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#168 From: <fr.cascioli@...>
Date: Fri May 8, 2009 9:11 am
Subject: La rivoluzione industriale: spionaggio industriale contro l'Italia nel 1700
c3050277
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La rivoluzione industriale: Un caso di spionaggio industriale contro l’Italia nel 1700

Mi è capitato fra le mani un libro interessante: Paul Mantoux “La rivoluzione industriale”.

Parla della Gran Bretagna di fine 1700.

Alcune parole o frasi hanno avuto su di me un effetto evocativo.

Ad esempio il testo parla di Jethro Tull, che – per me – era sempre stato un gruppo rock, ora invece diventa anche un agronomo a cui la band si ispirò nello scegliersi il nome.

Le condizioni di lavoro dei bambini e gli effetti della recinzione dei campi (prima usati in comune), mi hanno richiamato alcune parti del “Capitale” di Marx – le più chiare e interessanti – che avevo letto 40 anni fa.

“Un caso di conflitto d’interessi nel 1770” – uno dei brani che girerò - evoca un problema politico in cui noi italiani siamo immersi fino al collo.

Ho trovato curioso anche il modo con cui Watt – l’inventore della macchina a vapore ­– si faceva pagare. Così curioso e fruttifero che anche Bill Gates deve averci fatto un pensierino.

Chiuderò con un brano sulla prima “scala mobile” della storia, instaurata nella Gran Bretagna di fine 1700.

Buona lettura.

Un caso di spionaggio industriale contro l’Italia nel 1700

Un esempio di sviluppo locale del macchinismo, con conseguenze limitate, è fornito dall'industria della seta, le cui origini, in verità, vanno cercate al di fuori dell'Inghilterra, dove non ha mai avuto grande fortuna, mentre italiana è stata l'invenzione che l'ha trasformata. Negli ultimi anni del secolo XVII, la fabbricazione delle stoffe di seta aveva avuto rapido sviluppo in Inghilterra. Una colonia di abili operai cacciati dalla Francia dalla revoca dell'Editto di Nantes, venne a stabilirsi nei sobborghi di Londra e la fama delle seterie di Spitalfields subito cominciò a diffondersi. Tuttavia, i fabbricanti inglesi dovevano lottare contro serie difficoltà. Costretti ad acquistare all'estero la seta greggia - il clima britannico rende impossibile la cultura del gelso e la crescita del baco da seta - essi avrebbero avuto interesse a produrre da soli l'organzino, il filo di seta che si ottiene riunendo e ritorcendo insieme i filamenti del bozzolo. Ora, il contrabbando gettava sul mercato inglese organzino ad un prezzo tanto basso da chiedersi come fosse stato possibile produrlo. Correva voce che in Italia esistevano macchine per trasformare la seta in organzino, ma nessuno aveva mai visto queste macchine, o sapeva come fossero fatte. Verso il 1707, un certo Crotchett, originario di Derby, cercò di costruirne una. Ma il suo tentativo non ebbe successo e l'organzino italiano continuò ad essere importato di frodo in Inghilterra.

Tali macchine esistevano veramente. Non si sa in quale epoca fossero state inventate, ma è certo che esse erano descritte in un'opera meccanica pubblicata a Padova nel 1621. Ma quest'opera, pur ammettendo che sia stata conosciuta in Inghilterra, era stata completamente dimenticata. Quanto alle macchine, se si pensa al mistero che ancora in quest'epoca circondava i più piccoli procedimenti di fabbricazione, non è difficile immaginare con quanta cura dovessero essere custodite. Andare in Italia per impadronirsi del prezioso segreto, era un'impresa difficile e perfino pericolosa. Non sorprende, quindi, che la storia di una simile spedizione sia stata, in seguito, arricchita di particolari romanzeschi.

Il viaggio venne compiuto da John Lombe nel 171615. Recatosi a Livorno, riuscì non soltanto a vedere la macchina, ma a penetrare nell'edificio in cui se ne trovavano alcune. Con la connivenza di un prete italiano, poté farne degli schizzi e mandarli in Inghilterra avvolti in pezzi di seta. Terminata la pericolosa missione, s'imbarcò sfuggendo, pare per miracolo, alla cattura. Un brigantino si lanciò, infatti, al suo inseguimento, ma non riuscì a raggiungere il vascello di Lombe. Ritornato in patria, vi morì qualche anno più tardi, ancora in giovane età, e corse voce che gli italiani lo avevano avvelenato per vendicarsi.

Nel 1717, non appena tornato, Lombe, installò presso Derby, macchine costruite secondo i disegni presi in Italia. I capitali necessari furono anticipati da suo fratello Thomas che, nel 1717, si fece concedere una privativa valida per 14 anni. Subito, su un'isola del Derwent, fu costruita una vera fabbrica, la prima che sia mai esistita in Inghilterra. Le dimensioni dell'edificio erano sorprendenti: lungo 500 piedi, alto 5 o 6 piani, con 460 finestre, si sarebbe detto un'immensa caserma. Una volta entrati, lo stupore raddoppiava: le macchine, assai grandi, erano di forma cilindrica e ruotavano su degli assi verticali; vari ordini di bobine poste sui bordi circolari dei cilindri ricevevano i fili e, con un rapido movimento rotatorio, imprimevano loro la torsione voluta; in alto, l'organzino si arrotolava automaticamente su dei rocchetti già pronti per la vendita. Il gran numero dei pezzi che componevano queste macchine messe in movimento da un'unica ruota ad acqua sul Derwent, la precisione e la rapidità del loro funzionamento, la perfezione del lavoro che eseguivano, non potevano non attirare fortemente l'attenzione di chi non aveva mai visto niente di simile. Il compito principale degli operai era quello di riannodare i fili quando si rompevano. Ognuno di essi sorvegliava 60 fili alla volta. Era già la fabbrica moderna con i suoi strumenti automatici, la sua produzione continua e illimitata, le funzioni altamente specializzate del suo personale operaio.

Lo sviluppo del capitalismo industriale procedette di conserva con quello del macchinismo. Gli stessi fatti osservati nella industria della maglieria si ritrovano qui ancora più pronunciati e significativi. Il fenomeno della concentrazione divenne più evidente, poiché la fabbrica gli conferì forma completa e visibile. La fabbrica di Thomas Lombe occupava 300 operai. Gli stabilimenti ai quali servì da modello furono spesso altrettanto, se non più importanti. Nel 1765, anno in cui fu svolta un'inchiesta parlamentare sull'industria della seta, molti padroni, secondo i dati forniti dalla commissione, impiegavano dalle 400 alle 800 persone. Un certo John Sherrand dichiarò di avere avuto alle sue dipendenze fino a 1.500 operai. Una parte di questi operai lavorava sicuramente a domicilio, ma almeno la lavorazione dell'organzino veniva eseguita a macchina in grandi edifici. Nathaniel Paterson possedeva 12 macchine per la fabbricazione dell'organzino riunite in un solo locale.

Si sviluppava ed appariva in piena luce la figura del grande industriale, distinta da quella del grande commerciante con la quale era stata fin qui quasi confusa. Thomas Lombe, in 15 anni, accumulò una fortuna di 120.000 sterline, ricoprì successivamente l'incarico di ufficiale municipale e di sceriffo, fu nominato cavaliere e quando, nel 1732, il Parlamento, su pressione degli altri fabbricanti, si rifiutò di rinnovargli la privativa, ottenne una somma di 14.000 sterline a titolo di indennizzo. Thomas Lombe non fu solo un uomo ricco e potente, ma il paese guardò a lui come a un pubblico benefattore, mentre lo Stato riconobbe di dovergli molto.

Mantoux Paul, “La rivoluzione industriale”, Editori Riuniti, pag. 239

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#167 From: <fr.cascioli@...>
Date: Thu Apr 23, 2009 1:37 pm
Subject: Marxismo e dittature di destra e di sinistra
c3050277
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Circa l’ultimo invio, ed in risposta a federico, ci hanno scritto due lettori.

 

Dice Carlo Vaccari del blog http://vaccaricarlo.wordpress.com

 

«Vorrei precisare a Federico che la sinistra extra-parlamentare E' NATA in seguito alle contestazioni interne al PCI per Praga.

Il gruppo del Manifesto uscì (anche) per questo dal partito, tanto che per anni

dissidenti cecoslovacchi (e non solo) furono corrispondenti del giornale.

 

Ci scrive Mauro:

«Premetto che non sono un marxista e meno che mai un comunista, anche se sono stato iscritto al PCI dal 1968 durante la segreteria Berlinguer (condanna dell’invasione di Praga, condanna della persecuzione del dissenso, insomma strappo con l’URSS) e fino al 1984, ossia fino alla sua morte. Nutrivo profondi sentimenti di stima per Berlinguer, ma anche per gente come Terracini o Amendola o Ingrao, per quella dirittura morale di cui erano portatori e che a partire da 500 anni fa (fine della civiltà comunale e avvento delle signorie, della dominazione spagnola e della Controriforma, Inquisizione, Indice e quant’altro) è diventata la merce più rara in Italia.

Già, Berlinguer, solitario e taciturno gigante in un mondo di nani e ballerine, ciarlieri e amorali. Non c’era niente di meglio di lui sul mercato della politica di allora. Ma alla sua morte capii cosa sarebbe successo dopo, e me ne uscii dal partito con una litigata al Bottegone con Giuseppe D’Alema.

 

Il nostro Federico sa poco della nostra storia recente, se vede il PCI di allora e i contemporanei gruppuscoli degli extraparlamentari, insomma della galassia della sinistra radicale e giovanile, come vicini e simpatizzanti dell’URSS. Forse non ricorda quando Berlinguer dichiarò che preferiva stare sotto l’ombrello protettivo della NATO o quando in Bulgaria sfuggì di misura ad un attentato dei servizi segreti del Patto di Varsavia. Non ne faccio una colpa a Federico: confondere Marx con Pol Pot è prassi ordinaria del fior fior di storici e politologi, sia di destra che di sinistra.

 

Dare la colpa della crudeltà delle dittature cosiddette comuniste al comunismo, originale creatura di Marx (e non di Stalin), è esattamente la stessa cosa che dare a Cristo e al suo cristianesimo la colpa della crudeltà di personaggi “cristiani” come, tanto per esemplificare, Bonifacio VIII o Alessandro VI (il Borgia), straordinari campioni di perfida delinquenza (credo che non ci sia un solo comandamento, dei 10, che non sia stato da loro violato).

 

Io vorrei chiedere a Federico quali differenze di sostanza lui vede tra il nazismo di Hitler e il bolscevismo di Stalin (a parte questioni di superfluo dettaglio come quella che il primo si considerasse anticomunista e il secondo antinazista). Io non vedo che analogie, compresa quella, che sfugge ai più, che in Germania tutti i prezzi dei prodotti e quelli delle materie prime, gli stipendi, gli onorari ecc. erano stabiliti dal partito, come nell’URSS. Pare che nessuno si ricordi che tra le due guerre l’URSS preparò gli ufficiali della Luftwaffe che la Germania già nazista non poteva addestrare sul suo territorio a causa del trattato di pace che glielo impediva. Né ci si ricorda il patto Molotov-von Ribbentrop o lo squartamento e la spartizione concordata della Polonia. E chissà quanto l’idillio sarebbe durato senza l’attacco proditorio (tipo Pearl Harbour) della Wehrmacht all’URSS.

 

Spero sia un fatto universalmente accettato che politicamente il nazismo si collocasse alla destra estrema. E se A (il bolscevismo-soviettismo) è uguale a B (il nazismo), e B (il nazismo) è uguale a C (la destra estrema), allora vuol dire che anche A (il bolscevismo-soviettismo) è uguale a C (la destra estrema). Insomma il regime “comunista” sovietico è un fenomeno che appartiene alla destra estrema, la più terrificante, esattamente come il nazismo. Come volevasi dimostrare.

 

Eh sì, perché forse è il caso di chiarire ciò che oggi non è più chiaro: la distinzione tra destra e sinistra. I termini entrarono in uso alla fine del ‘700 nell’Assemblea rivoluzionaria francese, dove a sinistra sedevano i repubblicani più radicali e a destra quelli più moderati, o addirittura lealisti. Col tempo la diade destra-sinistra si è ancor più riempita di significato: credo che poco si possa opporre alla distinzione che segue.

 

A destra sta l’assolutismo regio, l’impero, il dispotismo, la tirannia, l’autocrazia, il centralismo statale, la volontà che scende dall’alto, i governati controllati dai governanti, il governo forte con i deboli e debole con i forti, la sfiducia verso l’autogoverno popolare e quindi il convincimento che solo il potere saldamente nelle mani di pochi (o di uno solo) possa garantire la serena esistenza del popolo. In sintesi: a destra sta la società organizzata verticalmente (società stagnante perché il sistema premiante si basa sulla fedeltà al capo col conseguente corollario di familismo e clientelismo).

 

A sinistra invece sta la repubblica, la democrazia, l’autogoverno locale, la volontà che sale dal basso, i governanti controllati dai governati (quindi i cittadini, comunque abbiano votato, tutti all’opposizione rispetto al governo), il governo forte coi forti e debole coi deboli, il governo dei molti (o di tutti: quod omnes tangit ab omnibus adprobari debet, ossia ciò che riguarda tutti da tutti deve essere approvato) e quindi l’ottimismo verso la capacità del popolo di autogovernarsi. In sintesi: a sinistra sta la società organizzata orizzontalmente (società in progresso perché il sistema premiante si basa sulla selezione del merito).

 

Per cui, schematizzando, si può dire che quanto più una situazione è democratica e repubblicana, quanto più il potere è decentrato e diffuso nella società civile e quanto più la volontà sale dal basso, allora tanto più quella è una situazione di sinistra; esattamente viceversa per la destra (sia detto per inciso: secondo la di distinzione di cui sopra, molti di quelli che in Italia si credono di sinistra, in realtà sono di destra, e magari anche viceversa).

 

Se quella che ho sinteticamente descritto è la griglia (non credo ne esistano altre, ma se ci sono mi piacerebbe conoscerle) e se la si applica al “comunismo” sovietico, allora si capisce dove si va a finire.

 

Locuzioni come “dittatura di sinistra” oppure come “terrorismo di sinistra” (un gruppo assolutamente minoritario e marginale di fanatici che vuole imporre con le armi la propria “religione” a tutti gli altri) sono perfetti ossimori: una dittatura o un terrorismo sono sempre di destra, quale che sia il colore delle bandiere che agitano.

 

Quindi il comunismo, quello autentico, quello di Marx, secondo la griglia di cui sopra discende dà e rimane nell’ambito della sinistra. Intanto dico subito che Marx escludeva dalla diffusione della sua ideologia i paesi arretrati e agricoli (si oppose quindi seriamente alla sua diffusione in Russia e, come si è visto, aveva ragioni da vendere). Infatti secondo lui il comunismo poteva realizzarsi solo in paesi a evoluto sviluppo industriale e civile (Francia, Germania e Inghilterra). Lì il proletariato operaio, in prepotente crescita insieme all’industrializzazione, sarebbe presto diventato, diceva lui, la maggioranza assoluta della popolazione (80%? una delle tante sue previsioni sbagliate: la classe operaia non si è mai neanche lontanamente avvicinata a quella percentuale ed ora è in verticale declino numerico) ed acquisito una coscienza di classe. La classe padronale invece, per la feroce concorrenza liberista che avrebbe eliminato gli imprenditori più deboli, si doveva drasticamente assottigliare avviandosi verso il monopolio. Marx non parlò mai di dittatura del proletariato (secondo uno studioso si trattò della cattiva interpretazione/traduzione di un’iperbole del grande pensatore ottocentesco). Però, di fronte ad un mondo prossimo venturo che lui prevedeva composto alla fine da un’80% di proletari senza diritto di voto né altri diritti politici, e da un 1% di padronato con tutti i poteri, come contestare la sua convinzione che a quell’80% (per noi “democratici” moderni, per niente rivoluzionari, basta il 50% dei voti più uno) spettasse invece tutta la gestione della res publica, aziende comprese?

 

Dunque: Marx a sinistra anche estrema, ma Lenin, Stalin, Brescniev, Mao, Kim Il Sung, Pol Pot e Castro a destra, pure estrema (altro che sinistra!).

 

Insomma il socialismo e il comunismo delle origini postulavano la società orizzontale (ossia la sinistra) ma poi leninismo, maoismo e gli altri ismi  ne hanno rovesciato l'anima come un calzino.

 

Questo deve capire Federico (e magari fosse lui solo a non averlo capito!).

 

E deve anche capire che il comunismo italiano era, almeno dal 1946 in poi, moderatamente marxista e per niente, al suo interno, stalinista (non più stalinista di altri partiti italiani: si pensi a Craxi o Andreotti o La Malfa): era democratico più o meno quanto gli altri partiti. Tant’è che ha partecipato con convinzione e da protagonista al pluripartitico (insieme ai monarchici!) Comitato di Liberazione Nazionale e quindi alla Resistenza, senza problemi, ed ha avuto una parte fondamentale nella redazione di una Costituzione repubblicana e democratica esemplare (ed oggi si vede quanto quel testo sia importante per il difficile salvataggio della nostra debole e imperfetta democrazia), anche approvando le parti meno nobili di essa (si pensi all’accettazione, spero obtorto collo, del concordato fascista col Vaticano). Tutto si può rimproverare al Pci tranne di essere, ripeto almeno dal 1946 in poi e nonostante Togliatti e al di là delle posizioni di facciata, favorevole allo stalinismo o al dispotismo sovietico.

 

A proposito dell’URSS, voglio meglio spiegare il mio pensiero. Un paese arretrato non cresce e non cambia a seguito di una rivoluzione o di qualsiasi altro capovolgimento improvviso (Iraq e Afganistan docunt). La Russia era zarista prima della rivoluzione del 1917 (lo zar ha inventato i gulag siberiani, non Stalin). Continuò ad essere zarista dopo, sotto Stalin e compagni: un nuovo zar si sostituì a quello precedente e all’aristocrazia si sostituì una nomenclatura con privilegi come le dacie, i negozi fornitissimi e gli ospedali attrezzatissimi, il tutto riservato esclusivamente ai membri del soviet supremo (cose che allo zar non era mai neanche passato per la mente di realizzare per i suoi boiari). Ed è restata zarista dopo la caduta del regime cosiddetto “comunista” (con Eltsin e Putin).

 

E a proposito delle stragi staliniste, che cosa si crede che sarebbe successo se l’Armata bianca nel 1917 avesse battuto quella rossa? Cosa sarebbe successo di lì a poco (pochi giorni o pochi anni o pochi decenni dopo) in un paese dove un principe a cultura medievale (medievale!) avesse potuto continuare a costringere ad una sudditanza medievale (medievale!) due o trecentomilioni di abitanti in pieno ‘900 (e in Europa per giunta)? Forse i morti sarebbero stati anche di più. Lo stesso discorso vale per Cina e dintorni (la Cambogia di Pol Pot, per esempio) e per la stessa Cuba. La cartina al tornasole ce l’abbiamo in Africa: prima della caduta del “comunismo” sovietico c’erano rivolte e stragi tra i suoi fautori e i suoi oppositori (e quindi riconducibili, si disse allora, alla malefica influenza “comunista”). Poi il “comunismo” è scomparso anche in Africa, ma lì si muore di ferro, di fuoco e di fame assai più di prima.

 

Chiudo con un episodio di cui sono stato testimone oculare.

 

Alla fine degli anni ‘60 sull’architrave del più transitato sottopasso di Bari, un giorno apparve un’enorme scritta di vernice rossa, leggibile da un centinaio di metri: SERVIRE IL POPOLO. Si trattava dei cosiddetti maoisti, un movimento sedicente di sinistra estrema (ma picchiavano come fascisti), convinti che l’esperienza cinese potesse essere riprodotta con successo in Italia. Passò qualche mese e poi improvvisamente le migliaia di automobilisti che tutti i giorni passavano sotto quell’arcata poterono leggere sotto la prima una seconda minuscola ma chiarissima scritta: IL POPOLO SI SERVE DA SOLO. Probabilmente fu interpretata da tutti come la felice trovata di un buontempone, mentre avrebbe dovuto indurre a ben più meditate riflessioni. Checché la scritta grande e urlante volesse far intendere (niente quanto quelle tre parole identifica bene una destra, anzi tutte le destre, le peggiori: si pensi a Berlusconi), nella realtà il modello cui inneggiava era quello di una pauperistica società sterminata, rigidamente “servita”, appunto, da un pugno di mandarini guidati da un imperatore, come nell’URSS. Un impero oltre tutto squassato, nella migliore tradizione imperiale, da sorde congiure di palazzo: l’impero è sempre la destra. Inutile sottolineare quanto invece la seconda, sommessa scritta, sottintenda la sinistra nel più esemplare e sintetico dei modi.

 

Chiudo finalmente. Sarò stato un po’ categorico e approssimativo, ma spero di essere riuscito a far capire il senso (e scusate la logorrea, ma avevo premesso che mi volevo sfogare, una volta tanto!).

 

Mauro Aurigi

 

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#166 From: <fr.cascioli@...>
Date: Sat Mar 28, 2009 11:39 am
Subject: La soddisfazione di un moderatore: dibattito su "Lotta Continua"
c3050277
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La soddisfazione di un moderatore – in questo caso del sottoscritto – è quando, dopo aver inviato un messaggio succede qualcosa.

Spesso, ad esempio per tutti i brani sulla mafia ultimamente spediti, non è accaduto nulla. Nessuno scrive, niente email di commento. Il pezzo in questione al moderatore è costato fatica.

Non tanto leggerlo (almeno per me, documentarmi sulla storia è un piacere) quanto digitalizzarlo: scannerizzare le pagine del libro che mi ha interessato, trasformare quella scansione – che, all’inizio, è solo la fotografia di un testo – in un file word usando un OCR (un software gratuito che riconosce in maniera ottica i caratteri, i più usati sono Textbridge e Ominipage). Tantissima gente ha un OCR, ma non sa che esiste o non sa usarlo. È infatti regalato in ogni Cd di installazione di uno scanner. Senza l’OCR questa mailing non avrebbe potuto esistere, perché sarebbe impensabile ribattere a macchina tutte le pagine che segnalo.

 

Tornando ai messaggi inviati, se nessun lettore si dimostra interessato, vuol dire che molti dei 200 iscritti avranno letto il testo, ma che – per dirla in gergo – “non gli ha fatto ne caldo né freddo”.

Del tutto diverso è il caso quando ad un messaggio da me inviato, fanno seguito una o più email di commenti.

Ecco che anche solo questo, conferisce un senso ulteriore alla nostra mailing.

Vuol dire che “di là c’è qualcuno”. Dietro ogni indirizzo email attualmente presente nell’indirizzario, c’è un appassionato di storia. Gente che vuole capire, a cui interessa documentarsi.

Al di là di cosa c’è dentro le email di risposta, già che qualcuno scriva vuol dire molto, e mi ricompensa del lavoro che c’è dietro la mailing.

Se poi le email sono anche interessanti, come quelle di cui stiamo per parlare, allora la soddisfazione è veramente grande.

 

Rispetto all’ultimo messaggio postato nella lista, ci ha scritto Federico fedebiella2001@... :

«Trovo molto interessante quanto riportato. In generale mi interessa alquanto la storia delle formazioni politiche di estrema sinistra in Italia.

Una cosa che mi piacerebbe conoscere è come i militanti di "Lotta continua", "Potere Operaio", "Democrazia Proletaria" ecc. consideravano l'URSS.

Questi militanti erano comunisti e mi chiedo come realmente si rapportassero con il Paese che era la patria del socialismo reale, il primo Paese al mondo ad aver avuto un governo comunista.

 

Mi chiedo: ma quei comunisti italiani si sono mai presi la briga di farsi un viaggio in URSS o nei Paesi dell'Est? in fondo, loro il visto per il blocco comunista potevano averlo, mentre i compagni dell'Est non potevano mettere un piede al di là della cortina di ferro (se non quando riuscivano a scappare).

Mi chiedo ancora: ma questi comunisti italiani di Lotta continua et similia hanno mai visto, negli anni sessanta e settanta, come si viveva al di là della cortina di ferro?

Non parlo solo del fatto che là vigesse un sistema a partito unico sorvegliato dalla polizia politica, cosa che fa abbastanza a pugni con la democrazia e la libertà di cui quei compagni italiani si dicevano propugnatori, ma delle condizioni materiali della gente: scarsità di beni di consumo, sistema industriale totalmente votato agli armamenti, borsa nera, frontiere come detto ermeticamente chiuse.....

Mai avuto un cedimento, un dubbio o un ripensamento di fronte a queste situazioni?

Quanto agli avvenimenti internazionali, poi: tutti uniti a marciare, urlare slogan contro l'imperialismo americano e intonare inni ai Vietcong, ma poi tutti zitti se l'URSS reprimeva i tentativi di riforma della Cecoslovacchia, soffocandone la Primavera sbocciata troppo presto.

Infine mi chiedo: quei lottatori continui, quegli operai venuti dalle Università (dove più che studiare occupavano le aule), quei democratici proletari che hanno passato anni a vagheggiare la Rivoluzione rossa, cosa hanno mai provato a vedere che la vera grande Rivoluzione del secolo ventesimo, questa sì venuta dal popolo, spontanea ed irrefrenabile, si è realizzata proprio contro regimi COMUNISTI?

Cosa mai hanno pensato vedendo che gli operai dei paesi capitalisti, in teoria poveri sfruttati dai perfidi padroni, se la passavano in realtà molto, ma molto meglio  degli operai cittadini dei "paradisi socialisti"?

Che cosa avranno detto vedendo per televisione le bandiere rosse bruciate DAL POPOLO, i palazzi del potere comunista assaltati DAL POPOLO, gli slogan per la democrazia  e la libertà  venire DAL POPOLO contro il vecchio apparato di potere del Partito Comunista?

Dal popolo eh? Non da gruppi di golpisti fascisti, reazionari clerical-bigotti servi dell'Occidente!

Chiunque abbia potuto vedere quei compagni nei giorni della caduta dei regimi dell'Est ha goduto, di certo, di uno spettacolo impagabile.

Arrivederci a tutti.

Federico

PS.

Volete un buon consiglio bibliografico? A. Preziosi: L'URSS dal trionfo alla catastrofe.

Scoprirete come il regime sovietico per decenni abbia affamato, ucciso e terrorizzato il suo popolo. Per la prima volta nella Storia, forse, un governo contro il suo popolo, nel nome di una ideologia fondata su di una assurda utopia.»

 

 

Gli ho risposto:

«Gentile Federico,

naturalmente io parlo per me, per la mia esperienza degli anni 1968-1976.

Nessuno – nella sinistra extraparlamentare – giudicava positivamente l’Urss, proprio nessuno.

Caso mai una domanda legittima è: “Cosa ne pensavano delle carestie in Cina degli anni 1959 – 1961, provocate anche per il caos imposto all’economia dai leader di Pechino, fra cui Mao, responsabile del “Balzo in avanti” che portò a morti per fame e a disorganizzazione.

Se vuole la mia personale risposta: non ne pensavano nulla, perché io e altri all’epoca militanti dell’estrema sinistra non conoscevamo quelle informazioni. Se anche qualcuno ce le avesse riportate, l’avremmo considerata una menzogna dei nemici del maoismo.

C’erano poi anche sfumature a questo proposito rispetto alla “vicinanza” con i Cinesi. Si andava dall’”Unione dei marxisti leninisti – Servire il popolo” che era totalmente filocinese, fino a Potere Operaio, a Lotta Continua e agli anarchici, che filo-cinesi non lo sono stati mai.

 

Questo accadeva ormai 30 anni fa, nel 1989 cadeva il Muro.

Scrive:

«Chiunque abbia potuto vedere quei compagni nei giorni della caduta dei regimi dell'Est ha goduto, di certo, di uno spettacolo impagabile.»

Lo credo anch’io, benché nel 1968 fosse un evento difficilmente prevedibile.

 

Scrive:

«Quanto agli avvenimenti internazionali, poi: tutti uniti a marciare, urlare slogan contro l'imperialismo americano e intonare inni ai Vietcong, ma poi tutti zitti se l'URSS reprimeva i tentativi di riforma della Cecoslovacchia.»

Questo non è vero. Sia il Pci che Il Manifesto che Lotta Continua condannarono l’invasione di Praga.

Il Vietcong era – oggettivamente – un eroe. Circa l’affermazione implicita che oggi il Vietnam è una dittatura, su questo posso convenire con lei.»

 

 

Ci ha scritto poi Attilio Mangano attilio.mangano@...

«Ricordo bene il libro di Cazzullo, che rimane per molti versi uno dei capisaldi della ormai vasta bibliografia su Lotta Continua.  E' una bella ricostruzione di percorsi e interrogativi della memoria che ancora oggi suggerisce una serie di piste e di chiavi di lettura, a più livelli. Questo libro di Cazzullo può aiutare la ricostruzione sia di storie generazionali  che di culture politiche che di stagioni  della storia sociale. Come e perché una generazione da un lato scoprì gli operai e dall'altro tentò con essi troppe cose, unire percorsi e stili di vita, cambiare insieme, vivere la militanza come arricchimento e trasformazione, prendendo atto poco per volta, in modi patetici  e a volte tragici o semplicemente sconsolati  di un fallimento  della comunicazione e della prassi  che non impediva  comunque a molti di cambiare davvero, agli operai di non essere più tali o di cercare altro, al giovane intellettuale  di Lotta Continua  di disamorarsi, o di prendere atto di una sconfitta, o ancora di uscirne così trasformato  da non essere più o solo un militante mili-tonto, che voleva essere realista e chiedere l'impossibile, come recitava uno slogan del maggio francese.»

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#165 From: <fr.cascioli@...>
Date: Fri Mar 27, 2009 11:47 am
Subject: Essere stato un militante di "Lotta continua"
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Non sono stato un militante di “Lotta continua”, in quegli anni simpatizzavo di più con "Il Manifesto".

Ho però trovato interessante il brano che vi segnalo:

 

 

Estratto da: Cazzullo Aldo, «I ragazzi che volevano fare la rivoluzione storia di Lotta continua», Mondadori.

