ridistribuire i benefici del recente sviluppo economico anche a quella fetta della popolazione più povera.
               
              Molti progetti avviati da organizzazioni straniere sono poi stati ripresi dallo Stato. L'esempio più evidente lo si trova in ambito sociale, con il passaggio da una presa a carico istituzionale alla cosiddetta «community based care», ossia modelli di alloggio comunitario per giovani senza famiglia, handicappati o persone anziane.
               
              Questo sviluppo è legato anche al fatto che in Vietnam le organizzazioni straniere sono obbligate a lavorare con i partner locali, le istituzioni statali o le associazioni private. La collaborazione – attraverso lo scambio di informazioni, tecniche o metodi di lavoro – così come i corsi di formazione base o continua hanno permesso di rafforzare le strutture locali. È in questo modo che le organizzazioni di un paese diventano progressivamente responsabili della pianificazione e gestione dei progetti, e che il vero obiettivo dell'aiuto allo sviluppo – ossia un sostegno a lungo termine – può essere raggiunto.

               
              Appendice

              Ecco il messaggio di un rappresentante del governo rivolto alle organizzazioni non governative estere: «Al momento siamo ancora dipendenti dal sostegno dei nostri amici stranieri. Entro il 2020 speriamo però di potercela fare senza il loro aiuto, di poter far parte di quei paesi che danno una mano agli altri».

               

               

              Margrit Schlosser. 

              Margrit Schlosser, sociologa, per swissinfo.ch
              Ho Chi Minh
              (Traduzione dal tedesco di Stefania Summermatter)

               

               

               


               

               
               
               
               
               
               
               
               
               
               
               
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