 

«Va detto» sostiene Pietrostefani «che gli operai simpatizzanti di “Lotta continua” hanno guadagnato. Alcuni hanno trovato moglie, altri si sono inventati nuovi lavori. C'è chi è andato a fare turismo politico in Cina, chi a tenere conferenze in Germania. Hanno frequentato ambienti in cui i loro colleghi di dieci anni prima o dieci anni dopo non avrebbero mai messo piede. E i reparti d'inferno da cui partivano le lotte non esistono più.»

 

«Ci accusavano di aver strumentalizzato gli operai. È accaduto l'inverso: noi siamo stati strumentalizzati dagli operai, o meglio c'è stata una strumentalizzazione reciproca. Gli operai non erano un appendice, ma il cuore di Lotta continua, si sono sempre sentiti un po' padroni, primattori dell'organizzazione, e questo ha innescato i conflitti con gli studenti.»

 

«Era l'incontro tra figure mitizzate» spiega Marco Revelli. «Io avevo elaborato una concezione altissima di chi stava al di là del cancello della fabbrica, loro avevano fatto altrettanto con noi. Eravamo vittime di un doppio fraintendimento. Noi studenti, che nel Sessantotto avevamo misurato la nostra personale inutilità - una volta occupato il territorio sacro dell'università, ci eravamo accorti che era un guscio vuoto -, vedevamo negli operai i demiurghi, i padroni della produzione, i detentori del vero potere sociale. Ma li incontravamo all'inizio del loro declino, quando stavano per essere ridimensionati dall'automazione. Dall'altra parte, gli operai pensavano di incontrare un'élite sociale, esponenti delle classi alte, detentori del linguaggio, dell'informazione, dell'immagine, della comunicazione, proprio quando noi ci negavamo come élite e teorizzavamo che la fabbrica doveva essere la nostra università. Si pensava fosse un incontro fra potenze, ma era un incontro fra impotenze; non tra due forze, ma tra due debolezze. Questo fraintendimento avrebbe pesato sulla storia di Lotta continua. Gli operai vennero in qualche modo divinizzati, c'era la corsa ad accaparrarsi la simpatia e l'adesione politica delle figure più in vista, furono posti in una posizione falsa a cui non corrispondeva la sostanza. A parte personalità forti, come Bonfiglio, Parlanti, Platania, Vaccaro, con altri il rapporto si bruciò rapidamente. Ne derivarono frustrazioni reciproche: erano rapporti con un alto investimento esistenziale e una grande difficoltà di gestione quotidiana. E alla fine ci si accorse che non c'era stato scambio reale: gli studenti non avevano dato parte della loro cultura agli operai, gli operai non avevano dato parte della loro esperienza agli studenti. Non c'era stato tempo, nella furia della politica, di scambiarsi la memoria.

 

«Per anni» aggiunge Nino Vento «sono andato in giro a dire agli studenti di lottare contro la divisione fra tecnici e liceali, fra operai e studenti, come se le differenze non esistessero davvero. E gli operai hanno sentito per anni ragazzine e ragazzi imberbi fare questi discorsi confusi, motivati anche dal disgusto dei figli della borghesia per i padri e i benefici della loro classe e dall'attrazione per il diverso. In quel ribaltone di classi e categorie il divertimento di conoscersi, di vivere diversamente, di contestare era un valore positivo in sé, aveva un contenuto che è evaporato col tempo. Restò solo la fatica di dedicarsi gratuitamente dieci ore al giorno a un lavoro di proselitismo che non dava grandi risultati. Diventò insostenibile per gli studenti e le donne una militanza in nome di una classe operaia che alla fine aveva dentro Le pochi e modesti rappresentanti, spesso figure contraddittorie, un po' grezze, senza grande cultura. I figli dei proletari rifiutavano di andare davanti alle fabbriche dei genitori o di tenere assemblee nei quartieri, preferivano stare fra di loro, organizzarsi in circoli, vivere per se stessi. II partito non riuscì più a mediare tra diverse anime e diversi interessi, anche perché non aveva potere, denaro o influenza da distribuire. I liceali di un tempo si erano laureati, gli altri si ritrovarono a trentacinque anni con storie familiari a pezzi. Quel lungo periodo di straniazione dalla vita personale senza vittorie presentò il conto. Non c'era più disponibilità al sacrificio, ad alzarsi alle quattro del mattino per andare ai cancelli della Fiat, a partecipare ad assemblee senza diritto di parola, a stare senza un soldo in tasca.

 

Cazzullo Aldo I ragazzi che volevano fare la rivoluzione storia di Lotta continua, Mondadori  277

 

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#164 From: <fr.cascioli@...>
Date: Tue Mar 3, 2009 11:41 am
Subject: oggetti trovati nel covo del capo della mafia
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Si concludono con questa email gli invii relativi al libro di Attilio Bolzoni, “Parole d’onore”.

 

Ho tenuto per ultimi questi due brani perché sono i più divertenti.

 

Ecco che il capo della mafia compra gli spaghetti come noi.

 

Trovo poi splendido l’elenco di frasi fatte che il capo mafia teneva pronto per ispirarsi nei suoi pizzini.

Spero diverta anche voi.

 

Oltre a diversi santini, nel covo di Bernardo Provenzano sono stati ritrovati:

«- Una bilancia pesapersone con pedana di colore avion marca «Maross»; una scala in legno grezzo con nove pioli; due confezioni di pasta Barilla «mezzi canneroni n. 48» di i kg di cui una aperta; una bottiglia da 500 ml di acqua recante l'etichetta «San Benedetto Acqua Frizzante»; una confezione di cartone contenente quattro batterie stilo marca «Superpila» da 1,5 V; dieci penne a sfera; un bianchetto a penna; un sacchetto di plastica contenente sei ruote di scotch; un pennarello.

- Tre santini di carta raffiguranti «Maria SS AddolorataSantuario di Corleone»; un santino di carta raffigurante «Maria SS delle Grazie di Corleone»; un santino di carta raffigurante «Sacro Cuore di Gesù»; un santino di carta raffigurante «Cardinale Pietro Marcellino Corradini»; un quadro con cornice in legno di colore marrone raffigurante e con la scritta «La Madonna delle Lacrime di Siracusa»; un quadretto, privo di cornice, in cartone raffigurante una donna e con la scritta «Maria Regina dei cuori Maria Regina delle famiglie»; due santini raffiguranti rispettivamente uno «Maria SS del Rosario di Tagliavia» e l'altro «B. Bernardo Da Corleone Cappuccino»; settantatré santini raffiguranti il Cristo con la scritta «Gesù confido in te».

- Un libro dal titolo La salute in tavola Imco Waterless all'interno del quale si osserva un segnalibro in cartoncino riproducente un crocifisso con la scritta «Giubileo dell'anno 2000»; una confezione di grissini «Mulino Bianco» con all'interno due pacchetti integri; tre confezioni di biscotti del «Mulino Bianco» Grancereale classico da 500 gr di cui una

aperta e mancante di qualche biscotto; una scatola di «Riso Flora Parboiled»; una scatola di bacetti «Perugina» contenente un cioccolatino «Perugina» a forma di cuore ed un «Pocket coffee Ferrero»; due confezioni di cioccolata «Cuorenero senza colesterolo e senza zucchero» di cui una vuota e l'altra parzialmente mancante.

- Un termosifone elettrico marca «De Longhi»; una stufa alogena «Caldo casa»; un tavolo in legno dalle dimensioni di 73x28,5 cm; un materasso matrimoniale di colore beige a fantasia marca «Saninflex» delle dimensioni di cm 190x185 circa; un sacchetto di plastica contenente un maglione di colore marrone sulla cui etichetta si legge «100% Cachemíre» marca «Ballantyne» taglia 112 cm 44; un pigiama di colore rosso e grigio marca «Timonier» taglia quarta; una maglia color bordeaux marca «Drumohr» sulla cui etichetta si legge «100% Cachemire» taglia 107 cm 42; un maglione di colore blu di cachemire marca «Heritage»; una maglia di color amaranto con etichetta «Ballantyne Giovanni Alongi Palermo 100% Cachemire»; un paio di pantaloni in tessuto tipo panno colore blu con etichetta «Excelsior Giovanni Alongi taglia 50».

Un dispositivo per infusione endovenosa sigillato nella relativa confezione; cinque aghi per siringa marca «Microlange 3»; un paio di occhiali da sole marca «Lotto»; una bottiglietta, parzialmente utilizzata, con relativa scatola di «Eau de Toilette-Roland Garros»; un flacone da 50 ml di dopobarba completo di scatola marca «Armani»; tre berretti tipo «coppola» di vario colore; un lettore di cd; un cd di Mario Merola; un cd con le selezioni di Claudio Villa e un altro con le selezioni di Mina; la colonna sonora. de «Il Padrino parte II»; la raccolta delle «Canzoni dei Puffi».»

Bolzoni Attilio, “Parole d’onore”, Rizzoli, pag. 274

 

«Sopradetto. Unicamente parlando. Praticamente lui»

Sandro Lo Piccolo

Citazioni e parole trovate in un quaderno di Sandro Lo Piccolo. Otto fogli, il suo «dizionario». Frasi da usare di volta in volta nei pizzini.

 

«Nella vita c'è un valore umano che vale più della libertà, che è l'onore e la dignità.»

«C'è una parabola che dice che a un albero puoi togliere le foglie, puoi tagliare i rami, ma quando le radici sono forti e grandi, stai pur tranquillo che sia i rami che le foglie ricresceranno.»

«Rimbocca le maniche... mi riallaccio nuovamente... L'Artefice... Sono fermamente convinto... Fintanto che. Scivola come un'anguilla. Però con le condizioni. Per questo che sento, ti dico che sono rattristato (o mi rattrista)... Ti ho formulato diverse domande, ma non ricevo a oggi le risposte. Per fortuna ognuno è arbitro di se stesso.»

«Extremis, a mali estremi estremi rimedi. Non tollero, tolleranza. Non voglio fare né la morale e né quantomeno la paternale a nessuno. Determinante. Delucidazioni. Non collima, collimano. Pondera bene. Sei stato molto esauriente. In via ufficiosa. In via confidenziale. Io non posso fare il frate francescano per fargli un favore a loro.»

«Naturalmente questa vicenda ha suscitato in me i più profondi sentimenti di amarezza, sofferenza e dolore, ma non ha scalfito la mia dignità che conservo integra.»

«Cerco di scandire la giornata come meglio posso.»

«Non c'è bisogno di ringraziarmi, quando le cose si fanno con il cuore è già tutto incluso.»

«Intanto ciò un problema di cui, pur non volendo, devo purtroppo caricarti. Comprensibilmente. Ci macherebbe altro. Putroppo la vita non è sempre rose e fiori. Ci siamo intesi... Io ad esempio farei... o cercato disperatamente - perdutamente

...» «Voglio una cosa più - viscerale - profondamente radicato tipo: amore.»

«Però che rimanga internostro è non gli si esterni nulla di questo che ti ho appena detto. Se questo è l'unico modo x stargli vicino questo, ben venga!»

«Il panico è il nemico della ragione.»      

«Te lo dico fin d'adesso... ti anticipo fin da ora... finora non mi risulta... nel fare pervenire i miei saluti... È bene che tu da ora sappi... poi volevo farti sapere che per quanto riguarda.»

«Sopradetto. Unicamente parlando. Praticamente lui, loro, sostengono che tu... Volente o nolente. - In sordina - pretesto - il mio non è un riprovero, mene guarderei bene. I sorci verdi.»

«Tu, secondo me, fai il finto scemo.»

«Nella mia modestia esperienza... Inizio subito chiedendoti scusa per avermi scordato... Finché io ci sarò, non devi mai. Che non sia una cifra esosa.»

«In questi anni ho imparato a conviverci accettando i suoi difetti e i suoi pregi. Probabilmente - naturalmente - poiché - finché - anziché - affinché - appositamente - chi... beh... - factotum - interloquire - curriculum. Gratuitamente.»

«Purtroppo il destino a me, mi ha messo davanti a una dura prova.»

«Dobbiamo cercare di non lasciare nulla di intentato. Devi tenere presente. Secondo me, questo tizio e uno che gli piace seminare zizzanne... la puntualità rispecchia la personalità.»

«Freudiano, filosofo Freud.»

Bolzoni Attilio, “Parole d’onore”, Rizzoli, pag. 340

 

 

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#163 From: <fr.cascioli@...>
Date: Mon Feb 23, 2009 11:49 am
Subject: Dell'Utri, Berlusconi e la mafia
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La mafia  e Forza Italia

«Certo, poi, quando cade il Muro di Berlino...»

Antonino Giuffrè

«In certi paesi è da bambini che si comincia a respirare l'aria mafiosa, che portava a un solo stretto legame con la politica, con la Democrazia cristiana. Così, in fondo, il nostro lavoro era anche facilitato, perché la gente del popolino aveva paura dei comunisti, erano visti come il diavolo. Noi invece avevamo l'acquasanta, che era appunto la Dc. Certo poi, quando cade il muro di Berlino, i comunisti non mangiano più i bambini e non sono più il diavolo, il discorso non ci venne più a quadrare. E noi, che eravamo stati quelli che avevano garantito l'ordine ai signori democristiani, cominciavamo a essere messi da parte. Inaccettabile.»

«La mafia non dà niente per niente, ci deve sempre guadagnare. Allora io do una cosa a te politico e tu dai una cosa a me mafioso. Io do a te un potere, ti porto a Roma, tu a me mi devi garantire immunità, favori, guadagni. Fino a quando tutti i nostri discorsi non sono in equilibrio.»

«Non pensate che noi siamo quelli che controlliamo politicamente la Sicilia, sarebbe una cosa molto sbagliata crederlo. Noi abbiamo avuto da sempre l'astuzia di metterci con i vincitori. Nel 1987 capimmo che erano i socialisti. Nel 1994 Forza Italia. Mica Forza Italia l'abbiamo fatta salire noi. Era la gente a essere stufa della Dc. La gente comune era stufa dei politici. Con chiunque parlavo, c'era una sola voce, Forza Italia, come fosse un'ancora di salvezza.»

Bolzoni Attilio, “Parole d’onore”, Rizzoli, pag. 288

 

Dell'Utri, Berlusconi e la mafia

«Gli uomini d'onore erano abituati a contatti con persone altolocate»

Antonino Calderone

Francesco Di Carlo:

«Incontrai nuovamente Marcello Dell'Utri, a Milano... eravamo alla metà degli anni Settanta... C'erano anche Stefano Bontate, Mimmo Teresi e Gaetano Cinà... Tutti erano particolarmente eleganti e chiesi perché, mi risposero che dovevano vedere un grosso industriale, mi chiesero di andare con loro a questo incontro. Andammo in un ufficio non molto distante dal centro di Milano, ci accolse Marcello Dell'Utri... dopo quindici minuti venne Silvio Berlusconi...».

«Ricordo che Stefano Bontate invitò Berlusconi a investire in Sicilia, lui, però replicò che "già temeva i siciliani che al Nord non lo lasciavano tranquillo". In effetti Bontate mi aveva già anticipato, in macchina, che la persona che dovevamo incontrare aveva paura di essere sequestrato... Bontate replicò a Berlusconi che non avrebbe più avuto nulla da temere, che già c'era vicino a lui Marcello Dell'Utri e che, comunque, gli avrebbe mandato qualcuno dei suoi in modo da non fargli avere più alcun problema con i"siciliani"...»

«Successivamente Gaetano Cinà mi ha raccontato che era stato mandato da Silvio Berlusconi Vittorio Mangano, che allora apparteneva al mandamento di Stefano Bontate, e che per qualsiasi contatto con lo stesso Berlusconi si sarebbe dovuto passare sempre da Vittorio Mangano. Al termine di quell'incontro a Milano, Berlusconi disse testualmente che "era a nostra disposizione per qualsiasi cosa". La stessa cosa gli confermò Stefano Bontate...»

 

Antonino Calderone:

«In quel periodo a Milano ho frequentato spesso Vittorio Mangano... un giorno lo incontrai in un ristorante anche insieme a Marcello Dell'Utri, che mi venne presentato da Mangano come il suo "principale". La presenza di Dell'Utri non impressionò più di tanto, in quanto gli uomini d'onore allora erano abituati ai contatti con persone altolocate...».

 

Salvatore Cancemi:

«Quando Riina mi fece il nome di Dell'Utri e mi disse che era una persona di fiducia di Berlusconi, dando quindi per implicito che Dell'Utri era in contatto con noi, la cosa non mi stupì, io già sapevo da Mangano di quei contatti... Ma Rima mi disse anche di riferire a Mangano che lui non doveva più interferire in quel rapporto... perché da quel momento i rapporti con Dell'Utri li teneva direttamente Totò Riina... Usò un tono minaccioso, lasciandomi chiaramente intendere che se Mangano non si fosse tolto di mezzo, lo avrebbe eliminato».

«Il rapporto fra Mangano e Dell'Utri era strettissimo. Mangano in pratica usava Dell'Utri e gli poteva chiedere qualsiasi cosa: per esempio Mangano mi disse che nella tenuta... nella disponibilità di Dell'Utri... furono nascosti anche latitanti... i fratelli Grado... In sostanza Mangano aveva un tale ascendente su Dell'Utri che poteva ottenere qualsiasi cosa...»

«In quell'incontro Totò Riina mi riferì anche che Silvio Berlusconi stava acquistando immobili diroccati nella zona di via Maqueda, via Roma, via Sant'Agostino, cioè tutta la fascia della zona vecchia che arriva fino al teatro Politeama, territorio che cade nel mio mandamento... È ovvio che Berlusconi non avrebbe mai potuto fare una speculazione edilizia di quella portata senza avere il benestare di Riina... Non si può venire in Sicilia e fare affari senza il consenso di Cosa Nostra, soprattutto come in questo caso, con interessi e un giro d'affari così grande...»

Bolzoni Attilio, “Parole d’onore”, Rizzoli, pag. 298

 

«Vittorio Mangano è un eroe, a modo suo»

Marcello Dell'Utri

Marcello Dell'Utri spiegava, dodici anni prima, ai procuratori di Palermo i suoi rapporti con Vittorio Mangano.

«L'ho conosciuto nella Palermo degli anni Sessanta, io ero allenatore della Bacigalupo, una squadra di calcio giovanile. Lui era una specie di tifoso. Commerciava in cavalli. Me ne ricordai nel 1975. Mi ero trasferito a Milano, ero diventato assistente di Berlusconi, che era stato mio compagno di università. Silvio Berlusconi mi incaricò di cercare una persona esperta di conduzione agricola. Così io chiamai Mangano. Rimase ad Arcore due anni. E si comportò benissimo. Trattava con i contadini, si occupava dei cavalli.»

«Vittorio Mangano venne assunto su mia indicazione alle dipendenze del dottor Berlusconi. Infatti, subito dopo il mio arrivo a Milano, Berlusconi aveva acquistato la villa Casati e mi incaricò del reperimento del personale per mandare avanti la villa. Riguardo al fattore, mi ricordai che Vittorio Mangano si intendeva di cavalli, cani ed anche di coltivazioni. Presentai quindi Mangano al dottor Berlusconi che approvò la scelta.»

Bolzoni Attilio, “Parole d’onore”, Rizzoli, pag. 299

 

Lettere anonime

«Mutolo, sei un grandissimo spionaggio»

Totò Riina

Offese e calunnie.

Tommaso Buscetta:

«Totò Riina è un uomo ammalato di sbirritudine. Si è sempre

comportato come uno sbirro, rivolgendosi alla polizia per eliminare, se non poteva farli uccidere, i suoi avversari. No, non era un confidente. Aveva il vizietto... diciamo così... aveva il vizietto delle lettere anonime... Uh, quante ne ha scritte!».

 

Gaspare Mutolo:

«Le lettere anonime le abbiamo sempre considerate un atto non buono».

 

Michele Greco:

«A me mi hanno rovinato le lettere anonime. Un anonimato cieco e cattivo».

Bolzoni Attilio, “Parole d’onore”, Rizzoli, pag. 265

 

Nel nostro territorio era tutto tranquillo       

«Quando stai in quella pasta, più la mangi e più ti piace»

Giuseppe Marchese

«Per me Cosa Nostra era un po' come un gioco di guardie e ladri. Vedevo soprattutto il rispetto che portavano a mio zio, e poi le gerarchie, il potere.»

 

«A quell'età vedere certe cose ti porta alle stelle. Quando ti dicono cose segrete del tipo,: "Da Totò Riina devi andare tu", allora non ragioni più. Adesso, pensandoci bene, dico: ero incosciente. Ma quando stai in quella pasta più la mangi e più ti piace.»

«Nel nostro territorio era tutto tranquillo, addirittura mio zio andava persino al bar con i poliziotti. Questa è Cosa Nostra: come ti muovi ti muovi, tutto esce allo scoperto. Se c'era un furto, si sapeva subito chi era stato a farlo. Le nostre entrate poi venivano dalle ditte di costruzioni, dal traffico di droga, dal traffico di sigarette e da qualche rapina importante. Ma per fare una rapina bisognava sempre chiedere il permesso a mio zio. Ad esempio, a corso dei Mille c'era una banca, ma mio zio non ha mai dato a nessuno il permesso per fare una rapina in quella banca, perché lui conosceva il direttore.»

Bolzoni Attilio, “Parole d’onore”, Rizzoli, pag. 97

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#162 From: <fr.cascioli@...>
Date: Thu Feb 12, 2009 10:42 am
Subject: Mafia e bacio ad Andreotti
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Continuo con gli estratti da  un libro interessante: Bolzoni Attilio, “Parole d’onore”, Rizzoli.

«La mafia è un organismo democratico»

Leonardo Messina

«In Sicilia c'è Cosa Nostra che difende la democrazia. Se nell'immediato dopoguerra, nel resto d'Italia e anche in Europa nascono organizzazioni militari o paramilitari «in funzione anticomunista», tutte segrete e tutte legate ai servizi di sicurezza, nell'isola che sta al centro del Mediterraneo il baluardo naturale contro «il pericolo rosso» è la mafia. Sono i suoi boss e i suoi campieri che garantiscono - fin dagli anni Cinquanta e nell'infuocata stagione dell'occupazione delle terre - lo scudo militare e culturale contro i movimenti sovversivi e l'avanzata del Pci.

Struttura criminale al servizio della democrazia occidentale ed essa stessa sistema democratico: è questa la Cosa Nostra che conosce Leonardo Messina, capodecina della famiglia di San Cataldo.

«Intanto la mafia è un organismo democratico. Uno dei più importanti organismi democratici: non ci sono scrutini segreti, si vota per alzata di mano, davanti a tutti. Il capo viene eletto dalla base e non è vero che abbia un'immagine così rilevante. L'epicentro di tutto è la famiglia, il capo ne è solo il rappresentante. È sempre la famiglia che decide, il capo viene votato dalla base, dagli uomini d'onore, che hanno lo stesso potere del capodecina.»

Votazioni libere. Cariche a tempo, mai eterne. Controllo diretto sull'amministrazione degli affari, condivisione delle linee programmatiche dell'organizzazione, regole.

«II capo che non porta avanti gli interessi della famiglia che lo ha eletto, in un'altra riunione viene automaticamente deposto. Se è stato negligente viene rimosso e ne viene eletto uno nuovo, il quale, a sua volta, ha solo il dovere di scegliere il capodecina, cioè l'uomo di fiducia del capo. Se ha commesso cose gravi viene ucciso, se un fatto invece è lieve viene posato o messo fuori confidenza... Si può essere messi fuort confidenza in molti modi. Ci sono persone che vengono escluse per un fatto ancora da provare. Se è già provato che uno è"storto", allora l'ammazzano. La differenza tra chi è posato e chi è fuori confidenza è che il posato non lo sa di essere posato mentre chi è fuori confidenza ne ha comunicazione dal suo capodecina.»

Questa è la mafia siciliana prima dei Corleonesi. Prima del golpe di Totò Riina. Con la conquista di Palermo e delle sue famiglie, i boss di Corleone stravolgono l'anima di Cosa Nostra.

Le elezioni sono abolite, i capi di ogni borgata non scelgono più il loro delegato per nominare i capimandamento, gli stessi mandamenti vengono sciolti d'imperio e ricostruiti da un giorno all'altro per una nuova redistribuzione sul territorio. Nella provincia di Palermo, da ventiquattro diventano cinque o sei. Si allungano dal centro della città anche per trentacinque chilometri verso ovest, nella direzione di Trapani, o verso est nella direzione delle Madonie. Ai loro vertici Totò Riina piazza solo i suoi fedelissimi. Non ci sono più «correnti» in Cosa Nostra. Non ci sono più alleanze, schieramenti.

La Commissione è un governo senza poteri, svuotato di: ogni autorità. Non dispone, non delibera più. E si riunisce solo di tanto in tanto. I suoi componenti vengono informati degli avvenimenti sempre a cose avvenute, c'è solo un partito oramai: il partito dei Corleonesi. C'è solo un uomo che comanda: Totò Riina. Nel 1984 Cosa Nostra è una dittatura.

Bolzoni Attilio, “Parole d’onore”, Rizzoli, pag. 126

«Salutò con un bacio tutti e tre»

Baldassare Di Maggio detto Balduccio

«All'appuntamento Totò Riina arrivò con un'utilitaria, salì sulla mia Golf dicendomi che dovevamo andare da Ignazio Salvo. Quando siamo arrivati al cancello del garage del palazzo dove abitava Ignazio Salvo, trovammo Paolo Rabito che ci aprì il cancello e poi ci fece posteggiare la macchina nel garage. Io, Totò Riina e Rabito salimmo con l'ascensore nella casa di Salvo, lui ci fece entrare, facendoci percorrere un corridoio fino in fondo. Sulla destra c'era una stanza, e lì ci fece entrare. Lì dentro c'erano Giulio Andreotti e l'onorevole Salvo Lima. Tutti e due si alzarono e ci salutarono.»

«Io strinsi la mano ad Andreotti e a Salvo Lima e baciai Ignazio Salvo, che pure avevo già salutato prima. Totò Riina invece salutò con un bacio tutti e tre gli uomini: Andreotti, Lima e Salvo. Subito dopo io andai via, insieme a Paolo Rabito, in un'altra stanza. Li lasciammo soli. La stanza dove vidi Giulio Andreotti era in realtà un salone, almeno due vani, con un pavimento in legno e in parte coperto da tappeti... entrando si vedeva sulla sinistra una grande libreria, c'era poi un divano che dava le spalle alla scrivania, una poltroncina...»

«Rimasi ad aspettare per circa tre ore, tre ore e mezza. Poi venne e chiamarmi Ignazio Salvo e tornai nel salone, salutai le persone che erano ancora presenti, cioè il senatore Andreotti e l'onorevole Lima, stringendo la mano. E me ne andai con Totò Riina. Ci accompagnò fino all'ascensore Ignazio Salvo e con noi scese ancora Paolo Rabito per aprirci il cancello.»

«Neanche durante il viaggio di ritorno Totò Rima mi disse nulla sul contenuto del colloquio che aveva avuto in quella casa. Parlammo di altre cose, ricordo che mi chiese notizie di suo "compare", cioè Bernardo Brusca. E poi anche della mia famiglia.»

«Penso, ma si tratta solo di una mia deduzione basata su, un colloquio precedente con Ignazio Salvo avvenuto circa, quindici giorni prima, che l'argomento dell'incontro fosse quello del maxiprocesso. Ricordo che Ignazio Salvo era arresti domiciliari. Non posso indicare esattamente in qual' fase fosse il maxiprocesso ma credo piuttosto avanti, comunque verso un modo sfavorevole agli imputati...»

«Io sono assolutamente sicuro di avere riconosciuto il senatore Giulio Andreotti e anche l'onorevole Salvo Lima, che; avevo visto molte volte in televisione. Non li avevo mai visto di presenza. Né li rividi più. Dopo quell'incontro non rivi più nemmeno Ignazio Salvo.»

«Non so come fossero arrivati a casa dei Salvo i due parlamentari. Non notai auto di rappresentanza per strada, n uomini delle scorte. Nella casa di Ignazio Salvo non vidi altre persone. Dopo l'incontro di cui ho parlato Totò Riina mi raccomandò che la cosa restasse assolutamente segreta, facendomi con la mano il gesto di chi chiude a chiave una porta, per dire che era un discorso di cui non dovevo parla con nessuno, neanche con Bernardo Brusca...»

«Totò Riina in persona mi ha detto più volte che non possibile che un uomo politico, di qualsiasi livello, diventi un uomo d'onore. Non è possibile nemmeno che un uomo d'onore cominci a fare politica... C'è un disprezzo di Cosa Nostra verso gli uomini politici, che non vengono ritenute persone della serietà necessaria per far parte della nostra organizzazione.»

«Io ho interpretato il bacio fra Andreotti e Riina come un segno di rispetto "finché le cose vanno nel verso giusto"... La mia impressione, ma è solo un'impressione, è quella che i tre si conoscessero già.»

Bolzoni Attilio, “Parole d’onore”, Rizzoli, pag. 210

 

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#161 From: <fr.cascioli@...>
Date: Fri Jan 30, 2009 8:37 am
Subject: Pizzo: Una tassa che è meglio dell'assicurazione
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«Così facevo la messa a posto»

confessione di Davide De Marchi

 

«Via San Basilio. Negozio Bastiano Marino cassette e cd ingrosso paga. Pub e il ristorante dentro il portone pagano. Paga Carrieri bottonificio. Panificio Spinnato paga...».

«Via Napoli. Pagano tutti indistintamente senza favoritismi e Via Borzì lo stesso e non si possono opporre rifiuti.»

«Via Venezia. Pagano l'edicolante, il ristorante, la vendita del pesce congelato, il negozio di idraulica, il supermercato accanto al bar Lucchese, il fabbro, il garage, il carnezziere Di Pari, la polleria Ferro di Cavallo, non paga B... omissis... appartenente alla famiglia dei Lo Presti e suo riciclatore...»

«Via Roma. Pagano tutti, a partire dalla Stazione ad arrivare al primo semaforo. Non paga solo il bar Ciarli, considerato il bar della polizia e con le persone che lavorano lì dentro non ho mai avuto rapporti di amicizia.»

«Rione Capo. Pagano panificio Puccio, farmacia Volturno, Ganci sedie. Tabacchi via Volturno non paga perché considerato da noi vicino ai carabinieri. Paga il grande negozio di biancheria che fa angolo tra via Volturno e il teatro Massimo, paga la parrucchiera nella traversa, paga la casa di appuntamento di una certa Giulia in via Volturno...»

«Via Bandiera. Pagano tutti i negozi di abbigliamento e di scarpe. Pagano tutti i negozi di sposa tranne il negozio di Marino, che è cognato dei Lo Presti...»

«Vucciria. Pagano tutti i fruttivendoli, indistintamente. E poi: panificio Bonaccorso, panificio Garella, Voglia di Pane, panificio Velardi in corso Vittorio Emanuele. Tutti i pescivendoli, indistintamente. Tutte le salumerie tranne C... omissis... Pagano i negozi scarpe Saccone, la polleria signora Pina, polleria Valenti paga, tabaccheria Silvio paga, tabaccheria fratelli Vitale paga, negozi abbigliamento alla Vucciria pagano, bar Bocceria paga, bar Corona non paga, appartiene Giuseppe Corona detenuto per omicidio. Chiosco bar di S…. omissis... non paga perché persona fidata loro. Bar le Cicale paga. Bar Caterina paga. Pub I Grilli via Bambinai paga. Rosticceria piazza Valverde paga.»

«Tutte le gioielleria da piazza San Domenico sino alla fine, di via Meli pagano. Tutte, senza alcun favoritismo. Tranne F.. omissis... riciclatore di oro rubato e presta grosse somme e cambi di grossi assegni. Negozio di ferramenta e colori di Sarpa Maurizio paga. Due autoricambi Fratelli Simoncini pagano. Rottamazione auto Buccheri non pagano perché ha due generi: uno maresciallo dei carabinieri e uno poliziotto.

Tabaccheria piazza Cala paga. L'unica salumeria in corso Vittorio Emanuele paga. Negozio strumenti musicali paga. Salumeria degli extracomunitari, di fronte all'entrata della Vucciria, paga. Negozio moto paga. Franco pane con la milza, detto ù vastiddaru paga. Il bar dei fratelli V…. omissis non pagano perché hanno a che fare con la droga internazionale. Specialmente hanno agganci con l'Olanda.

Così facevo la “messa a posto”.»

Bolzoni Attilio, “Parole d’onore”, Rizzoli, pag. 236

«Le persone sono molto educate nel pagare» racconta Gaspare Mutolo.

«Hanno quella mentalità per stare tranquilli. Quando sento dire di qualche imprenditore o di qualche commer ciante che non paga, io mi stranizzo... Perché a volte hanno anche dei vantaggi. Primo, perché nasce un rapporto di amicizia fra quello che va a prendere la mesata e loro; e poi per ché sono garantiti. Se succede qualche furto, quelli dell'ambiente mafioso si interessano a fargli recuperare quello che gli hanno rubato. Oppure, se qualcuno fa una truffa, c'è tutto un giro che costringe a restituire i soldi.»

Una convenienza reciproca. Una tassa che è molto meglio dell'assicurazione.

«Quindi, non è che ci perde soltanto, c'è pure un discorso di dare e di avere.»

«Le botteghe più piccole e gli ambulanti versano dai cinquecento ai mille euro al mese. Le gioiellerie e i negozi più, grandi fino a tremila euro. Quando s'inizia l'attività c'è sempre l'una tantum, che è obbligatoria. Si può pagare anche a rate, ma a Natale o a Pasqua si salda sempre tutto. La díspensa dalla mesata c'è solo in un caso: un lutto in famiglia.

II terrore vero, però, il commerciante ce l'ha quando apre per la prima volta un negozio e nessuno si fa vivo. Comincia ad agitarsi, a fare domande in giro. A chiedere agli altri, a tutti i vicini: «Con chi posso mettermi a posto?».

Mettersi a posto. È il pizzo a Palermo.

Bolzoni Attilio, “Parole d’onore”, Rizzoli, pag. 234

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#160 From: <fr.cascioli@...>
Date: Wed Jan 14, 2009 1:29 pm
Subject: estratti dal libro "Parole d'onore" di Attilio Bolzoni
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Ho letto un libro interessante: Bolzoni Attilio, “Parole d’onore”, Rizzoli.

 

Ne spedirò alcuni brani nei prossimi mesi.

Il più ghiotto lo tengo per ultimo: è l’elenco degli oggetti trovati nella casa del capo della Mafia, nel covo di Bernardo Provenzano.

È una lista curiosa, splendidamente adatta ad una malino sulla micro-storia.

Mostra un abbondanza di santini nella dimora del mafioso, oggetto magari non frequente nelle case di chi mi legge. C’è poi una bilancia, una curiosa lista di cd musicali – di certo comprati dai suoi scagnozzi, o gradito omaggio di un negozio che paga il pizzo – non c’è telefono né computer. I file Provenzano non li scarica da Emule, su questo fronte il capo della Mafia non commette illegalità, in una Palermo dagli aspetti curiosi.

 

È opulenta Palermo. «Non è ricca, è sfrenatamente ricca» scrive Camilla Cederna in un reportage dalla Sicilia. «È la città italiana dove si vendono più gioielli... tutto quello che è firmato, costoso, esclusivo... sorprendono gli eleganti negozi di via Ruggiero Settimo con le vetrine foderate di cinghiale, arredati con legni e cristalli policromi... il proprietario è un ex commesso, ma si sa che quando il denaro passa di mano di solito mancano i testimoni.»

Bolzoni Attilio, “Parole d’onore”, Rizzoli, pag. 179

 

Bolzoni cita delle notizie sugli Appalti in Sicilia:

«Sono truccati all'origine. Un'inchiesta della procura di Palermo scopre nella primavera del 2003 che, in Sicilia, il 96 per cento degli appalti pubblici intorno ai 5 milioni di euro sono aggiudicati con ribassi fra lo 0 e l'1 per cento. Cifre che parlano da sole: tutti gli imprenditori sono d'accordo. Le «notizie di reato» sono pubblicate sulla «Gazzetta ufficiale» della Regione siciliana. Per quello stesso tipo di appalti, la media nazionale dei ribassi varia fra il 16 e il 22 per cento.»

Bolzoni Attilio, “Parole d’onore”, Rizzoli, pag. 245

 

Chiudo questo messaggio con la citazione che segue:

«Il presidente del tribunale chiede:

«Buscetta, di quante persone - che lei sappia - ha ordinato la morte Salvatore Riina?».

Il pentito sorride. E risponde:

«Questa è la domanda più assurda che mi sia stata rivolta. La risposta è: tutti, tutti si rivolgevano a lui per commettere omicidi. Era lui la star di Cosa Nostra. Voi, signori della Corte, non vi siete resi conto del personaggio che avete davanti e io ho nel cuore la speranza che ve ne rendiate conto in seguito».

Tommaso Buscetta racconta di Totò Riina e dei suoi Corleonesi. Dagli anni Cinquanta, quando uccisero il loro capo Michele Navarra a colpi di mitraglia. Dagli anni Sessanta, quando «scesero» dalla Rocca Busambra a Palermo per conquistarla. Dagli anni Settanta, quando infiltrarono il loro veleno nella mafia di tutta la Sicilia.»

Bolzoni Attilio, “Parole d’onore”, Rizzoli, pag. 268

 

Se anche voi avete brani interessanti sulla criminalità siciliana e non, già come testo digitale, mandatemeli. Arricchiranno di contributi questa lista.

Saluti e felice 2009

Francesco Cascioli

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#159 From: <fr.cascioli@...>
Date: Sat Jan 3, 2009 9:42 am
Subject: Articolo sui Ritirati dal potere
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Vi mando il testo scritto insieme a Novella Fois e uscito sul precedente numero di dicembre 2008 di "Focus Storia"
 
Auguri di buon anno
 
Francesco Cascioli
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#158 From: <fr.cascioli@...>
Date: Wed Dec 10, 2008 10:01 am
Subject: Un libro di Fracesco Cascioli allegato
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Caro iscritto a questa lista,

                                               intanto mi scuso per il molto tempo che è passato – un anno – dall’ultimo messaggio.

In questo periodo ho scritto un libro di narrativa. È quasi finito e mi fa piacere mandarti il testo che ho scritto finora.

È un’opera di narrativa, ma nella quale è entrata la passione per la Storia che ci accomuna. Uno dei protagonisti è un professore di Storia, e nel testo si parla molto delle origini del Cristianesimo. Un tema che mi affascina, pur essendo un laico.

Se avrai il tempo di dargli un’occhiata, te ne sarei grato. Ancora più grato se trovi il modo di migliorarlo, segnalandomi le proposte di correzioni che ritieni opportune.

All’inizio del testo fornisco alcune indicazioni su come e dove correggerlo, ma sono solo dei suggerimenti. Leggerei molto volentieri un tuo giudizio, ora che mi sto accingendo a scriverne il finale.

Far circolare un testo prima della sua eventuale pubblicazione è un accorgimento che finora ho usato in modo ristretto. Ho alcuni amici di Roma cui passo i miei testi, e che hanno la gentilezza di rivedermeli. Invece questo editing a distanza – con gente interessata alla Storia ma non necessariamente alla narrativa – è un esperimento. Internet è bella anche perché permette esperimenti mai tentati. Mandare 270 pagine compresse pesa 300 k, spedire il file non è un problema, riceverlo neppure. Le vacanze di Natale sono vicine, è un’occasione in cui la gente si trova del tempo libero. Magari, per una felice coincidenza, qualcuno degli iscritti ha voglia di leggere, ed ha una stampante gratis in ufficio.

La correzione può avvenire su carta o al computer. Alcuni preferiscono correggere direttamente al monitor, io su carta. Qui il mondo si divide in due categorie nette: chi ha la stampante gratis, e chi no. Il file lo posso spedire a tutti, e a molti le stampate facendole a mie spese, se mi vengono richieste, perché il lettore crede che troverà il tempo per leggerlo, ma lo vorrebbe stampato.

Nel caso, le piccole correzioni possono essere scritte a mano nel dattiloscritto su carta. Se invece la correzione è lunga, oppure uno si legge il testo al computer, basta un file da mandarmi alla fine, con scritto, ad esempio: «pagina 123 tagliare il paragrafo che comincia con “Forse non tutti sanno…”», oppure: «pagina 234 il paragrafo che comincia con “…” non è chiaro».

 

Nel frattempo ho scritto – insieme a Novella Fois – un articolo per “Focus Storia” attualmente in edicola. È a pagina 98, ed è dedicato ai potenti che nella Storia hanno fatto un gran rifiuto, rifiutando il potere per amore, o per motivi religiosi, o per cercare una maggiore tranquillità. Un comportamento che hanno avuto in comune Cincinnato, Silla, Diocleziano, Carlo V, papa Celestino V e Cristina di Svezia.  

La settimana prossima allegherò il testo dell’articolo ad un nuovo messaggio.

 

In ogni caso, grazie dell’attenzione, buone feste e auguri

 

Francesco Cascioli
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#157 From: "Francesco Cascioli" <fr.cascioli@...>
Date: Wed Nov 7, 2007 11:43 am
Subject: Novembre 1845. Marcisce il raccolto delle patate
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Novembre 1845. Marcisce il raccolto delle patate

Nel 1844 giunse in Irlanda la notizia che in America il raccolto delle patate era mancato, ma in Irlanda nessuno se ne preoccupò perché il paese aveva altro da pensare; era stato un anno turbolento, gli affitti erano altissimi, gli sfratti numerosi, le società segrete molto attive e si verificarono più di mille casi di violenza.

Nel settembre del 1845 il primo raccolto delle patate fu eccezionalmente abbondante, ma il raccolto principale, quello da cui dipendeva la sopravvivenza di tutta la popolazione, sarebbe maturato solo a dicembre e già si sperava che anche quello sarebbe stato ottimo. Le patate alla fine di novembre erano mature al punto giusto, sane e le piante rigogliose, ma quelle raccolte poche settimane dopo erano guaste per la malattia. La notizia calò come un fulmine poiché in tutto il regno nessuno se lo aspettava. Una volta comparsa, la malattia si diffuse con grande rapidità; parte delle patate marcì subito, il resto marcì nelle buche dove era stato immagazzinato e nel giro di un mese l'intero raccolto andò perduto.

Seguì una cupa disperazione. In gennaio il Parlamento a Londra abrogò le Leggi sul Grano, eliminò cioè i dazi sull'importazione, e tentò di sostituire le patate con forniture di granoturco, cibo allora sconosciuto nel Regno Unito. Si tentò anche di organizzare un sistema di lavori pubblici per fornire alla gente il denaro necessario per comprarsi il cibo, dal momento che in Irlanda i salari erano pressoché sconosciuti e fu in quest'occasione che il duca di Norfolk avanzò la proposta che gli irlandesi usassero polvere di curry al posto delle patate e si nutrissero di acqua e curry.

Tuttavia nel 1846 tornò la speranza: esisteva una tradizione in Irlanda secondo la quale, se un raccolto saltava quello dell'anno successivo sarebbe stato abbondantissimo. Non tentarono nemmeno di sperimentare altre coltivazioni al posto delle patate perché non avevano attrezzi, non avevano sementi e non sapevano coltivare altro, così quasi tutta l'Irlanda diventò di nuovo un immenso campo di patate.

Le piante crebbero forti e robuste; maggio e giugno promettevano un raccolto generoso e nelle prime settimane di luglio ci fu una ricca fioritura e il tempo si mantenne bello. Poi venne il disastro.

Padre Mathew, il famoso riformatore che si batteva contro 1'ubriachezza, viaggiando da Cork a Dublino il 27 luglio, vide "i campi di patate in fiore, splendidi, e tutto lasciava pensare ad un raccolto abbondante". Cinque giorni dopo, nel viaggio di ritorno, quel che gli apparve fu "un'immensa distesa di piante in putrefazione", con la gente seduta piangente ai bordi dei piccoli appezzamenti che si torceva le mani.

Nella contea di Clare, il capitano Mann, un ufficiale della Guardia costiera, che aveva navigato lungo trentadue miglia di costa fittamente cosparsa di campi di patate in piena fioritura vide, il giorno seguente, "che l'intera faccia del paesaggio era cambiata: lo stelo rimaneva di un verde brillante, ma le foglie erano nere e sembravano bruciacchiate. Successe tutto nel giro di una notte".

La malattia si manifestava dapprima con una piccola macchia marrone sulla foglia, poi le macchie si diffondevano, le foglie seccavano e lo stelo si spezzava. In due o tre giorni era tutto finito e i campi si coprirono di piante nerastre che emanavano intorno un nauseante odore di putrefazione. Le patate, cavate fuori dal terreno, erano dure, rinsecchite e della grandezza di una noce.

Anche in Inghilterra il raccolto delle patate mancò parzialmente e queste divennero un cibo di lusso. Lo stesso successe in Francia, Belgio, Olanda e Italia dove andò male anche il raccolto della segale, cosicché i prezzi ebbero un'impennata, il costo del trasporto raddoppiò e i rifornimenti di grano e altri alimentari furono dirottati sul continente invece di venir spediti ad alleviare la fame dell'Irlanda.

La carestia cominciò sul serio e le dimensioni del disastro apparvero immani: gli irlandesi non avevano da mangiare, non avevano denaro e non erano per nulla abituati a comprarsi il cibo, inoltre nell'Irlanda occidentale non esisteva nessuna organizzazione per la distribuzione, nessun venditore di granaglie al minuto, nessun mugnaio, fornaio o approwigionatore per mezzo del quale si potesse far giungere rifornimenti - alla popolazione. I mali del subaffitto e dell'eccessiva suddivisione delle terre mostrarono ora le loro conseguenze terribili. Il capitano Mann cita il caso emblematico di un proprietario che risiedeva nelle sue terre solo saltuariamente e che le aveva messe nelle mani di un mediatore a dieci scellini per acro: questi a sua volta le aveva subaffittate e ogni affittuario aveva fatto lo stesso, finché il prezzo di un quarto di acro era arrivato a 1 sterlina e 10 scellini. Nel 1846 il proprietario, uno tutt'altro che spietato fece domanda alla Società degli Amici perché gli procurasse del cibo per sfamare i suoi fittavoli che, secondo i suoi calcoli, avrebbero dovuto essere sessanta, mentre in realtà aveva ricevuto oltre 600 richieste: non aveva mai visitato le sue tenute ed ora era "terrorizzato ".

In tutta l'Irlanda immense moltitudini di spettri affamati, delle quali nessuno aveva sospettato l'esistenza, si sollevavano dal terreno a chieder cibo.

Il governo britannico guardava a quelle folle con la massima preoccupazione poiché la sventura e la carestia in Irlanda erano parole ormai dolorosamente familiari e che evocavano una sensazione di impotenza: si sarebbe dovuto forse legare il peso tremendo di otto milioni di persone intorno al collo del contribuente inglese? Fu deciso di procedere con molta cautela perché il corso normale del commercio sarebbe stato sconvolto da spese eccessive, come acquisti di granaglie all'estero su larga scala. L'obbiettivo principale divenne quindi quello di evitare che il commercio inglese venisse in qualche modo alterato: il governo non avrebbe decretato di inviare rifornimenti e i paesi in difficoltà, per sfamare le loro folle, si sarebbero serviti dell'iniziativa privata. Il governo non avrebbe organizzato depositi per la vendita di cibo se non nell'ovest dell'Irlanda dove non esistevano spacci alimentari. Gli uomini avrebbero dovuto guadagnare un salario grazie ai lavori pubblici a favore della disoccupazione e avrebbero così costruito nuove strade, ma non si sarebbero iniziati lavori per il miglioramento dell'agricoltura per paura di favoritismi e corruzione.

L'inverno del 1846 fu eccezionalmente rigido, i salari pagati dai lavori pubblici, da otto a dieci pence al giorno, non bastavano e le donne piangevano quando gli uomini portavano a casa troppo poco per comprare il cibo. II contadino irlandese era solito trascorrere il buio e piovoso inverno rannicchiato vicino al fuoco di torba e le moltitudini affamate che ora lavoravano all'aperto pativano il freddo e morivano.

Woodham-Smith C., “Balaclava – La carica dei seicento”, Il giornale – Biblioteca storica, pag. 131

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#156 From: "Francesco Cascioli" <fr.cascioli@...>
Date: Wed Oct 17, 2007 10:29 am
Subject: Irlanda 1845. La continua suddivisione dei poderi in appezzamenti sempre più piccoli
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Irlanda 1845. La continua suddivisione dei poderi in appezzamenti sempre più piccoli

Era un'esistenza al livello minimo di sopravvivenza che fu paragonata, nel suo isolamento e nelle sue privazioni, a quella degli aborigeni dell'Australia e del Sud America. A mano a mano che la popolazione aumentava, la continua suddivisione dei poderi in appezzamenti sempre più piccoli fruttò ai proprietari agricoli affitti sempre più alti e i piccoli campi di patate d'Irlanda dapprima eguagliarono e poi superarono le rendite delle ricche tenute in Inghilterra. Gli uomini erano alla disperazione e si contendevano la terra offrendo affitti sempre più alti cosicché i proprietari sulla carta si arricchivano: ma gli affitti non venivano pagati, non potevano essere pagati e Castlebar era soltanto una delle centinaia di tenute irlandesi che, pur apparendo fiorenti sulla carta, affondavano irrimedìabilmente in uno stato di disordine.

 

Il potere del proprietario era assoluto: Lord Leitrirn, per esempio, passando vicino all'appezzamento di un suo fittavolo, vide che era stata costruita una capanna nuova e subito ordinò all'arnministratore di demolirla parzialmente e di scoperchiarla. A James Tuke fu detto nel 1847 che sua signoria era solita sfrattare i suoi fittavoli "quando gli saltava il ticchio". Solo nell'Ulster il fittavolo godeva di qualche diritto: non poteva essere sfrattato se pagava I'aflìtto e se lasciava il podere gli spettava un compenso per le migliorie, altrove in Irlanda non aveva diritto alcuno e tutte le migliorie diventavano proprietà del signore senza corripenso. Se un fittavolo costruiva case e se aumentava la fertilità dei suolo bonificandolo, la sua sola ricompensa era lo sfratto o un aumento immediato dell'affitto come conseguenza delle migliorie che egli stesso aveva faticosamente apportato.

Sir Charles Trevelyan, un osservatore tutt'altro che tenero, scriveva dell'Irlanda nel 1845: "... Qual era la condizione del contadino? Poteva lavorare finché voleva, e coltivare quel che poteva, in ogni caso non poteva mai sperare in un profitto. II suo destino era la patata, magari divisa col maiale". Non c'era lavoro duro che tenesse, non c'era risparmio o sacrificio che potessero garantire al contadino irlandese una vita migliore.

Di tutta l'Irlanda, però, secondo la commissione della Legge sui poveri, il luogo più misero era la contea di Mayo, dove Lord Lucan aveva le sue terre. Mayo, Sligo, Roscornmon e Leitrim, formavano la provincia di Connaught, che aveva conosciuto grandi rigori sotto Elisabetta I, quando i Bingharn avevano acquistato le terre, e durezze anche maggiori sotto Cromwell che, dopo i massacri di Drogheda e Wexford, secondo Lord Clare,

"radunò tutti i superstiti di nascita irlandese e li deportò ne Connaught che era stato completamente spopolato e devastato. Ordinò loro di ritirarsi là entro una certa data e gli proibì di ripassare lo Shannon, pena la morte… i loro antichi possedimenti furono presi e dati ai conquistatori".

 

Questi infelici, sguinzagliati per morire di fame in un paese distrutto, si unirono ai superstiti dei massacri locali per formare il popolo del Connaught che non riuscì mai più a perdonare o a dimenticare. Era gente ribelle, la terra era povera e il paese inaccessibile. Le strade erano poche, l'istruzione inesistente.

Per la popolazione del Mayo il conte di Lucan era un oppressore, responsabile delle crudeltà passate e delle sventure presenti, uno da odiare automaticamente La storia aveva innalzato tra i conti di Lucan e i loro fittavoli una barriera insormontabile e in ogni caso il terzo conte non aveva la minima intenzione di superarla: se i fittavoli nutrivano per lui un odio ereditario, lui per loro provava un altrettanto tenace disprezzo. Dal profondo del cuore disdegnava quella massa di morti di fame ignoranti, inetti e per di più cattolici e probabilmente non li considerava nemmeno esseri umani.

Nonostante tutto il conte accarezzava in cuor suo un progetto non spregevole ed era disposto a rinunciare al proprio comodo pur di attuarlo. II paesaggio irlandese andava ricostruito di sana pianta: al posto delle capanne di fango sarebbero sorte solide case, invece della vanga si sarebbero usate macchine agricole, campi arati in geometrico ordine sarebbero apparsi là dove ora si estendevano i"letti pigri", mandrie di mucche da latte e grassi maiali avrebbero sostituito i magri animali che ora condividevano il letto e il cibo con i loro padroni. Ma perché il sogno diventasse realtà bisognava essere Inesorabili: le sventurate orde di morti di fame dovevano partire, cosicché cominciarono a fioccare gli sfratti e nel Mayo si iniziò a mormorare che "il conte aveva ereditato tutta la ferocia dei Bingham".

Il terrore del conte penetrò profondamente nella coscienza del popolo e ancora adesso a Castlebar lo ricordano: si racconta del feroce signore che galoppava per la città facendo sprizzar scintille dagli zoccoli del grande cavallo nero sull'acciottolato e riempiendo di spavento il cuore dei fittavoli. Appariva di colpo quando meno se lo aspettavano perché, sebbene si fosse conquistato la fama di proprietario residente, raramente abitava a Castlebar per più di qualche giorno di seguito e aveva l'abitudine di piombarvi all'improvviso una dozzina di volte all'anno. Una volta, credendo di essere al sicuro perché il conte si trovava in Inghilterra, gli abitanti di Castlebar stavano dando alle fiamme una sue effigie sul viale, quando improvvisamente sentirono risuonare gli zoccoli del cavallo nero e il conte irruppe al galoppo in mezzo alla folla terrorizzata disperdendola e urlando: "Vi sfratto tutti!"

Dall'Inghilterra intanto piovevano gli onori: nel 1840 fu fatto Pari rappresentante d'Irlanda, nel 1843 si tolse la soddisfazione di rifiutare un posto nella magistratura, nel 1845 venne nominato Lord Luogotenente per la contea di Mayo, ma sulle sue terre l'antagonismo coi fittavoli si acutizzò: per dirigere i poderi fece venire allora agricoltori dalla Scozia, perché diceva di non potersi fidare dei fattori irlandesi. Bastava infatti che voltasse l'occhio e subito sui terreni appena sgomberati ricomparivano le catapecchie con la connivenza del fattore. Una volta che gli fu chiesto di aver pietà, dichiarò che non intendeva "allevare poveri per mantenere i preti" e il massimo dei suoi desideri stava nel liberare le terre anche dall'ultimo fittavolo. Il 21 giugno 1845 si tenne a Castlebar una riunione di protesta e fu votata all'unanimità una mozione che venne consegnata al conte; in essa si condannava la durezza della sua dichiarazione "che ricorda dolorosamente i tempi delle persecuzioni e dell'oppressione". Negli anni successivi quegli infelici, guardando indietro, avrebbero detto che le spietate parole del conte avevano attirato sulla contea la vendetta del cielo.

Woodham-Smith C., “Balaclava – La carica dei seicento”, Il giornale – Biblioteca storica, pag. 128

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#155 From: "Francesco Cascioli" <fr.cascioli@...>
Date: Sat Nov 10, 2007 11:20 am
Subject: L'Irlanda nel 1844
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Inizio una serie di invii sull’Irlanda del 1840. In quegli anni avvenne l’ultima gravissima carestia che abbia, da quei luttuosi giorni, coinvolto l’Europa. In uno stato poverissimo e oppresso dagli inglesi, dove la gente si nutre solo di patate, sta per abbattersi un’enorme calamità: una malattia sconosciuta distrugge per anni di seguito le pianticelle di patate.

 

Ecco la prima parte

 

L'Irlanda nel 1844

Nel 1844 l'Irlanda era un paese dove, in pratica, non esistevano né lavoro né salari. Non esistevano industrie, le città erano pochissime e i poderi troppo piccoli per impiegare lavoranti agricoli: il paese era suddiviso in terreni della grandezza di un fazzoletto. La popolazione abitava in capanne di fango misto a qualche pietra, alte quattro o cinque piedi e appoggiate direttamente sul terreno, coperte di rami e zolle erbose, senza camino, né finestre, né arredi, dove bestie ed esseri umani dormivano insieme sul suolo fangoso. Nel 1843 il viaggiatore tedesco Kohl dichiarò che gli irlandesi erano il popolo più povero d'Europa e che nella sua vita aveva provato pietà per i lettoni, gli estoni e i finnici, ma che, paragonati agli irlandesi, quei popoli vivevano nell'agiatezza e il duca di Wellington, che era irlandese, disse a sua volta: "Non c'è mai stato un paese povero come l'Irlanda". Eppure, nonostante la povertà, il paese brulicava di gente e Disraeli, il 15 febbraio 1847, dichiarò ai Comuni: "la popolazione irlandese è più numerosa che in qualsiasi altro paese al mondo e la sua densità, rispetto all'estensione del terreno arabile, è persino maggiore che in Cina".

Fino alla seconda metà del Settecenio, tale densità era stata trascurabile poi, all'improvviso la popolazione aveva cominciato a crescere a un ritmo sconosciuto nella storia. Il tasso di incremento generalmente accertato per gli anni 1779-1841 è del 172% e molti studiosi indicano percentuali ancora più alte. Questo aumento era la conseguenza dell'adozione della patata quale alimento principale; anzi unico in Irlanda. Il popolo, disperatamente povero, mancava di terra, attrezzi e granai, mentre le patate per le quali basta un terzo del terreno necessario al frumento, crescono dovunque, richiedono un minimo di cure, possono venir conservate nella terra e divise con polli e maiali. Man mano che l'Irlanda diventava il paese delle patate,' la stretta della fame si allentava un poco e il carattere nazionale si faceva più evidente: il popolo era religioso, i legami familiari molto stretti, le donne proverbialmente caste. I matrimoni in giovane età divennero la regola: le ragazze di solita a sedici anni erano già sposate, ma un controllo delle nascite era impensabile a causa della religione e dell'ignoranza, cosicché a trent'anni erano già nonne e la popolazione cresceva con la rapidità di un'epidemia. Per questa gente che brulicava nelle capanne e nei campi non c'era lavoro né modo di avere un salario o di sfuggire alla fame se non lavorando la terra e la terra in Irlanda diventò come l'oro: i poderi venivano divisi e suddivisi tante volte finché le famiglie per la loro sussistenza dipendevano da appezzamenti grandi come giardinetti di case di periferia. Tra le varie qualità di patate gli irlandesi preferivano il tipo detto "lumper" o "patata dei cavalli", la varietà più grande, più scadente e più prolifica di tutte e coltivavano questi enormi tuberi spargendoli su letti di semina larghi sei piedi e coprendoli di terra perché questo metodo, detto il "letto pigro", richiedeva solo l'uso di una vanga. Queste patate venivano poi bollite e la gente non mangiava altro. Su immensi tratti di territorio l'unico sistema conosciuto di cottura dei cibi consìstette nel bollire una patata in una pignatta e(u dimenticata l'esistenza degli ortaggi, del pane, del forno. Non esistevano il macellaio, il fòrnaio, il droghiere e non si sapeva nemmeno cosa fossero le candele, il té, il carbone. La povera coltivazione della "patata dei cavalli" richiedeva solo poche settimane e per tutto il resto del buio e piovoso inverno la gente, avvolta in stracci, si accosciava vicino al fuoco di torba. Nel 1845 un fittavolo del marchese di Conyngham disse: "Non ho mai assaggiato un solo pezzo di pane da quando sono nato; non tocchiamo mai carne né pancetta... insieme alle patate, come unica bevanda, usiamo acqua e pepe."

Woodham-Smith C., “Balaclava – La carica dei seicento”, Il giornale – Biblioteca storica, pag. 121

 

 

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#154 From: "Francesco Cascioli" <fr.cascioli@...>
Date: Mon Sep 10, 2007 12:39 pm
Subject: Come nasce una fabbrica in Cina
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Come nasce una fabbrica in Cina

 

Ho capito di più sulla Cina da un articolo solo, che da cento letti in questi anni. É un articolo di Peter Hessler, pubblicato dal “National Geographic - Giugno 2007”, la prestigiosa rivista diretta dal bravo Guglielmo Pepe, di cui qui di seguito citiamo alcuni estratti:

 

Come Wang e Gao diventarono Signori degli anelli (per reggiseni)

AIle due e trenta del pomeriggio, i due padroni cinesi cominciano a progettare la fabbrica. L'edificio di tre piani che hanno preso in affitto è completamente vuoto: pareti bianche, pavimenti nudi, porta d'ingresso senza serratura. Si può entrare e uscire a piacimento, come in tutto il resto della Zona di Sviluppo Economico di Lishui. Anche gli edifici vicini sono gusci vuoti, costruiti lungo una strada sterrata che va verso un'autostrada in costruzione. I cartelloni argentei, ancora senza pubblicità, riflettono il sole di ottobre.

Wang Aiguo e Gao Xiaomeng sono venuti in auto da Wenzhou, una città sulla costa sudorientale della Cina, a 128 chilometri da qui. Sono zio e nipote, e vogliono mettere in piedi una nuova industria. «Questa zona è appena agli inizi», mi ha spiegato Gao accogliendomi sul cancello della fabbrica. «Un tempo anche Wenzhou era così, ma ora è molto costosa, soprattutto per una piccola azienda. Meglio stabilirsi in un posto come questo».

Al pianterreno ci raggiunge un imprenditore edile, con il suo aiutante. Niente architetti né progettisti: nessuno ha portato un righello o un filo a piombo. In compenso, Gao dà il via alla riunione distribuendo sigarette. Ha trentatré anni, capelli cortissimi e un'aria nervosa che si accentua in presenza di suo zio. Quando tutti hanno acceso, il giovane tira fuori dalla tracolla una penna e un pezzo di carta. Prima tratteggia i muri esterni, poi si dedica al progetto vero e proprio: ogni tratto di penna rappresenta un muro da tirare su. Così la fabbrica comincia a prendere forma sotto i nostri occhi. Due righe nell'angolo in basso a sinistra: la futura stanza delle macchine; accanto, un laboratorio chimico, poi un magazzino e un'altra sala per i macchinari. Wang, lo zio, esamina il disegno e osserva: «Questo locale non ci serve».

I due parlottano un po; poi cancellano la stanza. In 27 minuti il pianterreno è stato progettato. Saliamo al piano di sopra. Altra sigaretta. Gao gira il foglio.

«Questo è troppo piccolo come ufficio».

«Metti il muro qui, invece».

«Si può fare un'altra parete qua?».

In 23 minuti disegnano un ufficio, un corridoio, e tre stanze per i manager della fabbrica. Per i dormitori degli operai, all'ultimo piano, bastano altri 14 minuti. Alla fine, un'intera fabbrica, 2.000 metri quadri complessivi sui vari piani, è stata progettata in un'ora e quattro minuti. Gao porge il foglio di carta all'imprenditore edile, che gli chiede quando dovrà consegnare il preventivo.

«Va bene per oggi pomeriggio?».

L'uomo guarda l'orologio. Sono le 15.48.

«Non ce la faccio per così presto!»

«Va bene, allora domattina di buon'ora».

Si passa a discutere dei materiali: vernici, cemento, calcestruzzo. «Vogliamo le porte da otto euro», dice Wang all'imprenditore, che è di Lishui. «E non cercare di imbrogliare usando materiali scadenti: se fai un buon lavoro adesso, ti chiameremo di nuovo. È così che facciamo i soldi noi di Wenzhou. Capito?».

 

Un mare di merci

La libreria dell'aeroporto di Wenzhou vende titoli come “Quello che non capisci degli abitanti di Wenzhou”, “Tutti i segreti di Wenzhou per fare soldi”, o “Gli ebrei d'Oriente: le avventure imprenditoriali di 50 businessmen di Wenzhou”. I cinesi sono sempre più affascinati da questa zona della provincia dello Zhejiang, e la stampa locale alimenta la leggenda.

Wenzhou può contare su un capitale ineguagliabile: l'istinto della sua gente. Sono nate piccole imprese familiari, spesso con una decina di operai o anche meno, per produrre semplici beni di consumo. Col tempo le fabbrichette diventano vere e proprie industrie, e Wenzhou conquista il primato di alcune produzioni a bassa tecnologia. Oggi, un quarto delle scarpe vendute in Cina viene da Wenzhou. Qui si fabbrica il 70 per cento degli accendini di tutto il mondo. E il 90 per cento dell'economia della città è in mani private.

Il cosiddetto "modello Wenzhou" si è diffuso in tutto lo Zhejiang meridionale. Sebbene quasi l'80 per cento degli imprenditori locali abbia completato a stento le scuole medie, la provincia è diventata, secondo molti indicatori, la più ricca della Cina. Il reddito pro capite, sia in città sia nelle campagne, è il più alto del paese (escludendo le città ad amministrazione speciale come Shanghai e Pechino). Lo Zhejiang riflette il miracolo economico cinese: un paese povero, prevalentemente rurale, che è diventato il più attivo centro industriale del mondo.

Nel corso di un anno, sono stato più volte nello Zhejiang, sempre noleggiando un'auto a Wenzhou per girare nella provincia. Come un pellegrino che fa il giro dei santuari, ho visitato i"luoghi di nascita" di tanti oggetti che di solito diamo per scontati. Scendendo verso sud lungo la costa, vicino all'aeroporto, si comincia dai cardini: un tratto di strada dove quasi tutti i cartelloni pubblicitari reclamizzano ogni possibile variante di quel pezzo di metallo su cui si muovono le porte. Dopo un paio di chilometri è il turno delle prese e degli

adattatori elettrici; poi arrivano gli interruttori, le lampadine a fluorescenza, i rubinetti.

A Qiaotou, nell'entroterra, mi fermo ad ammirare la statua d'argento di un bottone con le ali, alta sei metri, fatta erigere dalle autorità cittadine. Qiaotou ha solo 64.000 abitanti, ma le sue 380 fabbriche producono oltre i170 per cento dei bottoni per i vestiti made in China. A Wuyi, chiedo a un passante qual è il prodotto locale, e lui tira fuori di tasca tre carte da gioco: la città produce più di un miliardo di mazzi di carte l'anno. A Datang, invece, si fabbrica un terzo di tutti i calzini del mondo; a Songxia, 350 milioni di ombrelli l'anno. Le racchette da ping-pong arrivano da Shangguan; Fenshui sforna penne; a Xiaxie si fanno castelli di tubi per parchi gioco. Il 40 per cento di tutte le cravatte del pianeta viene da Shengzhou.

Il tutto viene venduto in una città chiamata Yiwu: "Un mare di merci, il paradiso dello shopping", secondo il suo slogan ufficiale. Yiwu è nel mezzo del nulla, a 161 chilometri dalla costa, ma i grossisti vi accorrono da ogni parte del mondo. C'è un quartiere delle sciarpe, un mercato delle buste di plastica, una strada in cui tutti i negozi vendono elastici. La Città Internazionale del Commercio di Yiwu, un centro commerciale, ha più di 30 mila stand: per visitarli tutti, un minuto ciascuno per otto ore al giorno, occorrerebbero due mesi. A Yiwu arrivano così tanti commercianti dal Medio Oriente che in un quartiere sono sorti 23 grossi ristoranti arabi e una panetteria libanese.

 

Tre mesi dopo aver progettato la fabbrica, Gao e Wang collaudano i macchinari. Hanno portato qui una mezza dozzina di operai specializzati da un'altra fabbrica nel Sud della Cina, e installato una catena di montaggio. La macchina, 5.443 chili d'acciaio per 15 metri di lunghezza, si mette a brontolare quando il capo tecnico schiaccia l'interruttore. Fiamme blu si accendono su ronzanti becchi del gas, e una cinghia comincia a muoversi. Il monitor digitale indica la temperatura: 200 gradi, 300, 400. Poi, a 474, si ferma e inizia a calare. Per avviare la produzione occorrono 500 gradi.

«Forse è perché qui fa più freddo che a Guangdong», dice il tecnico, che tutti chiamano "meccanico Luo" : Si infila un paio di guanti protettivi e cerca di aprire la porta di uno dei forni della macchina, ma la maniglia gli si squaglia in mano. Sul pavimento, il pezzo di metallo incandescente sibila come un serpente infuriato.

«Mei shin>, dice Wang. «Non c'è problema».

Gao, l'altro padrone, ha l'aria ancora più ombrosa del solito: è la prima volta che installa una catena di montaggio così grossa. Ha aperto la sua prima officina più di dieci anni fa, nei dintorni di Wenzhou: con i genitori e due sorelle produceva fodere per pantaloni da poco prezzo. All'inizio i profitti erano a150 per cento, e l'officina cresceva a ritmo sostenuto. Ma nello stesso quartiere aprirono più di altre 20 ditte di fodere per pantaloni, e i guadagni calarono, tanto che alla fine Gao chiuse bottega. «Un tempo il segreto era trovare un prodotto che nessuno fabbricava», mi spiega. «Ma ormai qui in Cina si fabbrica qualunque cosa».

È uno dei punti deboli del "modello Wenzhou". Gli imprenditori producono merci a bassa tecnologia, che richiedono pochi capitali, ma proprio per questo è facile che altri concorrenti si inseriscano. Allo zio Wang è successa la stessa cosa: produceva ferretti per reggiseni, e i suoi profitti continuavano a ridursi. Unite le forze, i due hanno deciso di restare nel campo della biancheria, ma di cercare un prodotto più redditizio.

 

Per fortuna, un reggiseno si compone mediamente di 12 diverse parti. Wang e Gao hanno preso in considerazione il filo, poi il pizzo, poi il gancio; infine hanno trovato quel che cercavano: i minuscoli passanti, a forma di anello o di otto, che servono a regolare le bretelle. Un passante per reggiseni è fatto di acciaio rivestito di uno strato lucido di nylon. Il processo produttivo è altamente specializzato, e richiede una catena di montaggio comandata da un computer, con tre fasi in ciascuna delle quali l'oggetto viene portato a temperatura superiore ai 500 gradi. In origine i passanti erano prodotti in Europa, ma già nei primi anni Novanta Taiwan dominava il mercato. Intorno al 1995, una ditta cinese, la Daming, importò i macchinari.

Nella Cina continentale, dove i costi di produzione sono molto più ridotti, la "Macchina" si rivelò una miniera d'oro. Ma Liu Hongwei, un operaio della fabbrica, ebbe un'idea: imparò a memoria com'era fatta la catena di montaggio, pezzo a pezzo, ne disegnò gli schemi e passò al servizio di un altro padrone, nella città di Shantou. Costui costruì la Macchina sulla base del progetto di Liu: all'inizio non funzionava - in fondo, nessuno ha una memoria perfetta - ma dopo due mesi di ritocchi i problemi furono risolti. L'azienda cominciò a produrre passanti per reggiseni, ma a quel punto Liu contattò un Padrone Numero Tre. Intanto però l'intero settore aveva cambiato faccia. In cinque anni il prezzo dei passanti per reggiseni è sceso del 60 per cento. Oggi in Cina ci sono più di 20 aziende produttrici, e con poco meno di 50 mila curo chiunque può comprarsi la Macchina. Le fabbriche più importanti sono concentrate nel Sud del paese, ma ora Gao e Wang sperano di essere i primi a produrre passanti nello Zhejiang.

Oggi, durante il collaudo, la temperatura si rifiuta di salire e gli uomini, a turno, salgono su una scala e versano secchi d'acqua bollente sui serbatoi del gas. Ma dopo quattro ore di tentativi, si arrendono. Alla fine il meccanico Luo smonta la Macchina, sostituisce un componente chiave e avvicina i bruciatori alla catena di montaggio. Ci vogliono quasi due settimane di lavoro: alcune parti della Macchina vengono riparate alla meglio con spago e compensato; la maniglia fusa non viene sostituita. «I progetti non sono ancora molto buoni», spiega Luo. Anni fa, anche lui ha lavorato con Liu Hongwei, il ladro di tecnologia.

Dal 2000 al 2005 la città è passata da 160 mila a 250 mila abitanti, e il governo locale ha investito oltre sei miliardi e mezzo di euro in infrastrutture, il quintuplo di quanto fosse stato speso nei 50 anni precedenti.

Negli ultimi tre decenni l'economia cinese è cresciuta in media di quasi il 10 per cento l'anno. Ad alimentarla, una migrazione imponente: si stima che 140 milioni di cinesi abbiano già lasciato le campagne, e nei prossimi cinque anni altri 45 milioni dovrebbero andare a lavorare nelle città. Finora la maggior parte si è diretta verso la costa, più industrializzata, ma di recente gli immigrati hanno cominciato a trasferirsi anche nelle città dell'interno, dove c'è meno concorrenza per i posti di lavoro. Per espandersi e attirare le aziende, queste città possono contare solo sulle proprie forze, visto che il governo centrale non fornisce più fondi e direttive come ai tempi dell'economia pianificata. Una delle strategie comuni consiste nel creare una zona industriale: si sgombra il terreno, lo si vende a prezzi ridotti e si concedono agevolazioni fiscali agli investitori. La costruzione della zona industriale di Lishui è cominciata nel 2002, su un'area di 1.450 ettari a sud della città. Nel 2006 quasi 200 fabbriche avevano iniziato la produzione, attirando 30 mila lavoratori immigrati.

 

Disposti a ingoiare amaro

Il 16 febbraio, 15 giorni dopo il collaudo della Macchina, lo zio Wang inaugura ufficialmente la fabbrica facendo scoppiare due scatole di fuochi d'artificio. Secondo il calendario lunare è l'ottavo giorno dell'anno nuovo, e un esperto di Feng shui (l'arte cinese che persegue l'armonia tra uomo e ambiente) ha consigliato di approfittare dell'otto, che in Cina è un numero fortunato.

Come molti uomini d'affari di Wenzhou, Wang è superstizioso. Ha una voce acuta e balbetta un po'; mentre parla, sbatte rapidamente le palpebre. Ha 40 anni, e ha sempre prodotto parti di oggetti: pezzi di tubature, di campanelli per bicicletta, di reggiseni. Ha il rimpianto di non essersi messo a fabbricare scarpe da giovane, come alcuni dei suoi amici d'infanzia che sono diventati milionari.

Wang e Gao hanno dato alla loro azienda un altisonante nome in inglese: Lishui Yashun Underdress Fittings Industry Co., Ltd. Per meno di 600 euro, un designer di Wenzhou ha sfornato logo, cataloghi, sito web e biglietti da visita. Tutto è rosa shocking: sul sito web e nei cataloghi appaiono foto di sensuali donne straniere in reggiseno.

Tre giorni dopo i fuochi d'artificio, Wang espone un cartello scritto a mano sul cancello della fabbrica:

1. Età 18-35, istruzione scuola media

2. Buona salute, buona qualità

3. Attenti all'igiene, disposti a ingoiare amaro e a lavorare sodo.

In tutta la zona di sviluppo di Lishui, si aggirano gruppi di giovani che vanno a leggere gli avvisi affissi alla fine delle vacanze di capodanno. Nell'ufficio di collocamento, gli immigrati guardano un tabellone luminoso con scritte così concise che sembrano in codice:

"Cassiere, donne, minimo 1 metro e 66"

"Disposti a ingoiare amaro e lavorare sodo, 25-45 yuan al giorno, maschi, scuola media".

[Uno yuan equivale a circa 0,10 curo]

"Operai uomini 35 yuan, donne 25 yuan".

 

La prima volta che sono andato alla fabbrica, la strada era sterrata e i cartelloni pubblicitari della zona erano quasi tutti vuoti. La seconda volta, sei settimane dopo, una società immobiliare Yintai aveva affisso una pubblicità. La terza volta stavano asfaltando la strada. Alla quarta ho visto un'auto che finiva con una ruota in un tombino aperto. Alla quinta, i tombini erano coperti. Prima del mio sesto viaggio è spuntato un centro medico, e al settimo c'erano marciapiedi e lampioni. All'ottavo, alberi e fermate di autobus.

Ma né la produzione né la vita quotidiana hanno aspettato le infrastrutture. In una zona di sviluppo industriale cinese, i cantieri sono spazi pubblici, e la strada davanti alla fabbrica ospita intrattenimenti improvvisati di ogni genere. Una volta, una compagnia del tradizionale teatro dell'opera ha montato un palcoscenico nel bel mezzo della strada; più tardi è arrivato un luna park itinerante. Ogni mese un camion del governo locale parcheggia a un incrocio, monta uno schermo bianco e proietta due film gratis. Poco più in là, una società immobiliare usa il suo cantiere per ospitare un concorso di karaoke per operai.

Una settimana, arriva in città la "Compagnia acrobatica e artistica Stella Rossa': Le fiancate del camion malconcio si aprono rivelando un tendone con fotografie di donne discinte e slogan allettanti ("Passione! Perfezione!"). Il camion viene trasformato in biglietteria, e sul retro montano una tenda. Il biglietto costa circa 50 centesimi: se ne vendono 160, quasi tutti a uomini. Lo spettacolo consiste in canzoni e numeri di acrobazia; un uomo recita la storia straziante di un emigrante imprigionato per furto. Un altro si disloca la spalla e si contorce in scena mentre suo fratello fa la colletta. Alla fine, una donna fa uno spogliarello.

È tutto illegale. Gli spettacoli osé sono proibiti in Cina, e la compagnia non ha nessun permesso: non hanno nemmeno la patente. Si tratta di una famiglia allargata della provincia dell'Henan. Chiedo a Liu Changfu, il capocomico, perché fanno anche lo strip, e lui dice: «Prima di comprare il biglietto, spesso la gente chiede se abbiamo qualche spettacolo "aperto". Dobbiamo poter dire di sì». Quella che si spoglia è la moglie del cugino più lontano. Le cose vanno bene, spiega Liu, finché ci si sposta di continuo: lungo la strada c'è sempre un'altra zona industriale ancora in costruzione.

 

Le entrate dei comuni

Dai cantieri dipendono anche molti degli introiti del comune di Lishui. Le città cinesi non possono finanziarsi con bond municipali o aumenti eccessivi delle tasse, perciò lucrano sugli immobili. Per legge, i terreni appartengono tutti allo stato, ma i governi locali possono approvare la vendita dei diritti d'uso di un terreno, quanto vi è di più vicino alla proprietà privata. Le città acquistano terreni periferici dai contadini, a prezzi mantenuti artificiosamente bassi, approvano un progetto di sviluppo e rivendono sul libero mercato, con ampi margini di profitto. Si ritiene che in tutta la Cina, dal 40 al 60 per cento delle entrate dei governi locali sia ottenuto in questo modo. Nuovi quartieri residenziali stanno sorgendo tutt'attorno a Lishui. Uno dei più grandi, il complesso Jiangbin, sorge su 6,6 ettari di terreno che appartenevano al villaggio di Xiahe. Nel 2000 il comune di Lishui ha comprato i diritti d'uso per meno di 750 mila curo; tre anni dopo, li ha rivenduti alla società immobiliare Yintai per 27,5 milioni. E, vista la corruzione endemica nel settore, il prezzo effettivamente pagato potrebbe essere ancora più alto.

 

Anche la fabbrica Yashun, come tutta l'economia cinese, si basa soprattutto su contadini che hanno lasciato la terra. I padroni Wang e Gao vengono da famiglie di coltivatori di riso. Il meccanico Luo è nato in una piantagione di cotone. Alla macchina perforatrice lavora un ex coltivatore di arance, il chimico è cresciuto tra tè, tabacco e noccioline, le donne alla catena di montaggio coltivavano grano e soia, il contabile viene da una zona famosa per le pere. Oggi tutti producono soltanto due cose: ferretti e passanti per reggiseni, del peso di mezzo grammo ciascuno.

Ogni giorno, i padroni passano ore e ore nel reparto produzione. Hanno investito nell'azienda tutti i loro risparmi, in contanti, e solo Gao ha preso un piccolo prestito in una banca. Non hanno un consiglio di amministrazione, né un programma di investimenti, né un business plan. Hanno cominciato a produrre senza avere un solo cliente sicuro. Per tutto marzo e aprile Wang ha girato per le fabbriche di reggiseni distribuendo regali: sigarette, liquori, pesci di una specie molto amata a Wenzhou. Ma i potenziali clienti hanno risposto lentamente, e all'arrivo dell'estate nei magazzini della fabbrica si sono ormai accumulati più di un milione di passanti. Quasi tutti gli operai non specializzati vengono licenziati, e gli stipendi dei tecnici ridotti della metà.

La fabbrica sconta la mancanza di organizzazione, un difetto comune a molte imprese cinesi in un ambiente sempre più competitivo. Per passare alla nuova fase dello sviluppo economico - creare prodotti innovativi e marchi di successo internazionale - la Cina avrà bisogno di più creatività e di maggiore attenzione alla logistica.

Alla Yashun, d'altra parte, solo uno dei padroni, Gao, ha frequentato un istituto commerciale, e il meccanico Luo, il più importante tra i dipendenti, non ha neppure finito le elementari. A 14 anni, quando ha cominciato a lavorare a tempo pieno, era quasi analfabeta, ma poi ha frequentato le scuole serali e conseguito la maturità. Inoltre ha imparato a lavorare sulla Macchina, e le aziende produttrici se lo sono soffiato a vicenda già tre volte. A furia di aumenti il suo salario è arrivato a 560 curo al mese, una bella cifra in Cina. Come si usa nella giungla dell'imprenditoria cinese, si è sempre licenziato senza preavviso: ha chiesto qualche giorno di ferie, cambiato il numero di cellulare, e non si è fatto più vedere.

Con la ditta in difficoltà, i padroni dimezzano lo stipendio di Luo, poi smettono del tutto di pagarlo. Paradossalmente, è un segno del suo valore: visto che è l'unico che conosce la Macchina, se l'azienda gli deve dei soldi, sarà meno invogliato a trasferirsi altrove.

In estate, quando l'azienda rischiava il fallimento, i dipendenti sono stati chiamati al lavoro di rado; ma a un certo punto la strategia di corteggiamento dei clienti comincia a dare i suoi frutti. In agosto la fabbrica ha cinque committenti fissi; in settembre, l l mesi dopo essere stata progettata, è finalmente in attivo; a ottobre gli affari vanno bene, e i dipendenti lavorano dal mattino alla sera, ogni giorno.

In novembre la Macchina sforna 100 mila passanti al giorno, e viene installata una catena di montaggio più grossa per i ferretti. Ma i due padroni, come tutti a Lishui, speravano di crescere più rapidamente, fino a raggiungere i 60 operai in un anno. Invece ne hanno solo 20, e lo stabilimento è tre volte più grande del necessario. « È troppo presto», brontola Wang quando gli chiedo un'opinione sullo sviluppo della città. «Per i pezzi di ricambio, o qualsiasi altro materiale, dobbiamo arrivare fino a Wenzhou».

All'improvviso, senza chiedere consiglio a nessuno, nemmeno al meccanico Luo, i padroni decidono di trasferire la fabbrica. Gao ha trovato due edifici liberi nelle zone acquitrinose a nord di Wenzhou. Viene consultato solo l'esperto di Feng shui, che non ha dubbi: il giorno giusto per il trasloco è il 28 novembre, ottavo giorno del mese lunare. Non c'è niente di meglio che due otto.

 

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#153 From: "Francesco Cascioli" <fr.cascioli@...>
Date: Wed Sep 5, 2007 9:52 am
Subject: L'abdicazione di Diocleziano e la sorte di sua moglie e sua figlia
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L'abdicazione di Diocleziano e la sorte di sua moglie e sua figlia

Il potere tetrarchico andò presto in pezzi. Sei imperatori contemporaneamente: di qua Galerio, con Licinio e Massimino Daja; di là Costantino e Massenzio che ostentavano di onorare il sesto: Massimiano.

Massimiano era roso dal ricordo della sua grandezza. Aveva subìto la volontaria sudditanza di Diocleziano; ma adesso la sua decisione di farlo dimettere gli sembrò una ingenuità. Dovevano essere le circostanze a determinare gli atteggiamenti e la condotta politica, non decisioni preordinate. Al figlio Massenzio richiese per sé la priorità in Italia e in Africa: gli era dovuta per il prestigio, per l'età, per le recenti vittorie. Considerando il figlio dissoluto e infingardo come la madre siriana, pensava che si sarebbe deliziato a vivere fra i bagni, il circo, le orge notturne. Invece Massenzio si ribellò; gli rispose chiaro e tondo di essere il legittimo imperatore d'Italia, eletto dal popolo romano e confermato dal Senato.

Fidando nell'antico ascendente, Massimiano si presenta al campo dei pretoriani. Nel frattempo ha messo in giro una notizia ignobile: Massenzio è nato dall'adulterio della propria moglie Eutropia, arrendevole alla lussuria, con un qualche oscuro siriano. In realtà non gli somigliava affatto. Dalla tribuna comincia ad accusare Massenzio di corruzione, di viltà: è indegno, dice, di vestire la porpora di imperatore. E così, platealmente, urlando, gliela strappa di dosso. Si aspettava acclamazioni, grida di consenso, come era usuale fra i soldati, al contrario ha dinanzi a sé un muro indispettito di silenzio, poi mugugni, disapprovazioni, che a folate si infrangono contro la tribuna come le onde della risacca.

Sorpreso, avvilito, si rende conto che il rispetto, di cui godeva ancora tre o quattro mesi prima, si è via via liquefatto al calore gratificante delle elargizioni di Massenzio. Il quale, profittando del momento favorevole, abbandona la tribuna e corre a rifugiarsi dai pretoriani. Per Massimiano Erculio è la fine. Continua a sbraitare, ma ormai la sua voce si perde in un deserto di indifferenza e di facce ostili.

Andò in Illiria, covando la speranza di commuovere il vecchio partner, l'uomo del suo destino, che si era confinato nella solitudine di Spalato.

Si sentiva tradito dal figlio, dalla moglie, in parte dalla figlia minore, Fausta, a cui rimproverava di non aver convinto Costantino a seguire i suoi consigli; alla vita che gli restava da vivere non lo attaccava che l'inesausto desiderio di potere. L'occasione gliela offrì Galerio, che nell'intento di ridare fondamenti legali e spettacolari alla traballan trarchia indisse una riunione a Carnuntum, la città di confine sul Danubio occidentale. Pretesto: la consacrazione ufficiale di Licinio Liciniano ad Augusto. Il posto d'onore toccava a Diocleziano. Nella circostanza, pregato ardentemente da Massimiano, accettò di lasciare il palazzo di Spalato. E a Carnuntum, nella placida pianura alla confluenza del Danubio con l'Inn e il Lech, si scatenarono i rigurgiti ambiziosi di Massimiano.

Più attinente alla realtà doveva essere la complice insistenza della figlia Valeria (e moglie di Galerio) perché Diocleziano tornasse a rivestire la porpora. Dal momento che i termini politici - oltre quelli legali e amministrativi - erano distorti, occorreva tornare alla sua origine, e quale migliore demiurgo che il medesimo artefice?

A Carnuntum (vicino Vienna)  incitò il padre a riprendersi il titolo e la posizione di Jovius. A sua volta Massimiano gli prospettò un completo rivolgimento. L'autunno era piovoso, lo scenario naturale grigio e spoglio, e induceva a riflettere sull'instabilità della fortuna. Il desiderio di tornare all'antica grandezza lo portò, dice Lattanzio, vicino alla frenesia. Ma Diocleziano lo dissuase. «Se tu vedessi quali cavoli - precisò - mi crescono negli orti di Spalato, nemmeno mi chiederesti di tornare ad occuparmi dell'impero.»

Sampoli S. “La dinastia di Costantino”, Newton, pag. 78

 

La figlia di Diocleziano

 

La figlia di Diocleziano ebbe un destino avverso e immeritato. Scappata da Sardica alle voglie di Licinio, si rifugiò a Nicomedia, dove tracotante e superbo imperava Massimino Daja, più fidando sulla rivalità e l'odio di lui contro Licinio che sulla gratitudine dovuta per il regno allo zio e suo defunto marito. Ma non passarono molti giorni che Massimino prese a insidiarla: fosse una improvvisa passione della carne in un uomo che sei anni di Siria e di Alessandria di Egitto avevano abituato alle mollezze orientali o fosse la mira per un disegno di più grande imperio, di cui Valeria, figlia e moglie di Augusti, poteva essere utile tramite o mezzo; ma la trovò insensibile alle adulazioni, come severa nei costumi.

Valeria temporeggiò, sperando o illudendosi che gli ardori di Massimino si spegnessero con le piogge d'autunno. Accampò, nel frattempo, altre scuse: non era lecito a lui, Massimino, abbandonare una moglie fedele, che gli aveva dato più figli, per una come lei che, per l'esperienza del precedente matrimonio, doveva considerarsi una donna sterile; infine, quando la pressione le divenne indilazionabile, rispose chiaro e tondo che la figlia di Diocleziano e moglie di Galerio non poteva per decoro passare a seconde nozze.

Massimino Daja si imbestiò. Uso alla corruzione asiatica, non si aspettava un diniego, tanto meno da una donna rimasta sola e in completa balìa del suo potere dispotico. Si ritenne provocato e da lei scandalosamente offeso. La scacciò dall'ala del palazzo di Antiochia, dov'era alloggiata, spogliandola insieme di gioielli, ricchezze, suppellettili, cavalli e carrozze, la privò della compagnia delle donne che l'avevano seguita, alcune delle quali, sottoposte a tortura per un'accusa falsa di adulterio, fece trucidare insieme con gli eunuchi; infine relegò lei, la madre e Candidiano nel deserto. L'ordine per la scorta era di cambiare spesso il luogo di esilio.

Ma benché sottoposta a sorveglianza, Valeria riuscì a inviare lettere a suo padre. Diocleziano, che l'amava tenerissimamente, ne fu colpito in maniera atroce. Nemmeno nei momenti di peggiore pessimismo gli attraversò la mente che gli stessi uomini che lui, l'Augusto Jovius, privandosi del potere assoluto, aveva innalzato alla porpora, sarebbero poi stati i suoi carnefici. Scrisse prima sdegnato, poi supplice, implorando.

Tardi capì che le cose umane cambiano e gli uomini con esse, attratti dalla libidine di dominio, come falene dalla luce; e capì che la fortuna gli aveva dato l'impero del mondo e per la sua ingenuità o timore l'aveva perduto, giusto come il grande Cesare aveva detto di Silla, che, pur avendo saputo vincere, era rimasto un principiante del potere.

Fu, insomma, questa angoscia implacabile, ossessiva della prigionia della moglie e della figlia che ne affrettò la morte. Massimino Daja non lo degnò neppure di una risposta. Per lui, Diocleziano, il grande palazzo sul mare a Spalato era niente, racchiudeva soltanto la sua tristezza di vecchio; niente il suo passato, la sua gloria; niente l'aver ridato vita a un impero traballante; e la riconoscenza un bubbone purulento da estirpare alle radici prima che infettasse tutto l'organismo. Si sentì colpevole della propria insipienza, responsabile della sorte sciagurata dei suoi. A mordergli il fegato non era solo l'oltraggio, ma la cosciente consapevolezza della sua impotenza. E il rimorso, la peggiore delle turpitudini. Un tempo lo dilettavano la purezza dell'alba che vedeva sorgere dall'alto del palazzo su un fermo mare di perla o il lento sciabordio della risacca nelle notti di plenilunio o il verde dei cavoli, quando si aggirava per i viottoli dell'orto. Adesso, invece, sentiva voci; temeva che perfino i soldati di guardia se ne accorgessero. Si ammalò.

Morì al tramonto di una giornata di giugno del 313.

Sampoli S. “La dinastia di Costantino”, Newton, pag. 114

 

Intanto la moglie e la figlia continuavano a fuggire, sotto spoglie diverse, non fermandosi mai a lungo nello stesso luogo, temendo gli incontri e perfino le facce che mostravano loro amicizia o compassione. Vagarono senza meta per quindici mesi. A poco poco nessun amico fu per loro sicuro; la paura lo rendeva pronto alla de lazione e quando la paura non bastava a smuovergli l'animo, rimaneva impigliato nelle spirali delle ricompense in denaro.

Era impossibile per due donne, rimaste sole e prive di aiuto, di prote zione, di ricchezze, arrivare ai confini dell'impero di Costantino. Giuri sero comunque a Tessalonica (Salonicco), cullandosi nel vago proposit di imbarcarsi.

Ma le spie, che le braccavano ormai dappresso, le riconobbero. Arre state, subirono la prigione e l'umiliazione di accuse ignominiose. Licinio vendicativo per natura e reso adesso ancora più truculento dalla fer mezza delle due donne, non risparmiò loro sozzure, calunnie, atroci mal vagità, finché prima ancora che quelle cedessero, lui stesso si stancò e le fece decapitare nel foro di Tessalonica.

Sampoli S. “La dinastia di Costantino”, Newton, pag. 114

 

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#152 From: "Francesco Cascioli" <fr.cascioli@...>
Date: Wed Jul 11, 2007 12:55 pm
Subject: Difendere la propria reputazione online
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Con questo messaggio vi auguro buone vacanze. Gli invii riprenderanno a Settembre.

 

Difendere la propria reputazione online

 

 

Quando cerchiamo informazioni su qualcuno, in genere ci affidiamo ai primi dieci risultati di Google. Ma a volte contengono delle notizie scomode

Di THOR MULLER, BLOG.GETSATISFACTION.COM, STATI UNITI

 

Ultimamente si é parlato molto di come internet possa rovinare la reputazione della gente, quasi fosse una forza oscura in grado di distruggere matrimoni e carriere. Un esempio è la storia di Sue Scheff, una donna d'affari che ha ottenuto un risarcimento di quasi 12 milioni di dollari dopo essere stata diffamata su un forum.

Distruggere la reputazione altrui è sempre stato uno sport piuttosto popolare, ma quello delle offese online è un mondo un po' a parte. Il sito Reputation Defender offre un servizio di monitoraggio della propria reputazione. Per dirla con parole loro: "Se troviamo in rete dei contenuti che non vi piacciono, li eliminiamo grazie al nostro esclusivo sistema di distruzione".

L'approccio "scova e distruggi" è piuttosto discutibile, perché rischia di avere un effetto mortale sulla libertà di parola tipica della rete. Secondo me, dovremmo invece adottare gli stessi principi del mondo reale. La reputazione è un mosaico di punti deboli e di punti di forza, un intreccio di storie, relazioni e lavoro. Data questa premessa, ecco cinque modi per coltivare una buona reputazione.

1. Lasciate una lunga scia. Una brutta recensione o un post antipatico possono darvi una pessima visibilità. Quei dieci link sulla prima pagina dei risultati di Google sono fondamentali, e sarebbe stupido lasciarli al caso. Il segreto è aumentare la vostra visibilità: siate loquaci, scrivete ovunque e spargete link al vostro sito. In questo modo le malignità scivoleranno in fondo alla pagina dei risultati e il loro impatto sarà attenuato.

2. Raccontate la vostra versione. È incredibile quanto le persone non rispondano alle accuse che gli vengono rivolte nei forum. A quanto pare le reazioni più diffuse sono due: il silenzio e il litigio. Ma esiste anche la risposta. Bisogna rispondere immediatamente, con il tono calmo di chi è più informato. Il vostro compito è correggere i fatti e chiarire le vostre intenzioni.

3. Chiedete scusa. Se avete fatto arrabbiare qualcuno, il modo migliore per acquistare credibilità e far sgonfiare la cos, è una forte dose di sincera umiltà.

4. Radunate un esercito. Se qualcuno vi prende di mira, la strategia migliore i chiamare in aiuto i propri amici. È esattamente quello che ha fatto l'uomo d'affari Howard Hartenbaum, che poco tempo fa è stato brutalmente criticato su Thefunded.com. Molti lettori sono intervenuti in sua difesa, salvo poi essere allontanati perché le loro proteste andavano contro le regole del sito. Solo dopo che la solidarietà verso Hartenbaum si è trasformata da mormorio diffuso ad autentico ruggito in rete, il sito ha finalmente lasciato parlare i suoi difensori. L'esercito di Hartenbaum non solo è corso in suo aiuto, ma ha anche manifestato così rumorosamente da far cambiare le regole del sito.

5. Prendete posizione. Avere una buona reputazione non vuol dire essere perfetti, ma avere un obiettivo preciso o un talento riconoscibile. Significa mostrare un impegno costante nel tempo. Tara Hunt, per esempio, anni fa ha aperto un blog sulla sua passione per il community marketing e da allora si è fatta un nome come portavoce dei clienti. Anche se a volte la sua onestà è un po' irritante, oggi è considerata un'esperta a livello internazionale. Ha sempre avuto le idee molto chiare su quale fosse la sua missione, e questo l'ha immunizzata contro gli attacchi dei suoi critici. Inoltre è una persona molto umile, e questo non guasta.

Di solito siamo più generosi con chi si mostra pronto a rischiare, anche a costo di sbagliare e chiedere scusa.

È anche vero, però, che non dimentichiamo facilmente le storie di insuccessi. Tutto sommato è una logica giusta: i buoni se la cavano, mentre i cattivi rimangono a cuocere nel loro brodo. La verità è che queste regole non sono molto diverse da quelle che useremmo in generale per difendere il nostro buon nome. E il punto è proprio questo: non dobbiamo fare altro che impacchettare in html le nostre piccole, vecchie abitudini.

 

L’autore

Thor Muller è il fondatore di Satisfaction, un sito di customer service fatto dai consumatori. Questo articolo è uscito sul suo blog con il titolo Five ways to build and defend your reputation online.

[da pg. 82 di “INTERNAZIONALE”, n. 697, 15 GIUGNO 2007]

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#151 From: "Francesco Cascioli" <fr.cascioli@...>
Date: Tue Jun 26, 2007 9:31 am
Subject: Esercito di mestiere
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Esercito di mestiere

 

C’è stato un interessante scambio di email con un lettore, Mauro Aurigi, circa invasioni barbariche ed eserciti mercenari, che poi si è allargata all'argomento.

"Esercito di mestiere".

 

Ecco i vari messaggi in successione:

 

«Caro Cascioli, grazie per le sue periodiche informazioni. Le devo chiedere un favore, se possibile. Si conosce, anche assai approssimativamente, il numero degli abitanti di Roma
al momento del sacco dei Vandali, e quanti fossero invece i Vandali e i loro alleati? Sono convinto che l'Impero romano pagò un costo spaventoso allo scioglimento delle legioni ed
alla costituzione di un esercito tutto mercenario, ovviamente incapace di fronteggiare le tribù barbare, tutte nomadi e semi nomadi (quindi non potevano superare i 5 o 10mila individui ciascuna, donne bambini e vecchi compresi).»

 

Gli ho inviato la mia opinione:

«Caro Mauro Aurigi aurigi@...,

la sua curiosità è così legittima che è condivisa da tutti gli storici. Sarebbe estremamente importante sapere le QUANTITÀ dei barbari, ma nessuno ha dati precisi.

Ad esempio si ritiene che - al momento del loro ingresso in Italia nel 493 - i Goti non superavano i 100.000-125.000 individui, di cui 25.000 guerrieri.

Mi chiede: “Si conosce, anche assai approssimativamente, il numero degli abitanti di Roma al momento del sacco dei Vandali?”

No, io personalmente credo si fosse ridotta a meno di 100.000 abitanti.

40 anni dopo, quando venne assediata dagli Ostrogoti, gli abitanti erano calati a 50.000 (è sempre una stima approssimativa).

Mi chiede: “quanti fossero invece i Vandali e i loro alleati?”

In questo caso le truppe erano state spostate per mare, e non credo fossero più di 10.000.

Mi chiede: “le tribù barbare erano tutte nomadi e semi nomadi (quindi non potevano superare i 5 o 10mila individui ciascuna, donne bambini e vecchi compresi).”

Qui alzerei le stime. I Longobardi prima di venire in Italia occupavano l’odierna Ungheria, e dovevano essere abbastanza numerosi da non farsi battere dai loro vicini bellicosi, tipo gli Avari.

Insomma cifre precise non le sapremo mai, ma un numero tra i 60.000 e i 120.000 potrebbe essere una buona approssimazione. C’erano poi barbari meno numerosi anche rispetto ad altri gruppi di barbari loro vicini. I Visigoti e gli Svevi invasero insieme la Spagna dopo il 450, però i Visigoti ne occuparono i ¾ e gli Svevi solo ¼. Probabilmente anche la loro popolazione aveva un rapporto simile, tanto che alla fine del 400 i Visigoti poterono sconfiggere facilmente gli Svevi.»

 

Mauro Aurigi ha così replicato:

«Caro Cascioli, grazie per la pronta risposta e per le informazioni. Sono molto interessato alla storia, ma non è un interesse fine a se stesso, come in genere è quello degli storici. Il mio interesse è di tipo "politico": conoscere il passato per capire il presente e, possibilmente, fare ipotesi per il futuro (non sai dove vai se non sai da dove vieni: non so chi l'ha detto e non so se qualcuno l'ha detto prima, ma in sintesi questo è il mio problema).

Mi sembra che l'Occidente vada serenamente verso la sua poco dignitosa fine, esattamente come ci andò l'Impero romano. Quest'ultimo era un territorio organizzato sul piano amministrativo e logistico come nessun altro, popolato da, si dice, 50 milioni di abitanti (a scuola però avevo imparato che erano 24 milioni), che fu aggredito da bande barbariche, disorganizzate e scoordinate, e attraversato da una parte all'altra, incredibilmente, come un coltello nel burro. Sempre a scuola le invasioni barbariche mi erano state presentate come una marea immane e irresistibile, ma molto più tardi mi sono convinto che tribù del genere non potessero essere composte da più di 5-10.000 individui (donne, bambini e vecchi compresi). Solo i Franchi (secondo la Treccani, mi pare) erano circa 100.000 ma divisi in 10 tribù separate, scoordinate e spesso in lotta tra di loro.

Ritengo che la causa più diretta e immediata del crollo, non solo dell'Impero, ma anche e soprattutto delle singole comunità che lo componevano, sia stata l'abolizione dell'esercito di popolo e la conseguente istituzione dell'esercito mercenario (alla fine esclusivamente barbarico). Ciò fu la logica conseguenza dell'inevitabile diffidenza se non proprio terrore, che ogni principe autocratico, come era l'imperatore romano, nutre verso il popolo in armi. Se ogni città dell'impero avesse avuto la sua milizia popolare, come ai tempi di Roma repubblicana, i barbari, anche se numerosi come lei suppone, non avrebbero avuto scampo. Forse non si salvava l'Impero (poco male, anzi!...), ma certamente si salvavano le comunità dell'impero e conseguentemente la loro civiltà. Così come, grazie alla milizia popolare, per alcuni secoli si salvarono i minuscoli comuni italiani di fronte al sacro romano imperatore e al papa, salvando nel contempo la loro splendida civiltà, civiltà che fu l'unica causa dell'Umanesimo e quindi del Rinascimento e perfino della Riforma protestante (secondo me qui, ossia nell'Umanesimo-Rinascimento-Riforma, sta anche l'unica origine dell'odierno Occidente). Così come per secoli, grazie all'esercito di popolo, si salvarono anche le città greche e la loro altrettanto splendida civiltà.

Pensi alla minuscola Svizzera ed al suo enorme esercito di popolo e, quindi, ai 700 anni di indipendenza e prosperità di cui ha goduto.

Ed ora pensi all'Occidente di oggi che quasi ovunque ha abolito l'esercito di popolo (milizia popolare), proprio nel momento che ha cominciato a subire (e siamo solo all'inizio) ogni tipo di pressione e di minaccia.

Non sono tenero verso l'Occidente per le colpe di cui si è macchiato verso il resto del mondo e anche verso se stesso, ma provi a immaginarsi un mondo senza Occidente, tutto Asia, Africa e Sud America.

Non sarebbe come l'Europa della seconda metà del primo millennio, ossia dopo le invasioni barbariche?

A proposito del popolo in armi devo precisare che non sono un guerrafondaio, anzi sono un pacifista e un anti imperialista, ma aborro e ho terrore degli eserciti mercenari (io e Machiavelli sembriamo gli unici a preoccuparcene), mentre stravedo per il popolo in armi addestrato alla guerra di difesa di tipo partigiano (Svizzera docet ancora). Cosa devo pensare invece di un esercito mercenario, la cui unica giustificazione (D'Alema) è che ora un esercito di difesa non serve più, ma serve un esercito per missioni di pace fatto di professionisti? Ci stanno pigliando per i fondelli: come si possono chiamare le missioni armate all'estero se non imperialistiche? Altro che missioni di pace, come dicono all'unisono D'Alema e Berlusconi!

Scusi la logorrea, ma sul tema (eserciti mercenari e crisi dell'Occidente) ho spesso confronti molto animati alla fine dei quali vengo guardato con sufficienza se non addirittura con compassione. E la cosa mi brucia non poco, per cui quando posso mi sfogo (questa volta è lei la vittima di turno!). Ma mi interesserebbe la sua opinione in proposito (tenga presente che io, nel mio piccolo, mi sto battendo come un leone perché la cultura in cui sono nato e vissuto non abbia a sparire).

Grazie per l'attenzione.

Mauro Aurigi»

 

Questa, infine, è la mia risposta conclusiva:

«Caro Mauro,

la sua lettera è molto interessante. Aggiungo alla sua una mia nota. Ogni tanto si parla di mandare l'esercito a Napoli in funzione anti-camorra o in Sicilia. Ormai è una proposta che non ha nessun senso. Se i militari erano ancora ragazzi di leva, avendone tanti, potevano fare qualcosa dove li mandavi, tipo intervenire per terremoti o alluvioni. Se hai un esercito di specialisti, quelli sanno benissimo guidare o riparare un carro armato, o montare un radar, ma per lavori di bassa manovalanza (ad esempio tirare su tende per senzatetto) sarebbero uno spreco pazzesco, come se usassimo dei programmatori informatici per fare la zuppa per gli alluvionati.»


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#150 From: "Francesco Cascioli" <fr.cascioli@...>
Date: Tue Jun 19, 2007 12:33 pm
Subject: I Vandali e il saccheggio di Roma nel 455
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I Vandali e il saccheggio di Roma nel 455

 

Per Genserico, re dei Vandali che governava da Cartagine, fu positivo che l'imperatore Valentiniano III uccidesse di propria mano, in un intrigo di palazzo, il vincitore degli Unni, Ezio, e si mozzasse così, per fare nostre le parole di un contemporaneo, "la mano destra con la sinistra."

In seguito, il 16 marzo 455, anche Valentiniano III fu ucciso da un gruppo di congiurati - come si vede, i Romani ricorrevano a sistemi non meno cruenti di quelli dei Vandali -: l'uomo che lo pugnalò, di nome Massimo, costrinse la vedova dell'ucciso, Eudossia, a sposarlo e dette in moglie la figlia di lei, che portava lo stesso nome, al proprio figlio Palladio.

Tutto si svolse fulmineamente forse perché Massimo intuiva di avere davanti a sé un periodo breve di regno. E si direbbe effettivamente che Genserico non avesse atteso altro che questi sviluppi che lo esoneravano dagli impegni assunti con il trattato di pace del 412, perché secondo la concezione comune a tutti i popoli non romani, i patti di questo genere impegnavano unicamente i singoli personaggi che li contraevano e non i rispettivi stati, sicché la morte di uno dei firmatari li scioglieva automaticamente. E vi si aggiungeva dell'altro, perché nobili dame erano diventate in un modo o nell'altro vittime del brutale colpo di stato che aveva sconvolto l'impero romano d'Occidente e i principi si sentivano chiamati, almeno sin dove la situazione glielo consentiva, a intervenire per proteggere le donne perseguitate. Pochi anni prima una principessa, delusa di non trovare soccorsi contro il potere imperiale, aveva chiamato in aiuto nientemeno che Attila, scatenando con il suo appello una guerra che aveva assunto le dimensioni di una conflagrazione mondiale. Adesso era la volta dell'imperatrice vedova Eudossia, alla quale si potrebbe imputare un'iniziativa dalle conseguenze almeno altrettanto fatali.

Avvenne così che dietro lo schermo dei nobili intenti la flotta vandalica uscì dal porto nella primavera del 455, presumibilmente pochi giorni dopo che a Cartagine era giunta la notizia che ufficiali goti al soldo di Massimo, i quali erano stati al comando di Ezio, avevano vendicato il loro generale assassinando l'imperatore Valentiniano III.

Un gruppetto di ufficiali visigoti, fra i quali un certo Optila e un certo Trautila, si erano precipitati contro l'imperatore e l'avevano finito a pugnalate senza che un solo uomo dell'intero reparto presente mettesse mano alla spada per difenderlo.

Rimane controverso il particolare, per le divergenze delle fonti che ne riferiscono, se Eudossia avesse inviato a Cartagine anche qualche messaggero personale incaricato di rivolgere un invito esplicito a Genserico; ma gli "inviti" di questo tenore, come già abbiamo avuto modo di vedere in un capitolo precedente, erano sempre uno dei pretesti preferiti, sin dal tempo dei tempi. Motivi più che sufficienti per rivolgerglielo, comunque, Eudossia ne avrebbe avuti, perché Massimo, l'usurpatore, non soltanto l'aveva costretta a sposarlo con la violenza, ma non aveva esitato a confessarle dopo la prima notte, con cinico dileggio, che gli ufficiali visigoti non erano stati altro che un suo strumento e che il vero assassino di Valentiniano in realtà era lui. Tuttavia Massimo aveva avuto per il delitto un motivo che è considerato a tutt'oggi un'attenuante dai tribunali, se non altro in Francia e in Italia: quando lui, Massimo, era ancora un membro del senato, Valentiniano gli aveva sedotto la bella moglie, con l'astuzia e la violenza, e la donna - "ultima Lucrezia di Roma", come la definì Gregorovius - era morta di crepacuore per la vergogna subita.

Genserico, al quale questi dettagli interessavano assai poco, approfittò del momento favorevole; e poiché a volte era più rapido lui nell'agire di quanto gli altri lo fossero nel pensare (per usare le parole di Giordane) la sua poderosa flotta comparve, del tutto inattesa e con indicibile terrore dei Romani, nelle acque antistanti a Porto, alle foci del Tevere. La Via Portuensis facilitò grandemente l'avanzata dei Vandali, che in maggio, a poche settimane dall'uccisione dell'imperatore, poterono effettuare l'accerchiamento di Roma. Fu un'operazione anfibia che non sfigura, in fatto di rapidità, neppure al confronto delle azioni tattico-strategiche moderne e che dimostra come Genserico avesse elevato a principio il segreto delle fulminee vittorie di tutti i grandi condottieri: l'accurata valutazione preliminare dei pro e dei contro, i piani di battaglia genialmente concepiti e la rapidità dell'azione, tutte qualità che erano state proprie di Cesare prima di lui e che lo furono dopo di lui del gran khan Qubilay o di Napoleone.

Genserico aveva fatto una sola sosta durante la sua breve marcia sulla città eterna: il 31 maggio l'imperatore Massimo, mentre tentava la fuga, era stato lapidato dai mercenari burgundi che non l'avevano neppure ritenuto degno di finire sotto i colpi inferti con l'arma bianca, e due giorni dopo papa Leone I era uscito dalla città indifesa e si era presentato nel suo accampamento per chiedergli di risparmiare gli abitanti e gli edifici. In compenso il pontefice garantiva che gli invasori non avrebbero incontrato resistenza, cosicché non si sarebbero avuti combattimenti per le strade e quindi sarebbe stato possibile evitare anche gli incendi.

Non era questa la prima volta che Leone Magno affrontava una via così dolorosa. Tre anni prima si era spinto sino a Mantova per incontrare Attila. Stando alla leggenda, la visione della spada di Dio avrebbe indotto il superstizioso re degli Unni ad accogliere la preghiera di questo sacerdote evidentemente dotato di poteri magici: il fatto è che l'Italia centrale e meridionale scamparono in effetti alla furia unnica, anche perché di lì a non molto Attila morì. Genserico, però, forte della sua fede ariana, certamente accolse il papa serza timori segreti e senza esitazioni; da un bagno di sangue non avrebbe ricavato nulla, mentre la cattura del maggior numero possibile di schiavi e di ostaggi gli avrebbe fruttato denaro. Quindi l'accordo con Leone Magno collimava perfettamente con i suoi piani e il fatto che gli riuscisse di far sì che lo rispettassero non soltanto i suoi Vandali ma anche gli ausiliari della Mauretania dimostra di quale autorità godeva re Genserico.

L'assoluta sicurezza di esercitarla sugli uni e sugli altri gli consentì di fissare un termine di ben quindici giorni per il saccheggio sistematico della grande città: un arco di tempo entro il quale le truppe di qualsiasi altro esercito, per quanto disciplinate, sarebbero sfuggite di mano al proprio capo, in cui ogni altro sovrano non sarebbe stato in grado di te

nere a freno i propri soldati; e ne è un esempio per tutti il saccheggio cui fu sottoposta Costantinopoli dai crociati di Enrico Dandolo. Alarico aveva potuto imbrigliare i suoi Visigoti tre soli giorni - ed era già stato molto - durante i quali certi episodi aveva dimostrato che il pericolo di un caos orgiastico era stato scongiurato a malapena. Non così nel caso dei Vandali, che agirono con calma competenza professionale. Essi percorsero l'una dopo l'altra le vie di Roma, tratto per tratto, ogni squadra seguita dai veicoli sui quali caricare il bottino; poi colonne interminabili di carri aperti e coperti imboccavano la Via Portuense per andare a riempire le capaci stive delle navi. Tutto ciò che non serviva a questo scopo venne risparmiato e non si ebbero a deplorare episodi di violenze e di stupri; in compenso i Vandali si portarono dietro come ostaggi un numero incalcolabile di membri di famiglie benestanti, riservandosi ampia possibilità di spassarsela con le loro mogli e figlie, senza che nessuno potesse impedirlo, una volta ritornati in Africa, in attesa che fosse pagato il riscatto. Per il momento contavano assai più gli oggetti d'oro e d'argento e perfino gli utensili domestici di rame, preziosi, questi ultimi, soprattutto agli occhi dei miserabili guerrieri del deserto.

Genserico fece smontare, per abbellirne la sua nuova capitale, statue e colonne e tegole di bronzo dorato. Solo che ne sovraccaricò la nave destinata al trasporto e questa fu l'unica di tutta la flotta a naufragare durante la tempesta che colse gli eretici predoni sulla rotta verso l'Africa, come una vendetta postuma.

"La ricerca spassionata respinge nettamente la trita, banale favola che i Vandali abbiano distrutto gli edifici di Roma. Non uno degli antichi storiografi che parli in un modo o nell'altro di questo avvenimento nomina sia pure un unico edificio che sia stato da loro distrutto. Procopio riferisce unicamente che i Vandali saccheggiarono il Campidoglio e il Palazzo e soltanto i Bizantini, che ne scrissero in un tempo successivo e indipendentemente l'uno dall'altro dicono, ma genericamente, di aver sentito che la città fu data alle fiamme e che i suoi capolavori vennero arsi dall'incendio."

Schreiber H. “I Vandali”, Rizzoli, pag. 126

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#149 From: "Francesco Cascioli" <fr.cascioli@...>
Date: Sun Jun 10, 2007 6:01 pm
Subject: Se la fine del mondo non arriva
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Se la fine del mondo non arriva

Il passato è disseminato di movimenti religiosi millenaristici, sette che hanno pro­fetizzato per questa o quella data l’avvento di un’era di redenzione e beatitudine per i credenti, preceduta invariabilmente da un catacli­sma apocalittico.

Ma il fatto che la predizione non si sia mai avverata, anziché ridurre allo sbando gli adepti, li ha quasi sempre rafforzati nelle loro convinzioni. Sfidando il ridicolo, si davano all’apostolato con un fervore, se possibile, accresciuto dallo scacco. Così fu per i Montanisti del Il secolo in Turchia, per gli Anabattisti olandesi del XVI, per i Sabbatisti di Izmir nel XVII secolo, per i Milleriti america­ni nel XIX.

Grazie a tre ricercatori dell’Università del Minnesota, Leon Fe­stinger, Henry Riecken e Stanley Schachter, conosciamo dall’interno un culto millenaristico insediato nella Chicago moderna. Infiltratisi nella setta, insieme con alcuni collaboratori, hanno potuto darci un resoconto di prima mano degli eventi subito prima e subito dopo la data della “fine del mondo”.

 

La setta era piccola, una trentina di adepti, guidata da un uomo e una donna di mezza età, indicati dai ricercatori coi nomi fittizi di Thomas Armstrong e Marian Keech. Il Dr. Armstrong, medico pres­so un centro universitario, si interessava da tempo di occultismo, mi­sticismo e dischi volanti e pertanto era l’esperto del gruppo su questi temi. Ma al centro dell’attenzione stava Mrs. Keech, che quell’anno aveva cominciato a ricevere dai “Guardiani”, entità spirituali extra­terrestri, dei messaggi che raccoglieva mediante la “scrittura automatica”. I messaggi dei Guardiani, vagamente ispirati alla tradizione cri­stiana (di fatto uno di loro, di nome Sananda, si “rivelò” infine come l’incarnazione presente di Gesù), finirono per costituire il nucleo centrale delle credenze del gruppo.

Le trasmissioni dei Guardiani, sempre oggetto di grande discus­sione ed esegesi, acquistarono un peso tutto nuovo quando comincia­rono a predire una grande catastrofe imminente: un diluvio che sa­rebbe cominciato nell’emisfero occidentale e infine avrebbe sommer­so il mondo intero. Benché sulle prime gli adepti fossero comprensi­bilmente allarmati, nuovi messaggi li assicurarono che tutti coloro che credevano nelle “Lezioni” impartite attraverso Mrs. Keech sareb­bero stati salvati prima del diluvio a bordo di dischi volanti. Sulle modalità del salvataggio i particolari erano scarsissimi, salvo l’invito a tenersi pronti ripassando certe parole d’ordine («Ho lasciato il cap­pello a casa»; «Qual è la tua domanda?»; «Tutti i miei beni li porto con me») ed eliminando dagli abiti tutte le parti metalliche, perché la presenza di metallo a bordo delle astronavi sarebbe stata «estrema­mente pericolosa».

Osservando i preparativi durante la settimana precedente la data fatidica, Festinger, Riecken e Schachter notarono con particolare in­teresse due aspetti significativi nel comportamento degli adepti. il primo era l’estrema convinzione che induceva molti di loro a compie­re passi definitivi in vista della partenza dalla Terra condannata, spes­so affrontando grossi conflitti con le famiglie e gli amici, sfidando la minaccia di azioni legali per l’interdizione o la decadenza dalla pote­stà genitoriale, lasciando il lavoro o gli studi, in qualche caso sbaraz­zandosi di cose di proprietà che ben presto non sarebbero più servite a nulla. Erano persone convinte di possedere la verità e disposte per questo a sopportare enormi pressioni sociali, economiche e legali. Il loro credo veniva rafforzato dopo ognuna di queste prove.

Il secondo aspetto interessante era una curiosa forma di inattività. Per essere così convinti della validità del proprio credo, facevano sor­prendentemente poco per diffonderlo. Avevano sì resa pubblica la profezia all’inizio, ma non cercavano di fare proseliti: erano disponi­bili per dare consigli a chi raccoglieva l’allarme, nulla di più.

La ripugnanza al proselitismo si manifestava in vari altri modi. Su molte cose era mantenuto un assoluto segreto: le copie in soprannu­mero delle “Lezioni” vennero bruciate, si istituirono parole d’ordine e segni di riconoscimento, si vietò di parlare con estranei del contenu­to di certe registrazioni, tanto segrete che neppure i fedeli di vecchia data erano autorizzati a prendere appunti. La pubblicità era evitata ad ogni costo: all’avvicinarsi del diluvio, sempre più cronisti affluiva­no al quartier generale della setta, in casa Keech, ma venivano rego­larmente allontanati o ignorati. Un nuovo assalto dei media si ebbe quando il Dr. Armstrong, a causa delle sue attività religiose, venne li­cenziato dal centro medico universitario (un giornalista particolar­mente insistente dovette essere minacciato di azione legale). L’ultimo assedio fu respinto la vigilia del “diluvio universale”, quando uno sciame di cronisti assalì gli adepti per avere informazioni. I ricercatori avrebbero poi descritto con ammirazione l’atteggiamento del gruppo in questa fase: «Esposti a un’enorme pubblicità, hanno fatto ogni sforzo per evitare la fama; nonostante le numerose possibilità di far proseliti, sono rimasti evasivi e riservati, comportandosi quasi con superiore indifferenza».

Alla fine, sgombrata la casa da tutti i cronisti e i sedicenti converti­ti dell’ultima ora, gli adepti cominciarono gli ultimi preparativi per l’arrivo dell’astronave, previsto per la mezzanotte. La scena, vista con gli occhi di Festinger, Riecken e Schachter, dev’essere sembrata un pezzo di teatro dell’assurdo. Persone per il resto normali — casalin­ghe, studenti, un giornalista, un medico, un commesso di ferramenta con la madre — partecipavano con molto impegno alla tragicomme­dia. Prendevano ordini da due persone che erano periodicamente in contatto con i Guardiani: ai messaggi di Sananda trascritti da Mrs. Keech in trance si aggiungevano quella sera le istruzioni che il “Crea­tore” mandava per bocca di un’ex estetista. Tutti ripassavano con cura le loro battute, ripetendo in coro le parole d’ordine da pronun­ciare prima di salire nel disco volante. Discussero seriamente se la te­lefonata ricevuta da un sedicente “Capitan Video” (era il nome di un personaggio televisivo dell’epoca) fosse da interpretare come una burla o come un messaggio in codice dei soccorritori. Erano anche tutti in costume di scena: in obbedienza all’ordine di non portare a bordo nulla di metallico, portavano abiti disfatti per eliminare tutti i più minuti pezzetti di metallo (occhielli delle scarpe, ganci e sostegni di reggiseno e busti, cerniere lampo dei pantaloni, che erano retti da pezzi di corda anziché cinture o bretelle).

Il fanatismo su questo punto fu toccato con mano da uno dei ricercatori che, 25 minuti prima di mezzanotte, annunciò che aveva di­menticato di togliere la lampo dai pantaloni: «Questa notizia produs­se una reazione quasi di panico», leggiamo nel resoconto. «Fu spinto in camera da letto, dove il Dr. Armstrong, con le mani tremanti e mandando continue occhiate febbrili alle lancette della sveglia, tagliò via la lampo con due rasoiate e strappò i gancetti con un paio di ceso­ie». Terminata l’operazione, il malcapitato fu riportato in salotto, un po’ meno metallico ma, si presume, molto più pallido.

AlI’avvicinarsi della mezzanotte, gli adepti si chiusero in una muta attesa. La presenza sul posto dei nostri tre osservatori ci permette di avere un resoconto particolareggiato di questo momento cruciale nel­la vita del gruppo: l’attesa carica di tensione, il silenzio in cui caddero uno dopo l’altro i rintocchi della mezzanotte, lo sbigottimento perché nulla era successo, la disperazione che progressivamente si impadro­niva del gruppo. All’alba tutto sembrava perduto:

A un certo punto, verso le quattro del mattino, Mrs. Keech crollò e scoppiò in lacrime: sapeva, disse fra i singhiozzi, che c’era qualcuno che cominciava a dubitare, ma il gruppo doveva irraggiare la sua luce a quelli che più ne avevano bisogno e doveva restare unito. Anche gli altri cominciavano a perdere il contegno: erano tutti visibilmente scossi, molti sul punto di piangere. Erano quasi le quattro e mezzo e ancora non avevano trovato un modo di far fronte alla sconferma. Ormai quasi tutti parlavano apertamente del mancato arrivo della scorta a mezzanotte. Il gruppo sembrava prossimo alla dissoluzione.

Ma ecco che si verificarono due episodi notevoli, uno dopo l’altro. Il primo fu alle cinque meno un quarto, quando la mano di Marian Keech improvvisamente cominciò a trascrivere un messaggio. Letta a voce alta, la comunicazione si rivelò una spiegazione elegante degli avvenimenti: «Il piccolo gruppo, riunito solo per tutta la notte, aveva diffuso tanta luce che Dio aveva salvato il mondo dalla distruzione». Per quanto pulita ed efficace, la spiegazione da sé non bastava; per esempio, non appena l’ebbe ascoltata, uno degli adepti si alzò, si mise cappello e cappotto e andò via. Ci voleva qualcos’altro per restaurare la fede. Fu a questo punto che si verificò il secondo episodio. Ascol­tiamo la descrizione degli osservatori presenti alla scena:

L’atmosfera nel gruppo cambiò bruscamente e così il suo comportamento. Pochi minuti dopo avere letto il messaggio che spiegava la mancata catastrofe, Mrs. Keech ne ricevette un altro che le ordinava di pubblicizzare quella spiega­zione. Andò al telefono e cominciò a formare il numero di un giornale. Mentre aspettava la comunicazione, qualcuno le chiese: «Marian, è la prima volta che chiami tu il giornale?».

La risposta fu immediata: «Oh, sì, è la prima volta che li chiamo. Non ho mai avuto niente da dirgli prima, ma ora sento che è urgente». L’intero gruppo poteva farle eco, perché tutti ormai avvertivano un’urgenza. Non appena ebbe finito la sua telefonata, gli altri si misero a turno a chiamare giornali, telegrafo, stazioni radio e periodici nazionali, per diffondere la spiegazione del mancato diluvio. Nel desiderio di diffondere il verbo rapidamente e con risonanza, svelavano cose che finora erano state segretissime. Mentre poche ore prima avevano evitato i cronisti e provato fastidio per l’attenzione della stampa, ora cercavano avidamente la pubblicità.

Non solo si era ribaltata la linea del gruppo sul problema della se­gretezza, ma era cambiato anche l’atteggiamento verso le potenziali conversioni. Mentre prima chi si presentava alla casa come possibile nuovo adepto veniva generalmente ignorato, allontanato o trattato con indifferenza, il giorno dopo il mancato diluvio tutto era cambia­to. Chiunque telefonasse era ricevuto, si rispondeva a tutte le doman­de e si cercava di convertire tutti i visitatori.

A che cosa attribuire il voltafaccia degli adepti? Nello spazio di poche ore erano passati da una custodia chiusa e settaria del Verbo alla massima apertura e diffusione. E che cosa può averli costretti a scegliere un momento così poco favorevole, proprio quando il man­cato diluvio li rendeva più ridicoli agli occhi dei non credenti?

L’evento decisivo era avvenuto in qualche momento della “notte del diluvio”, quando era ormai chiaro che la profezia non si sarebbe realizzata. Stranamente, non era stata la loro precedente certezza a indurli al proselitismo, ma invece un senso d’incertezza che si impa­droniva di loro: se le predizioni sul diluvio e l’astronave erano sbaglia­te, probabilmente lo era tutto il sistema di credenze su cui poggiavano, una possibilità che dev’essere sembrata spaventosa al gruppo rac­colto nel salotto di casa Keech.

Ormai si erano spinti troppo avanti, avevano rinunciato a troppe cose per le loro convinzioni e non potevano permettersi di vederle crollare: la vergogna, i costi economici, il ridicolo sarebbero stati troppo grandi. E tuttavia quelle credenze avevano appena subito un colpo spietato dalla realtà fisica: nessun disco volante, nessun astro­nauta, non era in vista nessun diluvio, non era successo niente secon­do le profezie. Dato che l’unica forma accettabile di verità era stata messa in crisi dalla riprova del mondo fisico, c’era una sola via d’usci­ta: il gruppo doveva trovare un altro tipo di riprova alla validità delle sue credenze, la riprova sociale.

Così si spiega allora l’improvvisa trasformazione da cospiratori in gran segreto a zelanti missionari. E si spiega la bizzarra scelta di tem­po, nel momento stesso in cui la fallita profezia riduceva al minimo la loro credibilità presso gli estranei. Era necessario rischiare il ridicolo, perché gli sforzi di proselitismo offrivano l’unica speranza residua. Se riuscivano a diffondere il Verbo, informare gli ignoranti, persuadere gli scettici, operare conversioni, ecco che le loro credenze minacciate ma insostituibili sarebbero diventate più vere. Il principio della ripro­va sociale suona così: quanto maggiore è il numero di persone che tro­va giusta una qualunque idea, tanto più giusta è quell’idea. Il compito che stava davanti al gruppo era chiaro: dato che non si potevano cam­biare le dimostrazioni fisiche, bisognava disporre di dimostrazioni sociali. Convincete e sarete convinti!

Tutte le armi di persuasione funzionano meglio in certe condizioni che in altre. Se vogliamo difenderci adeguatamente dalla loro azione, è importantissimo sapere di ciascuna le condizioni ottimali di funzio­namento per capire quando siamo più esposti alla sua influenza. Per quanto riguarda il principio di riprova sociale, un’indicazione l’ab­biamo già avuta: fra gli adepti di Chicago, è stato il duro colpo alle loro certezze a scatenare l’urgenza di fare proseliti. In generale, quan­do siamo dubbiosi, quando la situazione è ambigua e regna l’incertez­za, è più facile che guardiamo al comportamento altrui e lo prendia­mo per buono.

Cialdini Robert, “Le armi della persuasione”, Giunti, pag. 107

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#148 From: "Francesco Cascioli" <fr.cascioli@...>
Date: Fri May 25, 2007 4:01 pm
Subject: Il giornalista satirico più famoso dell'India
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Il giornalista satirico più famoso dell'India

 

KHUSHWANT SINGH: La penna più amata dal popolo. A 92 anni, il giornalista satirico più famoso dell'India è considerato un monumento vivente. La sua formula è la stessa da mezzo secolo: provocare, divertire e informare. Dimostra che si può scrivere di sesso e scoregge nella stessa pagina in cui è pubblicato un distico in urdu.

 

Dal giornale SHEELA REDDY, OUTLOOK, INDIA

Citato da: INTERNAZIONALE n. 691, 4 MAGGIO 2007

 

A novantadue anni, il vecchio sporcaccione più famoso dell'India, che si definisce anche il più grande buffone nazionale, è entrato in una nuova fase della vita. Il mese scorso, durante un'elegante cerimonia a cui era stato trascinato controvoglia, il presidente indiano A.P.J. Abdul Kalam gli ha consegnato la più alta onorificenza nazionale che uno scrittore abbia mai ricevuto, il Padma Vibhushan.

"Questo per me è stato l'anno della mietitura", commenta Khushwant, quasi intontito dalla valanga di premi nazionali e internazionali che gli si riversano addosso. Tutti questi riconoscimenti confermano che ha sempre avuto ragione: si può scrivere di sesso e scoregge nella stessa pagina in cui è pubblicato un distico in urdu ed è possibile essere dei luminari senza essere dei vecchi tromboni.

Ma se gli si chiede quanti premi ha vinto quest'anno, Khushwant s'innervosisce: "Così mi costringe a vantarmi. È una cosa volgare". Lo scrittore che per mezzo secolo ha corteggiato avidamente la parolaccia ha un'idea tutta sua di cosa sia la volgarità. La medaglia d'oro del Padma Vibhushan è finita da tempo in un cassetto della camera da letto, come tutte le altre onorificenze. L'unica cosa messa in bella vista, in cima a una pila di libri d'arte, è una pesante papera d'argento ricevuta un paio di mesi fa dall'associazione Punjabi del Canada. "Mi ci sono proprio affezionato". E racconta che si è rivelata molto utile per rompere il ghiaccio durante i suoi ricevimenti: "Vedete quella papera sul tavolo? Pensate, è l'uccello nazionale del Canada".

Qualunque scrittore darebbe oro per raggiungere la sua fama. Per più di quarant'anni, hanno bussato alla sua porta presidenti, primi ministri, premi Nobel, ambasciatori, vincitori del Booker prize, giornalisti stranieri, aspiranti scrittori, stelle del cinema e belle ragazze in cerca di fama. Neanche a farlo apposta, appena arrivato a Bombay Khushwant ha appeso sulla sua porta una targa, ormai leggendaria, che dice: «Non suonate il campanello se non siete attesi".

Tra le conquiste di Khushwant che nessun altro scrittore può vantare, ce n'è una fondamentale: una base di lettori fedelissimi nella fascia di popolazione meno istruita. Una sera, per esempio, durante una visita al Khan market di New Delhi, è entrato a curiosare in una macelleria. Mentre il più vecchio e famoso scrittore indiano studiava i versi coranici scritti sulle pareti del negozio, i macellai, increduli, si sono alzati in piedi per osservare meglio la scena. Alla fine uno di loro hatrovato il coraggio di dirgli: "La leggiamo ogni giorno sui giornali urdu". E poi ci sono le lettere - centinaia ogni mese - che arrivano da lettori di tutto il paese, da piccole città e da metropoli, da ragazzini e da pensionati. Le rare volte che Khushwant si avventura fuori casa, la gente si sporge dal finestrino dell'auto per dirgli: "Ho letto il suo ultimo articolo, era divertentissimo!", oppure gli chiedono: "Mi racconta una delle sue barzellette?".

Naturalmente tutta questa celebrità ha un prezzo: un ritmo di lavoro serratissimo, anche a novantadue anni. Il sannyasa, il voto di povertà che Khushwant ha preso un paio di anni fa, non ha cambiato le sue abitudini di lavoro. Anzi, ha dato una stretta ulteriore alla sua agenda. Per tenere il ritmo delle sue consegne da incubo - due rubriche settimanali e uno o due libri all'anno (ma quest'anno sono stati tre) - Khushwant si sveglia alle quattro di mattina. Nell'intimità del buio, la sua giornata comincia con il primo rituale, una cosa di cui parla poco: chiude gli occhi e, respirando profondamente, canta l'Om Arogyam. "Non è proprio una preghiera", assicura lui. "In realtà serve a mettermi in movimento le budella e la vescica". Il canto è seguito dal mantra Gayatri. "Mi è rimasto in testa da quando l'ho tradotto qualche mese fa", spiega. Nonostante il suo fiero ateismo, Khushwant ammette che non c'è modo migliore di cominciare la giornata di questo inno vedico in onore del sole: una celebrazione della natura e della vita. Ma ci sono anche altri versi che gli escono spontaneamente nelle prime ore del mattino: Ghalib, Shakespeare, filastrocche volgari, in una gioiosa unione di sublime e scurrile. Versi che Khushwant non fa nessuno sforzo a memorizzare: "Mi restano stampati in testa". È il frutto di una vita passata nell'adorazione della parola scritta.

Unavoltavinta labattaglia giornaliera con le budella, comincia il vero lavoro della giornata: "scribacchiare" su un blocnotes. Se lo trova sempre a portata di mano, accanto alla poltrona, grazie al suo fedele segretario Lachman Das.

Più giovane di Khushwant ma con le gambe già ridotte male, Das è l'altra metà di questa nobile industria della scrittura. Da quasi quarant'anni il suo lavoro consiste nel raccogliere fogli pieni di parole fitte e poco leggibili, batterli a macchina e poi infilarli in decine di buste di carta. Buste che saranno recapitate a dodici quotidiani in lingua inglese e a quindici giornali nelle lingue locali. "È un ritmo massacrante", ammette Khushwant. "Lavoro come un mulo e sono pagato molto meno di quei maledetti direttori".

Ma, lamentele a parte, non cambierebbe posto con nessuno. Ha raggiunto la perfezione nell'arte di conquistare il lettore. La vecchia formula che ha creato tanti anni fa - provocare, divertire e informare - funziona ancora. "È molto semplice scioccare gli indiani. Sono atrofizzati dalla religione".

Khushwant traduce gli antichi testi vedici, o più di recente le opere del filosofo Adi Shankara, ma usa liberamente distici hindi e urdu invece della metrica inglese. Prende le barzellette sgrammaticate che gli mandano, le riscrive, le lima e poi le pubblica con la firma dei lettori. E in cambio loro lo adorano, lo perseguitano per conoscerlo di persona, gli mandano lettere piene d'insulti, gli portano i loro manoscritti, i loro figli e decine di

bottiglie del suo whisky preferito.

Alle sei del mattino, con puntualità svizzera il maggiordomo arriva con il carico giornaliero di sei quotidiani. Dopo quell'attesa impaziente, i giornali sono una delusione che si ripete quotidianamente. "Anche oggi niente: solo immondizia". Compiuto il suo dovere, Khushwant passa al suo vizio quotidiano: le parole crociate. "È un piacere proibito"; confessa, "una totale perdita di tempo": Prima che arrivi l'ora di fare colazione -

una fetta di pane integrale tostato e una tazza di caffè - finisce cinque o sei cruciverba, tenendo per ultimo quello dello Statesman, il suo preferito.

Per le otto, il dispotico stacanovista che è in lui ha già riportato all'ordine lo scolaretto in vena di saltare la scuola. Khushwant si mette di nuovo al lavoro, con i piedi sul poggiapiedi e il taccuino in grembo. La sua penna si muove con scioltezza e si ferma raramente per cancellare o riscrivere. "Non posso permettermi il lusso del blocco dello scrittore", dice ridendo. Lachman Das si aggira silenziosamente nella stanza.

 

Pranzo frugale

A mezzogiorno meno cinque la tavola viene apparecchiata per il pranzo frugale: potrebbe essere zuppa e insalata di germogli di soia, oppure del bhelpuri istantaneo, un piatto a base di riso soffiato, patate e cipolla, che è il suo piatto preferito del momento. Due volte alla settimana, secondo una tradizione che dura da cinquant'anni, un suo ammiratore gli porta delle polpette di crema di lenticchie fatte in casa. Avrà anche rinunciato agli altri piaceri della vita - i viaggi, il tennis, le passeggiate al parco o in libreria - ma quando si parla di cibo, è ancora il vecchio Khushwant: curioso, avventuroso, sempre pronto ad assaggiare tutto. La sera spesso lo si trova chino su una pila di menu di consegne a domicilio, mentre sceglie cosa ordinare per cena.

A mezzogiorno e mezzo, sull'appartamento numero 49E di Sujan Singh park cala il silenzio: il più prolifico scrittore dell'India si concede la sua meritata siesta, un'altra tradizione che continua inin

terrotta da mezzo secolo. Tempo un'ora ed è di nuovo in piedi, pronto a leggere la posta. Immerso nella sua poltrona, con un'aria da vecchio Gandhi, comincia a rispondere alle lettere: due o tre righe indecifrabili, scritte a mano su una cartolinapostale. Le lettere di complimenti finiscono nella spazzatura, quelle di insulti, lunghe anche venti pagine, vengono piegate con cura e conservate come fossero trofei. Il lavoro di Khushwant è allietato solo dallamusica classica occidentale trasmessa dalla radio satellitare, una sua recente passione.

Si avvicina l'ora magica: le sette di sera. Cominciano le visite, un gruppo confuso di industriali, monaci buddisti, autorità islamiche e indù, politici, cappellani militari, scrivani, editori, gente che chiede favori e, sempre più spesso, semplici turisti. "Dopo aver visto il Jantar Mantar o il minareto Qutub Minar, vogliono vedere me", commenta lui. Ma la gente non arriva solo per interesse o curiosità.

Il suo modo di fare è un misto di generosità discreta e galanteria esagerata ("Mi piace fare i complimenti alle donne. Fa felici loro e fa felice me"), di lealtà cavalleresca ("devo stare dalla parte di chiunque si trovi in cattive acque"), valori profondi e mai esibiti ("Voglio che siano gli amici a lasciarmi, non il contrario"). Tutto questo gliha assicurato una fortuna in termini di amicizia grande quanto quella ottenuta come scrittore. E per capire di che cifre stiamo parlando, basta ricordare che solo i suoi libri di barzellette gli garantiscono centomila rupie di royalty l'anno (circa 1.800 euro, più del triplo del reddito annuo medio indiano).

Tra i visitatori della settimana scorsa c'era una seguace del Dalai Lama, che gli ha legato al polso un nastro rosso. "È stato benedetto dal Dalai Lama;' gli ha spiegato, «per concederti una morte serena".

Poco dopo Khushwant se l'è tolto senza farsi vedere e l'ha infilato in tasca. Ora lo tira fuori per raccontare la storia ai suoi amici: "Ma non poteva portarmene uno per l'immortalità invece che per una morte serena?".

Non che non pensi alla morte. Anzi, ne è ossessionato da quando aveva vent'anni. Ma ora che si avvicina il momento, Khushwant mantiene un atteggiamento

stoico. Vuole che succeda come dice lui: in modo pulito, senza drammi. E ha una speranza: "Spero solo di non andarmene prima di aver finito di dire tutto quello che devo dire".

 

 

Biografia

1915. Nasce ad Hadali, oggi in Pakistan.

1950. Scrive il suo primo libro, The mark af Vishnu and other stories.

1954-56. Lavora all'Unesco, a Parigi.

1980-86. È deputato della camera alta del parlamento indiano.

2007. Riceve il Padma Vibhushan, una delle massime onorificenze nazionali in India.


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#147 From: "Francesco Cascioli" <fr.cascioli@...>
Date: Thu May 17, 2007 7:56 am
Subject: Morte di uno spammer russo
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Morte di uno spammer russo

Vardan Kushnir usava un'arma formidabile per fare pubblicità alla sua scuola d'inglese: lo spam. Cronaca di una vita senza freni. Troncata nel 2005 da un omicidio ancora irrisolto

 

Da BRETT FORREST, SOUTH CHINA MORNING POST, HONG KONG

 

Riportato da INTERNAZIONALEn.685, 23 MARZO 2007 pag. 38

 

L’estate arriva tardi a Mosca. Solo a metà dell'anno l'inverno allenta la sua morsa e la gente esce dalle case umide. L'oscurità opprimente lascia il posto al sole, che splende fino a tardi. In una di queste serate estive, nel luglio del 2005, Vardan Kushnir stava rientrando nel suo appartamento in un palazzo nel centro di Mosca. Aveva bevuto qualche bicchiere di troppo in uno di quei night dove le ragazze ballanó seminude sul bancone. Ma c'era tempo per un altro drink a casa sua in compagnia di alcune giovani donne. Nella vita del personaggio più disprezzato del web russo questa era una sera come tante altre.

Anche se non amava la sua città d'adozione, Kushnir era diventato ricco a Mosca. L'American language center (Alc), la sua scuola d'inglese, incassava bene grazie a un'implacabile campagna di spam. Venticinque milioni di email al giorno gli procuravano nuovi clienti per finanziare le sue "eroiche" serate abase di alcol e sesso. Il suo stile di vita era eccessivo perfino per una città come Mosca, famosa per i piaceri sfrenati.

Kushnir sognava di diventare un grande produttore di software, ma poi aveva scelto una strada meno gloriosa. Nella capitale nessuno sopportava il suo spam incessante e le sue spacconate notturne. Si scontrava con i funzionari del governo ed esasperava tutti, soprattutto i suoi dipendenti. La sua fede in Scientology, però, gli dava un'insolita calma. La sua vita era un casino, ma lui non si arrabbiava mai. Anzi, tutto quell'odio che suscitava lo divertiva. Era sempre riuscito a tenere a bada i suoi nemici. Almeno fino a quella calda notte d'estate.

Kushnir divideva l'appartamento sulla Sadovaja-Karetnaja con sua madre Olga. Come faceva sempre quando suo figlio portava a casa qualche ragazza, quella sera Olga era andata a dormire in un monolocale lì vicino. La mattina dopo, quando era tornata nell'appartamento, aveva trovato il corpo del figlio sul pavimento del bagno, immerso in una pozza di sangue.

A più di un anno dall'omicidio le autorità non hanno ancora rivelato come sono andate le cose. Secondo le ricostruzioni dei giornali, l'imprenditore è tornato a casa all'alba con tre ragazze. Una l'aveva incontrata all'Anatra affamata, uno dei club più malfamati della vita notturna moscovita. Le ragazze hanno messo un tranquillante nel suo bicchiere e poco dopo Kushnir è crollato. Ma la dose non era sufficiente a tenerlo fuori combattimento a lungo. Così, appena si è svegliato, lo hanno colpito alla testa. Poi sono arrivati alcuni amici delle ragazze. Secondo un quotidiano sono entrati da una finestra arrampicandosi attraverso le tubature esterne. Qualcuno ha cominciato a picchiare Kushnir senza pietà e gli ha spaccato la testa. Un giornale scandalistico ha raccontato l'episodio con un cinismo trionfante. L'articolo s'intitolava: "Ha avuto quello che si meritava".

Vardan Kushnir era cresciuto in Armenia. Suo padre era andato via di casa e la madre lo aveva tirato su da sola. A scuola era bravo in matematica e fisica e aveva vinto una borsa di studio all'Istituto per l'industria leggera di Mosca. Parlava molto bene l'inglese - dopo la laurea aveva trascorso un anno a Los Angeles - e nel 1994 aveva aperto l’American language center, assumendo come insegnanti gli americani che vivevano a Mosca. A metà degli anni novanta la Russia era sconvolta dagli scontri tra bande criminali, mentre i beni dello stato venivano saccheggiati impunemente. Per diventare ricchi non bastava lavorare sodo o farsi venire qualche buona idea, bisognava usare la forza. In quel periodo Kushnir aveva aperto un'azienda con cui sperava di fare soldi a palate. Con un socio che viveva in Florida aveva fondato la Sophim e creato un software per le aziende, Edifact Prime, basato su standard precedenti all'era di internet. Ma i soldi investiti si erano consumati in costose fiere commerciali. Così nel 2001 aveva lasciato l'azienda ed era tornato a occuparsi della scuola d'inglese, che gli permetteva di mantenere se stesso e la madre.

Questavolta, però, aveva a disposizione una nuova arma: lo spam, che aveva già usato per vendere le azioni della Sophim. Faceva spamming con la frenesia tipica di un imprenditore postsovietico. "Cambiava idea ogni due ore", racconta il direttore di uno degli uffici dell’Alc. Aveva troppe idee. Voleva fare tutto subito"

Dopo essere passato da un server all'altro in Russia e in Germania, Kushnir aveva scoperto il mercato cinese, dove bastavano mille dollari al mese per spedire sette milioni di email al giorno. Era ossessionato dalla ricerca di nuovi server, di liste di indirizzi

email da acquisire e dai metodi per aggirare i filtri antispam. Nel 2003 le entrate della scuola erano raddoppiate: l’Alc aveva più di cento studenti e incassava tredicimila dollari al mese. Tolte le poche spese d'affitto e di gestione, Kushnir intascava quasi tutto. Per gli standard statunitensi non era una fortuna, ma a Mosca - dove lo stipendio medio è di 2.600 dollari all'anno - gli garantiva una vita da privilegiato.

 

Metodi rozzi ma efficaci

Igor Vishnevskji si toglie un auricolare dall'orecchio prima di accomodarsi su un divano di pelle a Le Gàteau, la brutta copia di un caffè francese, e lancia un'occhiata sulla Tverskaja, la strada principale di Mosca, piena di luci e cartelloni pubblicitari. Vishnevskji è un esperto di spam che Kushnir aveva fatto venire dalla Bielorussia per lavorare all'Ale. Non ha rimorsi per il modo in cui trovavano nuovi clienti. "Se uno odia lo spam ; spiega Vishnevskji, "allora odia la pubblicità, che è dovunque".

Il metodo dell'Alc era rozzo ma efficace: Vishnevskji raccoglieva in giro per la rete nuovi indirizzi email e li aggiungeva alla sua lista. Lavorava anche con aziende specializzate, a cui pagava poche centinaia di dollari in cambio di milioni di indirizzi. Per aggirare i filtri, Kushnir inseriva spazi a caso all'interno delle parole o trasformava il corpo dell'email in un'immagine gif o jpeg. Nel periodo migliore l'operazione garantiva ogni giorno una quindicina di potenziali clienti per l'Alc. Ma il sistema aveva dei difetti. Spesso mandava un messaggio alle stesse persone più di cinquanta volte al giorno. Così cominciarono ad arrivare le prime lamentele. Kushnir non dava retta a quelle seccature e si consolava con uno dei libri di Scientology sparsi per il suo ufficio. Sosteneva che le proteste non contavano niente rispetto ai guadagni. "Scrivevamo a tutti cinque volte alla settimana", racconta Vishnevskji. "Li lasciavamo in pace solo durante il weekend".

Nei mesi successivi nacquero dei gruppi di protesta. Kushnir era detestato da tutti, ma la sua determinazione si era rafforzata. "Il suo era il classico pensiero lineare sovietico", spiega Mike McAtavey, un ex insegnante dell'Alc. "Rimedio 250 clienti e un miliardo di telefonate di protesta. Se triplico i miei sforzi, avrò 750 clienti”. E, naturalmente, tre miliardi di telefonate di protesta.

Lo spam costava così poco che Kushnir cominciò a usarlo per attirare l'attenzione sull Alc anche in posti dove non poteva sperare di trovare clienti.

Mandava messaggi in paesi lontani come Israele, Spagna, Francia e Stati Uniti. Poi cominciò a bersagliare le persone sbagliate.

Nel 2003 le sue email arrivarono ad Andrej Korotkov, all'epoca viceministro delle comunicazioni, che riceveva dieci messaggi al giorno. Korotkov cercò di cancellarsi dalla newsletter dell Alc, ma le email raddoppiarono. "Pensai che fosse uno scherzo per dimostrarmi che non potevo fare niente contro di loro», racconta Korotkou, che nel 2004 sollevò il problema a un convegno sul web a Mosca. C'erano rappresentanti degli internet provider, pubblicitari, giornalisti e funzionari di governo. In Russia non ci sono leggi contro lo spam, quindi Korotkov si rivolse agli esperti per capire come fermare Kushnir.

L'unica soluzione proposta fu quella di imitare la tattica dell Alc. La mattina dopo la scuola ricevette mille chiamate preregistrate con la voce tonante di Korotkou che ripeteva: «Vi avverto che, se continuerete la vostra attività illegale, saranno presi i provvedimenti dovuti e non solo da me". Era un tentativo di fargli paura, e Kushnir lo sapeva. "Ridemmo del viceministro” racconta Vishnevskji.

Dopo quell'episodio Kushnir si vantò del fatto che un'operazione di spam non aveva mai suscitato tante reazioni.

Kushnir rispose a Korotkov mandandogli ancora più messaggi, ma con un contenuto diverso: "Hai un bisogno disperato di Viagra. E qui abbiamo tante ragazze ansiose di servirti. Ti offriamo un esame speciale per verificare la tua potenza sessuale. Dovrai comprare una tonnellata di Viagra". Korotkov, rassegnato, si limitava a cancellare i messaggi. "Cos'altro potevo fare?” spiega l'ex viceministro. "È come quando fai le boccacce a un orso dello zoo perché tanto sai che non potrà mai arrivare fino a te”.

 

Nottate di bagordi

A volte le serate di Kushnir cominciavano al Mio, un club dov'era facile far colpo su ragazze giovanissime e insicure, nascoste dietro occhiali di Fendi. In un ambiente del genere un imprenditore online di successo era un re. A 35 anni Kushnir stava già perdendo i suoi capelli biondi e faceva poco per nasconderlo. Inoltre aveva il volto segnato dalle nottate di bagordi. Ma un uomo di mondo come lui, a cui i rubli non mancavano mai, non faceva fatica a sedurre le ragazze del Mio. Si aggirava per la sala presentandosi come il direttore dell'Alc finché non ne trovava una che ci stava. "La maggior parte delle ragazze aveva sentito parlare del suo spam", racconta Vishnevskji. "Lo trovavano affascinante". Se la storia della scuola non bastava, Kushnir aggiungeva di avere una grande casa negli Stati Uniti.

Ma dopo un po' aveva cominciato ad annoiarsi e a cercare qualcosa di diverso. Secondo alcuni dipendenti era finito in un giro di orge e prostituzione. Frequentava una rete di case d'appuntamenti intorno alla capitale. A volte andava su una barca dove si giocava d'azzardo, ormeggiata su un canale alla periferia di Mosca, si spogliava nudo e due donne lo leccavano dalla testa ai piedi. Spesso il lunedì mattina arrivava in ufficio con un sorrisetto compiaciuto e raccontava le sue avventure. Un pomeriggio esclamò: "Finalmente le ho trovate", e chiamò un impiegato per mostrargli un annuncio online in cui una madre e una figlia offrivano le loro prestazioni sessuali insieme.

I dipendenti non sopportavano il comportamento di Kushnir, ma ce l'avevano con lui soprattutto perché non li pagava. Molti erano stranieri a caccia di emozioni: si fermavano a Mosca per un po' di tempo e appena capivano la situazione lasciavano la scuola. Quando un impiegato lo affrontava, Kushnir restava stranamente calmo. "Perché mi fai tutte queste pressioni?", chiedeva adottando il tono superiore di chi ha la coscienza a posto. "Perché ti

arrabbi tanto? Dovresti leggere Ron Hubbard”. E gli offriva uno dei libri del fondatore di Scientology che teneva nella libreria del suo studio. "La sua unica autorità era Hubbard” racconta Vishnevskji. "Vardan non aveva amici. Si riteneva superiore a tutti".

Mentre le persone che lo circondavano andavano su tutte le furie per la sua ipocrisia, Kushnir si comportava in modo sempre più bizzarro. Tra un'orgia e l'altra setacciava la città in cerca di stranezze alla moda che lo facessero emergere tra la folla dei ricchi playboy. "Un giorno lo vidi con un costoso foulard di seta color argento. Me lo ricordo bene: si permetteva un foulard di seta e non mi pagava", racconta McAtauey. "Quando è morto, pochi all'Alc hanno versato lacrime", aggiunge un altro ex dipendente. "Kushnir aveva dei nemici. Questo è fuori discussione".

La statua di Lenin più grande di Mosca si trova sulla piazza Oktiabrskaja. Lenin sembra camminare con le falde del cappotto che svolazzano all'indietro, come se venisse travolto dall'impetuoso vento del progresso. A pochi passi dalla statua, al terzo piano di un edificio scolastico di mattoni rossi, c'è la sede dell'Alc.

È piena di simboli americani: un poster del ponte di Brooklyn è appeso accanto a una bandiera a stelle e strisce e a una cartina degli Stati Uniti. La scuola continua a funzionare, anche se con molto meno successo: gli studenti sono diminuiti e non ci sono più campagne di spam. Ora l'ufficio è gestito dalla madre di Kushnir, una donna solitaria di

mezza età che mostra a tutti le foto del figlio e ripete il racconto della sua ultima sera. Si dice che la notte dell'omicidio sono stati portati via dall'appartamento alcuni oggetti, tra cui un computer portatile, come se si trattasse di un furto finito male. La signor Olga non ci crede. “Erano in tre o quattro. Se volevano derubarlo, potevano legarlo e chiuderlo a chiave nel bagno. Invece sono venuti per ucciderlo".

 

Le persone sbagliate

Kushnir si è lasciato alle spalle una scia di profondo disprezzo. In un mondo normale sarebbe stato emarginato, ma a Mosca regna un ordine particolare ed è facile immaginare che la sua arroganza possa aver irritatole persone sbagliate. Si era messo nei guai superando la linea di demarcazione tra imprenditore aggressivo e insopportabile seccatore. Poco prima di morire, Kushnir aveva cominciato a preoccuparsi dei suoi eccessi. A un dipendente aveva confessato che doveva frenarsi, che aveva bisogno di maggior autocontrollo se voleva diventare "un uomo forte".

Nell'agosto del 20051e autorità moscovite hanno arrestato quattro persone per l'omicidio di Kushnir. Non sono trapelati nomi né è stata stabilita la data del processo. La polizia e la magistratura hanno vietato che fossero diffuse informazioni sul caso. E così la partita si sta giocando a porte chiuse. O non si sta giocando affatto: con il passare del tempo l'omicidio sta finendo nel dimenticatoio. In fondo a Mosca muoiono di morte violenta decine di persone alla settimana. Kushnir è stato sepolto a mezz'ora di macchina dalla città. Dopo una cerimonia discreta un autobus ha riportato i partecipanti all'Alc. Hanno mangiato e bevuto in silenzio, rendendosi conto che Vardan Kushnir era troppo anche per la Russia.

 


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#146 From: "Francesco Cascioli" <fr.cascioli@...>
Date: Tue Apr 24, 2007 7:59 am
Subject: L'ultima fuga di Geronimo
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L'ultima fuga di Geronimo

 

Quest'ultima fuga di Geronimo diede inizio a una delle più lunghe e più pubblicizzate campagne militari delle Guerre indiane, che coinvolse prima di finire migliaia di soldati nell'inseguimento di meno di cinquanta guerrieri e ispirò una moltitudine di storie truculente per i giornali.

«Non me ne andai spontaneamente» disse successivamente Geronimo a Crook, spiegando che era stato informato diverse volte da amici che l'esercito aveva in progetto di arrestarlo e di impiccarlo. «Voglio sapere adesso chi ordinò di arrestarmi. Pregavo la luce e l'oscurità, Dio e il sole, di farmi vivere in pace qui con la mia famiglia. Non so per quale ragione la gente parlasse male di me... Molto spesso ci sono storie sui giornali che dicono che dovrei essere impiccato. Non voglio più che succeda. Quando un uomo prova a comportarsi bene, queste storie non devono essere messe sui giornali.»

Con la sua solita abilità, Geronimo eluse l'inseguimento della cavalleria, attraversò rapidamente la frontiera con il Messico e raggiunse il suo vecchio rifugio nella Sierra Madre. E ancora una volta Crook ordinò al capitano Crawford di dargli la caccia. Questa volta Crawford venne accompagnato da uno spietato pioniere, Tom Horn, come capo degli scout apache. (Nella sua autobiografia, che ha la veridicità di un romanzo da quattro soldi, Horn esagerò il suo ruolo nella campagna e aggiunse il suo nome alla leggenda di Geronimo.) Mentre Crawford e Horn seguivano le tracce fino in Messico, un capo apache chiamato Ulzana aveva guidato incursioni sanguinose in Nuovo Messico e in Arizona, alcune delle quali vennero attribuite dalla stampa a Geronimo.

Crawford non trovò il gruppo di Geronimo prima del 9 gennaio 1886 e due giorni dopo Geronimo con la sua caratteristica padronanza di sé arrivò per un colloquio. Dopo diverse lunghe discussioni accettò di incontrare Crook di lì a due mesi da qualche parte vicino alla frontiera. In questo lasso di tempo una grande squadra di truppe irregolari messicane a caccia di scalpi attaccò gli scout apache, uccidendo Crawford e ferendo lievemente Horn. Geronimo tuttavia mantenne la sua promessa e incontrò Crook il 25 marzo.

Questo incontro proprio sotto la frontiera dell'Arizona a El Cafion de los Embudos si svolse come le scene di un accurato dramma teatrale. Ogni parola del fitto dialogo tra Geronimo e Crook fu annotata dal capitano Bourke, e le immagini dei partecipanti vennero preservate per la storia dal fotografo Camillus S. Fly di Tombstone, Arizona.

Nei suoi discorsi Geronimo provò a spiegare le sue azioni passate, ma Crook rispose dandogli del bugiardo. Quando Geronimo parlò di tornare alla riserva, il generale gli disse schiettamente che aveva solo due possibilità - arrendersi incondizionatamente o rimanere sul sentiero di guerra, nel qual caso sarebbe stato braccato e ucciso. Il terzo giorno degli incontri, Geronimo capì che Crook intendeva farlo prigioniero insieme ai suoi guerrieri e mandarli in qualche posto lontano. Uno a uno i guerrieri si arresero, e poi Geronimo porse la mano a Crook. «Mi metto nelle tue mani, » disse «fa' di me quello che vuoi. Una volta mi spostavo come il vento... Questo è tutto quello che ho da dire eccetto poche parole. Vorrei che mia moglie e mia figlia venissero a incontrarmi a Fort Bowie. »

Crook promise a Geronimo che la sua famiglia l'avrebbe raggiunto in prigione e poi lasciò il luogo della riunione e tornò a Fort Bowie alla testa della colonna di scout e di Chiricahua arresisi. Inviò un telegramma al generale dell'esercito Philip Sheridan, annunciando la resa di Geronimo. Tre giorni più tardi dovette mandare un altro messaggio per informare Sheridan che Geronimo e quaranta membri della sua banda erano fuggiti un'altra volta nella Sierra Madre in Messico. Sheridan era furioso, accusò Crook di negligenza nel comando e rifiutò di accettare le sue spiegazioni. Crook rassegnò le dimissioni e il 2 aprile il generale Nelson Miles prese il suo posto.

La parte del cattivo in quest'ultima fuga di Geronimo fu svolta da un commerciante e contrabbandiere di whisky agli indiani, Bob Tribolett, che era scivolato oltre la frontiera e di nascosto dagli ufficiali dell'esercito aveva rifornito gli Apache di mescal e altri liquori. Appena gli indiani furono ubriachi, Tribolett iniziò ad accennare loro che sarebbero stati impiccati appena arrivati a Fort Bowie, giocando sul sospetto sempre vivo nelle loro menti.

«Non eravamo sotto sorveglianza in quel momento,» disse poi Geronimo «avevo paura del tradimento e decisi di rimanere in Messico. » Uno dei suoi luogotenenti, Natchez, fu più esplicito nelle sue spiegazioni della fuga: «Temevo che sarei stato portato in un posto che non mi piaceva e che non conoscevo. Pensai che tutti quelli che fossero stati portati via sarebbero morti».

Molti ufficiali dell'esercito, incluso il generale Crook, sospettavano che Tribolett fosse stato mandato dall'Indian Ring dell'Arizona per spaventare Geronimo e costringerlo a continuare la lotta. Appaltatori civili e commercianti avevano tratto profitto dalle lunghe guerre con gli Apache, facendo affari con entrambe le parti e avevano un forte interesse nel mantenimento dei numerosi forti e nella continua presenza dei soldati nei territori. Che l'azione di Tribolett fosse stata pianificata deliberatamente oppure no, sicuramente risultò essere un colpo di fortuna per l'Indian Ring.

Poco dopo aver preso il comando, il pluridecorato e ambizioso generale Miles mise velocemente 5000 soldati (o circa un terzo della forza di combattimento dell'esercito degli Stati Uniti) sul campo. Aveva anche 500 scout apache e molte milizie civili irregolari. Per rendere veloci le comunicazioni organizzò un servizio costoso di eliografi per inviare messaggi avanti e indietro attraverso Arizona e Nuovo Messico. Il nemico che andava sottomesso da questa forza potente consisteva in Geronimo e ventiquattro guerrieri che dall'inizio alla fine di quell'estate erano anche costantemente inseguiti da migliaia di soldati messicani.

 

Il 23 agosto Geronimo alla fine decise di arrendersi al tenente Charles Gatewood e a due scout apache che lo trovarono in un canyon della Sierra Madre. Geronimo posò il suo fucile e strinse la mano a Gatewood, chiedendogli con calma della sua salute.

E così per quella che sarebbe stata l'ultima volta della sua vita, Geronimo si arrese. Molti abitanti dell'Arizona come il presidente Grover Cleveland volevano impiccare il vecchio guerriero, ma Miles mantenne la sua promessa di mandarlo in Florida, e 1'8 settembre lo mise su un treno alla stazione di Bowie sotto stretta vigilanza. Due giorni più tardi i nemici di Geronimo nel Dipartimento della Guerra di Washington ordinarono di farlo scendere dal treno a San Antonio mentre loro avrebbero discusso del fatto che si fosse arreso o fosse stato catturato. Nel secondo caso l'avrebbero impiccato. Mentre aspettava il suo destino a San Antonio un fotografo lo fece appoggiare a un muro per l'intenso ritratto di un Apache sconfitto, un uomo di sessant'anni solo per metà nel mondo dei bianchi, vestito con un abbigliamento misto fatto di un cappotto di tela di sacco, cappello e stivali sopra ai suoi originari indumenti indiani.

Dopo un mese di dispute burocratiche, l'esercitò lo mandò in Florida. Alla fine nel 1894, i Kiowa e i Comanche, dopo avere appreso della loro situazione, offrirono a questi antichi nemici apache una parte della loro riserva vicino a Fort Sill in Oklahoma. Là, vicino al forte, Geronimo e gli altri sopravvissuti costruirono case e coltivarono piccoli campi. Geronimo iniziò di nuovo a gioire della vita con sua moglie e i figli, orgoglioso del suo podere di cocomeri, e coltivandone abbastanza per venderli al forte. Si adattò rapidamente al sistema economico dell'uomo bianco, e per la sua fama gli fu facile vendere i suoi autografi, o archi e frecce, e anche vecchi cappelli ai visitatori curiosi. Un visitatore nel 1905 lo descrisse come un «indiano sorridente, ben tenuto, alto un metro e 75... vestito con un completo da cittadino, di panno blu ben tagliato».

Fu circa in questo periodo che Stephen M. Barrett, un sovrintendente scolastico nella vicina città di Lawton, chiese a Geronimo di dettare la storia della sua vita, una prova che intraprese volentieri quando gli fu assicurato che sarebbe stato pagato. Il risultato è un resoconto unico della vita indiana raccontato dal punto di vista di un capo guerriero.

Anche se Geronimo era ancora tecnicamente un prigioniero di guerra, l'esercito gli permise di partecipare, sotto sorveglianza, a fiere internazionali ed esposizioni a Omaha, Buffalo e St. Louis. Attirava grandi folle e traeva guadagno dalla vendita di autografi, bottoni, cappelli e sue fotografie. Una domenica, mentre la sua guardia lo portò fuori nella campagna per una corsa in calesse, si persero nei campi di alto mais. La notte cadde prima che trovassero la strada di ritorno alla fiera, e quando tornarono nelle strade della città sentirono gli urli dei ragazzi che vendevano un'edizione straordinaria del giornale locale con titoli che annunciavano che Geronimo era scappato diretto in Arizona. Fu sempre nel mirino di certa stampa sensazionalistica, ma queste storie aiutavano anche a vendere più autografi e fotografie.

Quando il presidente Theodore Roosevelt lo invitò a Washington per una parata inaugurale, gli venne inviato un assegno di 171 dollari per coprire le spese di viaggio. Geronimo portò l'assegno alla sua banca di Lawton e depositò tutto tranne un dollaro, e poi salì sul treno per Washington. Ad ogni fermata firmò autografi per la folla nelle stazioni. Quando si diresse giù per Pennsylvania Avenue con cinque altri capi indiani praticamente rubò la scena a Teddy Roosevelt, e poi tornò a casa in Oklahoma con una grande quantità di vestiti nuovi e le tasche piene di denaro. Non era spilorcio, comunque; elargiva i suoi guadagni agli indiani meno fortunati e mandava il necessario a parenti e amici in Arizona.

Nei suoi ultimi anni Geronimo divenne amante delle automobili, anche se non ne ebbe mai una. Quando aveva il permesso di partecipare a rodei e fiere locali in Oklahoma, correva spesso su una di queste nuove invenzioni mobili dell'uomo bianco, preferendo i modelli rosso brillante con luccicanti rifiniture d'ottone. Partecipando a uno spettacolo sul selvaggio West sparò a un bisonte dal sedile di una macchina da corsa. In una delle ultime apparizioni in pubblico, venne convinto da un fotografo a posare con un cappello nero al volante di una luccicante automobile decappottabile - la perfetta immagine comica dell'indiano americano visto dalla cultura popolare della nazione all'inízío del ventesimo secolo.

Fu una caduta da cavallo a determinare la fine del vecchio chiricahua. In una fredda notte di febbraio del 1909 stava tornando a casa da Lawton, dove aveva venduto alcuni archi e alcune frecce in cambio di whisky. Cadde di sella vicino alla riva di un torrente, e rimase sdraiato lì per diverse ore. Tre giorni più tardi, il 17 febbraio, morì di polmonite. Il suo corpo fu segnato da molte ferite, ma, come si era sempre vantato, nessuna pallottola lo uccise. A ottant'anni, o forse uno o due anni più vecchio, era sopravvissuto alla maggior parte dei suoi contemporanei delle guerre indiane nel West.

Brown D., “Lungo le rive del Colorado”, Il Giornale, pag. 306


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#145 From: "Francesco Cascioli" <fr.cascioli@...>
Date: Tue Apr 17, 2007 10:57 am
Subject: L'arresto di Geronimo
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L’arresto di Geronimo

Da Brown D., “Lungo le rive del Colorado”

 

In preparazione della sua campagna contro Geronimo, il generale americano Crook mise San Carlos sotto il controllo militare e trasformò la polizia apache in esploratori da inseguimento.

Per fermare le incursioni apache, Crook studiò un piano per colpire la base di Geronimo, di cui ottenne la localizzazione da un Chiricahua che era tornato alla riserva. Per evitare di violare le leggi internazionali, dovette ottenere dalle autorità messicane il permesso di attraversamento della frontiera per i suoi soldati. Il lento processo di perfezionamento degli accordi e di preparazione della spedizione ritardò l'inizio della stessa fino alla primavera del 1883.

Con una forza di 320 uomini, inclusi 76 civili che si occupavano dei muli e del trasporto dei bagagli, 193 scout apache e un fotografo-giornalista, Crook entrò in Messico all'inizio di maggio. Quando le montagne rallentarono l'avanzata delle colonne, mandò il capitano Crawford con 150 scout in testa al convoglio dei rifornimenti. Il 15 maggio, Crawford accerchiò uno dei gruppi di Geronimo e catturò le donne e i bambini. In pochi giorni diversi guerrieri si arresero per raggiungere le proprie famiglie.

A quel punto Crook con il suo convoglio era arrivato in cima e seppe dai guerrieri che Geronimo voleva parlargli. Il capitano John Bourke, che era con Crook nell'incontro che seguì, affermò che Geronimo e i suoi guerrieri erano agguerritissimi e armati fino ai denti, con fucili Winchester a retrocarica. Geronimo disse a Crook che aveva sempre voluto essere in pace ma che era stato maltrattato a San Carlos e se ne era andato. Promise al generale che se avesse potuto tornare alla riserva e se gli fosse stato garantito il giusto trattamento, sarebbe stato contento di lavorare per la sua sopravvivenza e avrebbe seguito la strada della pace. Crook lasciò Geronimo in sospeso per pochi giorni, poi gli fece riunire la sua banda sparpagliata per la lunga marcia di ritorno a San Carlos.

 

La colonna si mosse lentamente verso nord, piccoli gruppi di Chiricahua vi si univano ogni giorno, finché furono più di 300 a dover essere nutriti dalle sempre più scarse razioni del convoglio dei rifornimenti. «Tutti i vecchi chiricahua erano ammassati sui muli, gli asini e i pony» disse il capitano Bourke. «Così anche i bambini piccoli, deboli e le donne inferme. La grande maggioranza proseguiva a piedi, quasi tutti indossavano ghirlande di foglie di pioppo per ripararsi dal sole.» Per la maggior parte del tragitto Geronimo si tenne lontano nella retroguardia, tentando di convincere i membri riluttanti della sua banda ad unirsi alla colonna, o cercando quelli che potevano essere a caccia o impegnati in incursioni private.

Appena dopo l'ingresso della colonna in Arizona il 10 giugno, i giornali locali iniziarono a domandare a gran voce la testa di Geronimo e dei suoi guerrieri, chiedendo che fossero giustiziati e che le donne e i bambini venissero esiliati nei Territori indiani. In qualche modo i Chiricahua seppero di queste minacce - forse da ufficiali che si procurarono i giornali e ripeterono queste storie mentre scout apache ascoltavano, e questi poi le riferirono ai Chiricahua - e Geronimo e i suoi luogotenenti sparirono nuovamente sulle montagne.

La colonna principale si mosse comunque verso San Carlos con le donne e i bambini, e passarono dei mesi prima che i guerrieri cautamente li raggiungessero. Crook mandò il tenente Britton Davis con gli scout apache giù alla frontiera per cercare Geronimo e lo assicurò che sarebbe stato al sicuro a San Carlos. Finché nel febbraio 1884 Geronimo apparve improvvisamente alla frontiera. Cavalcava un pony bianco alla testa di una mandria di 350 manzi che aveva rubato ad alcuni allevatori messicani allo scopo di allevare bestiame nella riserva.

Per evitare difficoltà con il Governo messicano, Crook ordinò che il bestiame venisse confiscato appena giunto a San Carlos e autorizzò il pagamento come indennità agli allevatori messicani a cui gli animali erano stati rubati. Anche se la rabbia di Geronimo venne risvegliata dalla confisca, alla fine la sua gente ottenne la sua quota dei manzi, che venne consegnata loro più tardi come provvigioni dell'agenzia. Ma non c'era più bestiame da allevare.

Appena si fu insediato nuovamente a San Carlos, Geronimo presentò a Crook la richiesta di una localizzazione migliore per la sua gente, un posto con molta erba e molta acqua per allevare e coltivare. In particolare voleva spostarsi a Eagle Creek, ma Crook non poteva aiutarlo. Le terre di Eagle Creek erano già state tolte alla riserva e assegnate a coloni bianchi. Alla fine a Geronimo fu concessa un'area lungo il torrente Turkey che andava bene per delle piccole fattorie, ma i burocrati di Washington del Dipartimento degli Affari indiani rifiutarono loro il permesso di allevare animali, insistendo perché adottassero metodi di coltivazione adatti per l'Est ma non praticabili nell'arido Sudovest. Vennero dati loro carri, aratri e finimenti troppo grandi per i loro instancabili pony. «I pony, non abituati a un'andatura lenta, preferivano trottare o galoppare,» osservò il tenente Davis «e i solchi erano più spesso sopra la terra che dentro.»

Malgrado tutto in qualche modo i Chiricahua riuscirono a far crescere piccole pannocchie di mais. Il capitano Crawford riferì che forse il cereale avrebbe potuto ridurre le assegnazioni di cibo del Governo ma gli Apache avevano altri piani. Usarono una parte considerevole del loro mais per produrre segretamente il tiswin, una bevanda alcolica severamente vietata dal generale Crook. Il processo di distillazione era abbastanza semplice. Dopo essere stato inzuppato in erba umida fino a quando non germogliava, il mais veniva macinato e bollito, il liquido risultante sembrava birra che, come disse Geronimo, «aveva il potere di ubriacare ed era molto apprezzata».

 

Dopo che uno dei capi chiricahua chiamato Kayatennae venne sorpreso a produrre il tiswin, fu arrestato e condannato a tre anni di ferri nella prigione federale di Alcatraz. Non molto dopo che fu portato via iniziò a spargersi la voce che Kayatennae fosse stato impiccato dall'esercito e che poi sarebbe toccato a Gero

nimo. Questo risvegliò tutte le vecchie ansie e le paure di tradimento che perduravano nella mente di Geronimo, e per l'estate del 1885 egli fu anche pieno di risentimento per l'ingiustizia delle regole della riserva. Vide gli ufficiali dell'esercito che alleviavano la noia della loro vita con whisky e altre bevande alcoliche e non poté capire perché vietavano alla sua gente di produrre e bere la loro bevanda preferita.

Il 15 maggio, lo scontento di Geronimo raggiunse il colmo quando si unì a diversi altri capitribù in una dimostrazione fuori della tenda del tenente Davis. I Chiricahua dissero a Davis che avevano accettato la pace con gli americani, ma che niente era stato detto della condotta che avrebbero dovuto tenere tra loro. «Non erano bambini a cui dire come vivere con le proprie mogli e quello che avrebbero dovuto mangiare o bere. Per tutta la vita avevano mangiato e bevuto quello che era sembrato loro giusto... Avevano mantenuto tutto quello che avevano promesso di fare quando parlarono con il generale in Messico; avevano mantenuto la pace e non avevano danneggiato nessuno. Ora erano stati puniti per cose che avevano il diritto di fare dal momento che non danneggiavano nessuno.»

Il tenente Davis disse loro che il tiswin era vietato perché gli indiani ubriachi perdevano il controllo. Anche se Geronimo ebbe una parte minore nella discussione, Davis si rese conto che era adirato, e appena gli Apache se ne andarono mandò un telegramma di avvertimento a Crook. Il messaggio venne archiviato da un ufficiale superiore inetto e Crook non lo ricevette mai. Quarantotto ore dopo, Geronimo con 114 seguaci, inclusi un centinaio di donne e bambini, lasciò la riserva. Questa volta Davis non poté mandare un telegramma perché Geronimo e i suoi guerrieri avevano tagliato le linee in diversi punti, riannodando le rotture con sottili strisce di pelle di daino cosicché non potessero essere trovate facilmente e riparate.

Brown D., “Lungo le rive del Colorado”, Il Giornale, pag. 296

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#144 From: "Francesco Cascioli" <fr.cascioli@...>
Date: Wed Apr 4, 2007 10:38 am
Subject: L'ultimo tempio pagano costruito a Roma
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L’ultimo tempio pagano costruito a Roma

 

Tra i tanti templi di Roma, ce n’è uno che mi ha sempre affascinato. È situato sul colle Gianicolo, ed ha questa doppia caratteristica, primo: è forse l’ultimo tempio pagano mai costruito a Roma, secondo: mostra segni di esser stato chiuso e sigillato dai suoi fedeli, sigillato così bene che un paio di elementi sono rimasti intatti fino agli scavi archeologici di fine ‘800.

Nel testo sotto, vedete descritto il Tempio Siriano del Gianicolo da un grande archeologo di inizio ‘900: Rodolfo Lanciani.

 

“Dobbiamo riprendere con il lettore il discorso delle religioni orientali in Roma e parlare del terzo grande sacerdote della setta siriaca, quel Marco Antonio Gaionas, che abbiamo già incontrato e il cui nome è divenuto popolare in seguito alle scoperte avvenute a Roma sul Gianicolo il 6 febbraio del 1909.

La storia inizia nell'estate del 1906, quando George Wurst, proprietario della villa Crescenzi-Ottoboni-Sciarra, stava gettando le fondazioni di una casa per il giardiniere, nella parte bassa della villa che comunica con l'attuale viale Glorioso.

Durante gli scavi vennero alla luce numerose epigrafi in lingua greca e latina, e varie are votive, una prima dedicata al dio siriaco Adados, una seconda a Giove llla.legiabr•udes (il dio locale della città siriaca di Giabruda, una terza a Giove Keraunios Giove Fulminatore ed alle Ninfe Furrine.

Tra le epigrafi ne venne fuori una, in versi greci, che conteneva lodi di un certo Gaionas che in lingua aramaica vuol dire « il magnifico ». Ben presto scoprimmo che questo Gaionas era una vecchia conoscenza dell'epigrafia cittadina insieme a Balbillus, già ricordato, per le molte epigrafi scoperte in precedenza. Ricordammo il particolare che questo Gaionas, nelle varie iscrízioni che lo riguardavano, veniva riconosciuto con un numero sempre più vasto di appellativi mai uditi e di cui è impossibile quasi sempre dare l'esatto significato. Veniva chiamato Deipnokrites oppure Cistiber oppure Cistiber Augustorum e così via.

Dal numero e dal tono delle epigrafí, ci siamo convinti che questo personaggio dovette essere un vanitoso ed un opportunista, sempre pronto ad afferrare l'occasione per mettersi in vista e forse per far soldi.

Sappiamo, che quando nel 176 Marco Aurelio fece innalzare nel Campo Marzio la famosa colonna, a ricordo delle sue campagne vittoriose contro i Marcomanni ed i Sàrmati, Gaionas ne fece erigere una simile, più piccola, con una lunga iscrizione che inneggiava alle gesta del suo regno religioso.

L'iscrizione scoperta nel 1906, di cui abbiamo dato notizia, provò che lì era il lucus Furrinae, il luogo sacro al culto di Furrina, dove l'infelice tribuno Caio Sempronio Gracco si era rifugiato in quel terribile giorno del 121 a.C. Qui lo raggiunse la folla inferocita del Foro e qui lo massacrò a bastonate insieme a tremila del suo partito che furono, insieme a lui, gettati poi nel Tevere, a monte dell'isola Tiberina.

Questa epigrafe inoltre ci informò della presenza nel luogo di alcune sorgenti che, da tempo immemorabile, erano considerate sacre e dedicate alla dea Furrina, più tardi al culto delle ninfe.

Si potè accertare che, al tempo degli Antonini, una parte dell'area sacra con una sorgente, era stata ceduta alla colonia siriaca alla quale venne concesso il permesso di costruire un cappella dedicata agli dei siriaci e l'uso di una fontana per le abluzioni dei fedeli.

Su indicazioni degli archeologi venne rintracciata e ricondotta alla primitiva efficienza la sorgente che era stata concessa a Marco Antonio Gaionas per le abluzioni dei suoi fedeli. Questa aveva una portata di circa cinquanta metri cubi al giorno ed essendo di eccellente qualità, rappresentò, per il proprietario attuale, un incremento nel valore della proprietà niente affatto trascurabile. La vasca di cipollino scuro che raccoglieva l'acqua, scoperta per caso nel 1902, era stata in precedenza venduta all'antiquario Simonetti per duemila settecento franchi ed ancora appartiene alla sua collezione.

Fu poi accertato che il santuario costruito da Gaionas al tempo degli Antonini era stato abbandonato e sostituito da un altro più alto sul colle del Gianicolo, costruito però con quella negligenza e con quella povertà di materiali che è tipica delle costruzioni del quarto secolo.

L'opera non aveva fondazioni, le mura erano costruite con tufi non squadrati e con calce cattiva; malgrado tutto, la pianta della fabbrica era ben fatta.

Questa comprendeva una grande sala centrale per le riunioni, esposta ad oriente. Aveva una base triangolare al centro ed un altare quadrato nell'abside. Sopra l'ara fu trovata una statua di marmo mutilata, probabilmente di un Giove Heliopolitano o di Baal. Questa grande sala era circondata da cinque o sei cappelle a pianta triangolare. È da notare che la pianta triangolare era quasi la regola per ogni struttura interna come are, cappelle etc.

In un recesso, al limite orientale del santuario, fu scoperto il 6 febbraio del 1909 un altare triangolare di grandi dimensioni con tutto intorno un bordo rialzato per impedire ai liquidi di traboccare o sgocciolare sul pavimento.

Sembra che verso la metà del quarto secolo i credenti siriaci ed i fedeli di Mitra si unissero per contrastare l'invadenza del cristianesimo che, specialmente dopo l'imperatore Costantino, si stava rapidamente diffondendo in tutta l'Italia. Sembra inoltre provato che ogni loro attività religiosa ebbe a cessare, prima per il decreto di Gracco, prefetto di Roma, del 377, che vietava in Roma la pratica dei culti stranieri ed infine con il decreto di Teodosio del 392 che, definitivamente, abolì ogni culto pagano in tutto l'Impero.

Questi due decreti fecero la fortuna, se così possiamo dire, degli archeologi, perché dagli scavi risultò che il santuario era stato abbandonato di colpo, forse sin dal primo decreto prefettizio del 377 e che le belle statue delle divinità, ritrovate entro i confini del santuario, erano state di proposito nascoste prima della fuga, sessanta centimetri sotto il pavimento.

Fu ritrovata una statua di bella fattura, assolutamente intatta, di Dioniso o di Bacco giovane, con i soliti attributi divini, nuda, ma con la testa e le mani fortemente dorate. Questo particolare ha fatto pensare che, quando il dio era esposto al culto, fosse rivestito con ricchi paludamenti di foggia orientale, uso, del resto, conservato da molti paesi italiani per i loro santi protettori.

Venne anche alla luce una bella statua della dea Iside giovane, forse un originale egizio della scuola Saitica. Altri l'hanno ritenuta una copia del tempo di Adriano. Questa bella statua in basalto nero fu certamente abbattuta barbaramente dal suo piedistallo con un brutale colpo alla faccia che le sfigurò il naso e la bocca. La caduta provocò poi la rottura del corpo in cinque o sei pezzi, che furono pietosamente riuniti insieme da qualche fedele e così sepolti nell'abside di una cappella. Per fortuna, a parte gli sfregi della faccia, nessun pezzo era mancante.

Nella Sancta Sanctorum della cappella maggiore, tra l'ara principale e proprio sotto i piedi della statua di Giove Baal, fu scoperto un nascondiglio di circa trenta centimetri quadrati, dalle pareti rivestite di stucco. In esso fu rinvenuta la metà di un teschio umano adulto a cui mancavano la mascella inferiore ed i denti, né vi erano nel luogo tracce di altre ossa o di qualsiasi corredo funebre. Il teschio sembrava tagliato con un colpo netto, come per adattarlo alle dimensioni del ripostiglio segreto e lì era rimasto per quasi sedici secoli.

Poiché non possiamo, per ovvie ragioni, considerare questo relitto come un os resectum od un residuo di una incinerazione, si è avanzata l'ipotesi che si tratti dei resti (veri o falsi) di un sacrificio umano « di consacrazione », rito frequente nelle religioni semitiche. L'aver dato un posto d'onore a questa reliquia sotto l'ara maggiore del recinto sacro, fa pensare che il santuario stesso fosse molto importante per gli iniziati. La vittima immolata secondo antichi riti, in virtù del suo sacrificio, avrebbe incatenato, secondo il loro credo, il dio alla reliquia assicurando così la sua continua presenza per tutto il periodo della sua custodia,

Dobbiamo ricordare a proposito che quando il mitreo di Alessandria fu sconsacrato dall'imperatore Costantino nel 361, un gruppo di cristiani scoprì ossa umane in un passaggio segreto, ossa che, di tanto in tanto, venivano mostrate al popolo ignorante come prova di sacrifici umani avvenuti in quel covo di imbrogli.

Fu anche trovato un secondo nascondiglio, al centro dell'ara triangolare, nella parte orientale dell'edificio. Sembra che nel giorno della consacrazione del tempio, oltre a quanto descritto, si dovesse nascondere anche una immagine del dio; il luogo veniva poi chiuso da una tegula bipedalis sigillata con cemento tutto intorno al bordo. In fondo a questo nascondiglio, con i piedi rivolti verso l'ara maggiore, fu rinvenuta una statua in bronzo di Mitra Leontokefalos avvolta, come al solito, nelle spire di un serpente. Prima di chiudere il nascondiglio, si provvedeva a porre sul rettile cibi simbolici. Erano state poste cinque uova di gallina, una su ogni spira del serpente. Non so se queste uova furono di proposito rotte, fatto sta che il tuorlo si era mescolato con la polvere ed aveva formato incrostazioni. Non fu fatto sul luogo un esame accurato del reperto, ma con tutta probabilità l'altare ed il suo contenuto sarà rimosso e trasportato al museo Nazionale, dove le opportune ricognizioni ed esami possono essere fatti in più favorevoli circostanze che non all'aria aperta.

Questo ritrovamento ha avuto in Roma un precedente, ricordato nelle « Memorie » di Flaminio Vacca, l'intelligente archeologo e cronista vissuto al tempo di Sisto V, che abbiamo già incontrato in precedenza.

Racconta che scavando nella vìgna di Orazio Muti di fronte alla chiesa di San Vitale (esattamente dov'è ora via Venezia, una traversa di via Nazionale) fu trovato un segreto luogo di culto, chiuso da una porta murata. Demolito il muro, fu scoperta una statua di un dio a forma umana ma con la testa di leone, avvolto nelle spire di un serpente il quale sporgeva con la testa al di sopra ed avanti la testa del dio. Intorno al piedistallo erano molte lampade di terracotta con il becco rivolto verso la statua.

Lanciani Rodolfo, “Passeggiate nella campagna romana”, Quasar, pag, 160


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#143 From: "Francesco Cascioli" <fr.cascioli@...>
Date: Wed Mar 14, 2007 11:46 am
Subject: MySpace e il nuovo big bang
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MySpace e il nuovo big bang

 

Sono molto incuriosito da MySpace, una delle nuove frontiere di Internet, che sta avendo un successo incredibile.

Ho trovato questo articolo che ne spiega alcuni aspetti.

Ve lo giro.

 

 

È cominciata la seconda corsa all'oro di internet. Ma questa volta i protagonisti sono persone vere, che creano contenuti e raccontano la loro vita

di JOHN LANCHESTER, THE GUARDIAN, GRAN BRETAGNA, riportato da “INTERNAZIONALE”, pag. 46, n. 680,16 FEBBRAIO 2007

 

Nel luglio del 2005 Rupert Murdoch annunciò un'operazione che a molti sembrò una follia: spese 580 milioni di dollari per comprare un'azienda online nata solo due anni prima. Si trattava di MySpace, l'esempio di maggiore successo dei siti di social networking, quei posti dove i ragazzi possono pubblicare le loro fotografie, tenersi in contatto con gli amici, far conoscere la propria musica, rispondere a inutili questionari e, in generale, parlare quanto vogliono dell'argomento preferito da tutti i ragazzi del pianeta: se stessi. Per i pochi adulti che lo conoscevano il sito era una moda passeggera, e tra i maniaci del computer non era molto apprezzato a causa della sua struttura terribilmente irregolare.

Meglio non parlare, poi, del modello aziendale, cioè del modo in cui prima o poi avrebbe dovuto guadagnare qualcosa: MySpace non incassava praticamente niente. Insomma Murdoch, che aveva già perso molti soldi con il primo boom del web, aveva preso un'altra fregatura.

Invece nell'agosto del 2006 MySpace, che ormai è uno dei siti più visitati del mondo, ha firmato un accordo con Google in base al quale nei prossimi quattro anni il motore di ricerca garantirà al sito 900 milioni di dollari provenienti dalla pubblicità collegata alle ricerche. Murdoch ha sicuramente commesso grossi errori nella sua vita, ma MySpace non è uno di questi. Il sito è il prototipo dell'ultima ondata di innovazioni basate non tanto su nuove tecnologie quanto sul modo in cui le persone cominciano a usare le tecnologie esistenti. E interessante che uno dei fondatori di MySpace, Tom Anderson, sia una figura un tempo considerata rara nel mondo di internet: un laureato in lettere che invece di specializzarsi in informatica ha fatto un master in critica cinematografica.

Qualcuno ha definito la tecnologia "una cosa che ancora non funziona". È una battuta che contiene una profonda verità: un oggetto lo consideriamo frutto della tecnologia quando è ancora una novità e, come tutte le cose nuove, non funziona ancora come dovrebbe. Nessuno pensa alla ruota come a un prodotto della tecnologia, anche se è l'invenzione più importante nella storia dell'uomo. Il libro è una conquista senza precedenti che si basa su un altro prodotto tecnologico, forse il più importante: l'alfabeto.

È proprio quando le persone non considerano più un prodotto come risultato della ricerca tecnologica che quella cosa diventa importante. La ruota, i pozzi, i libri, gli occhiali sono stati ognuno una meraviglia del mondo, mentre oggi sono oggetti comuni dì cui non possiamo fare a meno. Internet non è ancora a questo punto, ma sta per arrivarci. Le persone della mia età - sono nato nel 1962 - ricordano molto bene la prima volta che hanno visto un televisore a colori. Nel mio caso è stato nel 1968 ai grandi magazzini Harrods, dove i miei genitori mi avevano portato. Lo stesso discorso vale per gli utenti più giovani della rete che non hanno mai sentito il sibilo e le vibrazioni di un modem mentre compone il numero e si collega a internet. Per loro il web è sempre a portata di mano: è sempre stato lì ed è accessibile da qualsiasi posto e in qualsiasi momento. I modem senza fili, che rendono internet disponibile ovunque come l'aria, a me sembrano ancora miracolosi, mentre per un bambino di dieci anni sono la cosa più comune del mondo. Ormai le persone stanno crescendo con internet, e internet sta crescendo con loro.

La posta elettronica è sempre stata molto pratica e utile, ma i ragazzi sotto i 25 anni non hanno mai conosciuto l'epoca in cui non era infestata dallo spamming. Ed è per questo che preferiscono usare le chat o gli sms. Nelle aziende, mi ha raccontato una volta un editore, "1'email è diventata uno strumento di tortura". Ormai le persone non leggono più le email: le scorrono velocemente per capire di cosa si tratta, e per qualsiasi precisazione o informazione importante preferiscono usare altri mezzi. L'epoca eroica dell'email è già passata. Nessuno poteva prevederlo, come nessuno poteva prevedere il numero straordinario di blog che vengono scritti - non necessariamente letti - in tutto il mondo. Negli ultimi tre anni è raddoppiato ogni sei mesi: oggi su internet ci sono più di 50 milioni di blog; ogni giorno se ne creano 175mila, cioè due al secondo; le lingue dominanti sono il cinese, il giapponese e l'inglese; ogni giorno si pubblicano 1,6 milioni di post.

Ho preso questi dati da Technorati, un motore di ricerca dei blog indispensabile per chi è interessato alla rete. Com'è fatto un blog tipico? C'è chi parla di quello che ha mangiato a colazione, chi si lagna del fidanzato, chi inserisce foto terribili del suo cane o chi racconta che ieri sera ha giocato a Pong e che l'ha trovato molto più divertente di certi nuovi giochi. C'è chi si lamenta di quanto è duro fare il poliziotto e chi racconta la sua vita sessuale da statunitense espatriato in Cina. Proprio questo blog, Chinabounder, ha scatenato una caccia al blogger diventata a sua volta argomento del blog Who is Chinabounder? È quasi impossibile pensare a un argomento che oggi non sia oggetto di un blog.

 

Tre caratteristiche

L'etichetta che riassume il fenomeno è "web 2.0". È stata coniata nel 2004 dal guru di internet Tim O'Reilly per indicare "un atteggiamento più che una tecnologia". Web 2.0 è il nome della seconda corsa all'oro di internet, dopo quella che nel 2000 ha prodotto il più grande spreco di capitali della storia degli investimenti. Dal punto di vista commerciale l'aspetto principale di questa fase è che importanti aziende stanno investendo molto denaro in nuovi progetti che hanno tre caratteristiche in comune: sono nati dal nulla con sorprendente rapidità; non incassano praticamente un centesimo; e la maggior parte dei loro contenuti è fornita dagli utenti. Per questo Murdoch ha comprato MySpace nel luglio del 2005, Yahoo! ha comprato Flickr nel marzo dello stesso anno e secondo alcuni potrebbe comprare Facebook per circa un miliardo di dollari.

Ma l'operazione più importante dal punto di vista economico è stata, a ottobre, l'acquisto di YouTube da parte di Google per 1,6 miliardi di dollari. Un bel mucchio di soldi per i due fortunati nerd, Chad Hurley e Steve Chen, che hanno fondato YouTube nel febbraio del 2005. Da allora il valore della loro creatura è aumentato al ritmo di oltre cento milioni al mese. Senza dubbio un record mondiale. Un fatto davvero eccezionale per i fondatori di un'azienda che non guadagna niente.

I siti del web 2.0 sono fatti di "contenuti creati dagli utenti". Internet non è più il regno delle grandi aziende che ti dicono cosa devi fare, pensare o comprare;la rete è fatta di cose create dalle persc ne. E queste creazioni rientrano in di categorie molto generali, che non sor distinte tra loro ma si confondono, sì sovrappongono e si mescolano. La principale categoria è la raccolta collettiva di informazioni. Uno degli esempi più impc tanti è quello che è successo dopo l'uragano Katrina, quando i sopravvissi erano dispersi, le notizie caotiche e contraddittorie, e il governo sembrava a perso temporaneamente il controllo d la situazione. Un gruppo di maniaci di internet, guidato dall'hacker Da Geilhufe, si rese conto che le informazioni erano sparse su blog e siti web. Così mise insieme una squadra di un migliaio di volontari per "estrarre dallo schermo" le informazioni e farle confluire in un unico sito, Katrinalist.net. Nel giro di un solo giorno raccolse notizie su circa 50mila sopravvissuti. Nessun altro mezzo d'informazione avrebbe potuto farlo, e nessuna agenzia del governo ci avrebbe mai pensato.

La possibilità di collaborare fa di internet uno strumento molto potente per la raccolta di informazioni. Wikipedia, la più grande enciclopedia disponibile in rete, è molto criticata dai mezzi d'informazione tradizionali o - come li chiamano i blogger - mainstream media. Attaccare Wikipedia va molto di moda sulla stampa: non si può negare che quest'enciclopedia abbia dei difetti, ma è anche uno strumento di consultazione di una straordinaria ricchezza e facilità di accesso. E quando l'argomento di ricerca non è troppo delicato, è anche molto utile. La regola generale da seguire con Wikipedia è che le voci più discusse sono quelle meno utili. Negli Stati Uniti, se uno studente universitario usa Wikipedia viene bocciato.

Un altro sito collettivo che consulto ogni giorno è Digg, in cui i lettori votano gli articoli più interessanti. Digg, Wikipedia e altri siti simili sono anche l'argomento di un recente articolo di Jaron Lanier, la persona che ha inventato l'espressione "realtà virtuale" e che sulla rivista online Edge si lamenta del "maoismo digitale" e della tendenza di questi siti a formare una "mente alveare", cioè una realtà collettiva e condivisa (Internazionale 651). Lanier non ha tutti i torti: non è certo sui siti dove si raccolgono gli articoli più letti o più votati che si trovano le idee più originali.

Lì però si riesce a capire cosa leggono e di cosa parlano gli utenti della rete. Molti contenuti sono interessanti e divertenti, ed è facile scartare il resto. La velocità con cui si possono saltare le cose più noiose è uno dei pregi di internet.

La seconda grande categoria del web 2.0 è quella dei siti personali, i cosiddetti me media. Tuttavia, la distinzione con la prima non è netta. Del.icio.us, per esempio, è un sito in cui le persone segnalano i loro posti preferiti del web: siti, blog o qualsiasi altra cosa. Questa caratteristica lo rende personale. Chiunque legga le segnalazioni, però, può

etichettare le voci, cioè dargli un titolo, e questo attribuisce al sito anche un aspetto collettivo: Del.icio.us parla delle preferenze delle persone, ma da una prospettiva di gruppo. Mi sono accorto che lo uso soprattutto perché mi incuriosisce sapere cosa interessa alle persone che hanno gusti simili ai miei.

 

Gruppi musicali

Flickr è un altro sito tra il personale e il collettivo. È un posto in cui le persone pubblicano delle fotografie, spesso classificandole in diverse categorie. La foto di una ragazza in bikini su una spiaggia brasiliana, per esempio, può comparire sotto "spiaggia", `bikini" o "Brasile". Non capisco bene perché le persone ci tengano tanto a mettere le loro foto su Flickr o perché gli altri vogliano vederle, ma è un problema mio. Comunque, sono in milioni a farlo.

YouTube, invece, rientra più nella categoria personale. In sostanza è un'enorme contenitore in cui le persone possono inserire video di qualsiasi cosa. Volete filmarvi mentre state in equilibrio su una gamba sola e farlo vedere a tutti? Usate YouTube. Poi, però, chi vede il filmato può dire se gli piace o no: questo è l'aspetto collettivo. Buona parte di quello che compare su YouTube è rubato dalla tv. Negli Stati Uniti il sito è diventato famoso quando ha trasmesso uno sketch intitolato Lazy sunday, tratto dal programma Saturday Night Live. La Nbc ha costretto YouTube a toglierlo, ma la

vicenda ha fatto una pubblicità enorme al sito. Tranne il materiale pornografico, è possibile pubblicare qualsiasi cosa su YouTube: il sito contiene a198 per cento materiale così noioso da fare concorrenza ai sonniferi. Uno dei personaggi più popolari su YouTube è Peter, un uomo di 79 anni del Norfolk che si lamenta della vita moderna. L'unico punto forte è che Peter è la persona più anziana del sito. È una versione più dolce, più noiosa, meno divertente e meno incisiva di Victor Meldrew, il protagonista di una serie tv della Bbc: Onefoot in grave. È amato da tutti.

Potremmo dire che i siti collettivi sono utili e che quelli personali sono interessanti. Il Godzilla, il peso massimo dei siti personali è MySpace. I lettori delle pagine di economia hanno sentito parlare per la prima volta di MySpace quando lo ha comprato Murdoch nel 2005. Il sito è diventato noto al grande pubblico un anno dopo grazie alla scoperta di tre fenomeni musicali esplosi con MySpace: Gnarls Barkley, gli Arctic Monkeys e Lily Allen.

Non è un caso: è stata proprio la musica a fare la sua fortuna. Nel 2003, quando è stato lanciato MySpace, il più grande sito di social networking era Friendster, che non permetteva ai gruppi musicali di farsi pubblicità. Quelli di MySpace capirono che era un errore, anche perché la musica è al centro degli interessi dei ragazzi: i gruppi erano un motivo per attirarli sul sito e offrirgli qualcosa di cui parlare. "La musica è stata uno dei pilastri del nostro successo", racconta oggi Tom Anderson. "Sul sito ci sono già più di due milioni di band, e il loro numero continua ad aumentare. Quando altri artisti - comici, registi, designer - hanno scoperto il sito, il successo ottenuto con la musica si è moltiplicato. Se ti occupi di cultura e produci del materiale interessante, puoi raggiungere molte persone in pochissimo tempo. Questo vale sia per un rapper famoso come Snoop Dogg sia per un gruppo musicale senza nome che suona in un garage di Liverpool".

 

Non esisti

Tutto ciò che è considerato cool è un affare. MySpace rientra in questa categoria. Ha oltre 110 milioni di utenti registrati e se fosse un paese sarebbe il decimo al mondo, subito dopo il Messico. Il suo pubblico, formato in prevalenza da giovani borghesi occidentali, è il sogno di qualsiasi pubblicitario. In futuro questo potrebbe perfino essere un problema per MySpace, perché le aziende diventeranno sempre più abili nel manipolare il caos apparente e la spontaneità del sito per vendere i loro prodotti: su YouTube c'è stata di recente una polemica a proposito di un falso videoblog intitolato Lonelygirll5.

Chris DeWolfe, l'amministratore delegato di MySpace, ha risposto seccato quando gli ho chiesto un commento: "Non capisco come si potrebbe costruire un falso su MySpace", ha dichiarato. "La comunità rifiuta tutto ciò che non è autentico". Va bene, ma la comunità potrebbe anche decidere che lo stesso MySpace non è completamente autentico. Comunque, nonostante si vociferi di qualche montatura, per il momento il sito va alla grande. "Se non sei su MySpace", ha dichiarato un teenager statunitense, "non esisti".

L'aspetto più impressionante sono le dimensioni del pubblico.

Appena si cominciano a sfogliare le pagine di MySpace, il sito chiede all'utente quale paese gli interessa, quale sesso, quale fascia di età, o se vuole solo vedere le persone che hanno pubblicato una loro fotografia. Se si lasciano le opzioni di default, MySpace mostra le pagine delle donne afgane dai 18 ai 35 anni che hanno una foto nel sito. Sono tremila. lo pensavo che fosse un errore: tremila donne di Kabul che facevano capolino dal burka per lamentarsi delle loro suocere? Ma quando ho cominciato a cliccare, la prima pagina che ho visto è stata quella di una soldata diciottenne dell'esercito americano di base a Bagram. Allora mi sono reso conto che la maggior parte di queste pagine è di donne soldato e che MySpace è un posto in cui si può comunicare, se non proprio con chiunque al mondo, sicuramente con una soldata dell'esercito degli Stati Uniti che ama i Ramones, che ha un debole per i sottaceti, che ha paura dei serpenti e che sogna di sviluppare degli addominali d'acciaio. Di pagine come quella ce ne sono altre cento milioni.

C'è qualcosa di inquietante in questo fenomeno. Non so cosa pensare di persone che si mettono in mostra e sembrano così disponibili e facili da contattare. Personalmente mi sento un intruso quando guardo la pagina di qualcuno su MySpace. Mi rendo conto che la mia è una reazione insensata, perché lo scopo di quelle pagine è farsi vedere.

 

Diverse versioni di se stessi

Mentre scrivevo questo articolo, ho mostrato MySpace a diverse persone che non lo conoscevano, e gli ho chiesto cosa ne pensavano. Una delle risposte migliori è stata quella di mia moglie: MySpace le ricordava i diari degli adolescenti, quelli che vengono riempiti di cartoline, fotografie, liste di cose preferite e odiate, scarabocchi, amici, fidanzati, fiori secchi, storie d'amore. Certo, è vero anche questo, ma in realtà non si può trovare una metafora per descrivere MySpace. È una cosa davvero originale, al punto da far paura.

Di questi tempi una delle cose che spaventano di più è la pedofilia. Negli Stati Uniti sono in corso processi intentati da persone molestate online e c'è un progetto di legge contro MySpace, in discussione al congresso: il Deleting online predators act. Senza dubbio non è possibile sapere se le persone sono davvero come si presentano, ma bisogna anche considerare che gli adolescenti, più di chiunque altro, hanno bisogno di un posto dove definire la loro identità e sperimentare diverse versioni di se stessi. In Gran Bretagna MySpace ha oltre quattro milioni di utenti registrati e a giugno gli accessi sono stati 1,6 miliardi. Buona parte del traffico, forse tutto, è costituita da adolescenti, che nella vita reale hanno sempre meno opportunità di incontrarsi e di interagire. In genere su MySpace ci si limita a gironzolare, una cosa che gli adulti trovano difficile da capire.

Cosa succede lì dentro? Niente. È proprio questo il punto.

Per i ragazzi l'utilità di tutto questo non è roba da poco. Un'amica mi ha interrotto subito quando ho cominciato a parlare delle paure suscitate da MySpace. I suoi figli sono molto affezionati a Bebo, un sito simile a MySpace ma limitato alle scuole e alle università. "Leila aveva invitato alcuni compagni di scuola. Lei ha 13 anni, suo fratello Tom undici. È difficile quando le ragazze sono più grandi dei ragazzi, ero preoccupata. Ma appena arrivati si sono subito trovati bene, perché sapevano già tutto di Tom grazie a Bebo - quali gruppi musicali gli piacevano e così via - e lui sapeva già chi erano loro. Così hanno cominciato a parlare e non si sono più fermati, non c'è stato nessun momento di imbarazzo. È stato fantastico. Soprattutto in confronto a quello che succedeva quando io ero adolescente. Credo di aver passato la seconda metà degli anni settanta a cercare di chiacchierare con ragazzi che erano ancora più imbarazzati di me. Grazie a internet questo non succede più".

 

Un caso limite

Forse l'aspetto più preoccupante è proprio il contrario di quello che fa paura. MySpace mette in contatto le persone, ma è vero anche che le separa. Nel 2000 un uomo che si chiamava Mitch Maddox ha cambiato ufficialmente il suo nome in Dotcomguy e ha passato un anno senza uscire di casa: faceva tutto su internet, anche la spesa. È un caso limite - e piuttosto deprimente - ma fa riflettere su com'è diventato il mondo. Alla fine, comunque, Maddox ha ripreso il suo vecchio nome. Ha dimostrato che ci si può guadagnare da vivere, fare la spesa, pagare le tasse, divertirsi, avere amici e rapporti senza uscire di casa, senza allontanarsi dal computer se non per andare al frigorifero o in bagno. Francamente mi sembra molto deprimente.

Tom Anderson non è d'accordo. "Per la maggior parte degli utenti di MySpace", mi ha spiegato, "le persone che si frequentano in rete sono spesso anche amici nella vita. Quando vanno sul sito usano solo un mezzo diverso per stare insieme. Una persona che vive a Leeds e un attore che abita a Los Angeles probabilmente non si incontrerebbero mai se non fosse per MySpace. Il sito allarga la possibilità di fare amicizie".

Insistendo sul mio punto di vista gli chiedo se il tipo di relazioni che nascono su MySpace non svaluti l'idea di amicizia. Anche in questo caso Anderson non è d'accordo. "È molto meglio se puoi collegarti con il vicino di casa e allo stesso tempo con la band musicale Black Eyed Peas. MySpace offre ai suoi utenti la possibilità di raggiungere una varietà incredibile di persone e di avere contatti diretti con loro. Non penso che svaluti l'amicizia, ma piuttosto che allarghi il raggio dei potenziali amici".

Può darsi. Cinque anni fa stavo controllando la mia casella di posta elettronica in un internet café di Sydney. Per curiosità ho cominciato a sbirciare discretamente sugli schermi dei miei vicini. A sinistra c'era una di quelle ragazze statunitensi che vanno in giro per il mondo con lo zaino in spalla. Stava scrivendo a un tizio che aveva conosciuto in India per decidere se dovevano rivedersi e andare avanti con la loro relazione o se era meglio lasciar perdere. Alla mia destra un uomo con il turbante stava scrivendo a una donna - di sicuro non sua moglie - che sua moglie non lo capiva. Tutti quelli che navigano su internet sono soli davanti allo schermo di un computer. Molti di loro non vorrebbero essere soli, ma in fondo preferiscono così perché hanno paura dell'alternativa.

Mettete qualcuno davanti a un computer, fategli capire che è completamente solo e poi state a guardare quello che succede: cercherà altre persone, ma solo fino a un certo punto. Avrà amici che non sono proprio amici, e un'intensa vita online, che non è proprio come avere una vita sociale. Si sentirà più connesso, ma sarà comunque solo. Tutte le persone sedute davanti a un computer sono sole. Tutte le persone sedute davanti a un computer sono al centro del mondo. Tutte le persone sedute davanti a un computer vogliono soprattutto parlare di sé. Questa è una prima idea di quello che vorranno dalla rete le persone cresciute con internet. Una delle cose più intelligenti di MySpace è il suo nome.

 

L’autore è JOHN LANCHESTER è un giornalista e scrittore britannico. Collabora con la London Review of Books. Ha scritto ll porto degli aromi (Longanesi 2004) e L'uomo che sognava altre donne (Tea 2003). Nel numero 634 Internazionale ha pubblicato l'articolo Nell'occhio di Google.


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#142 From: "Francesco Cascioli" <fr.cascioli@...>
Date: Tue Mar 6, 2007 12:38 pm
Subject: Commenti sui piromani
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Sui piromani ci ha scritto Paolo M.:

“So di uno che, anni fa, ha bruciato la pineta dell'isola di Ventotene (credo) per... amore!
Ha dichiarato che non sopportava di sapere che quella pineta esistesse ancora, ora che la sua ragazza lo aveva mollato (credo di capirne i motivi). Non sono riuscito a trovarne notizia su google.
Un'altra faccia della storia non hai preso in considerazione: in Italia, quando si da fuoco alle sterpaglie si dice "dare una pulita". Cioé... lo si dice e lo si fa, pensando proprio a questo! Il fatto che dopo aver bruciato, lle sterpaglie lascino uno strato di ceneri e carboni
sporcantissimi, sembra non freghi molto a nessuno.
Un mio caro amico per tanti anni, ogni volta che vedeva qualcosa che non andava bene o non gli piaceva, usava delle espressioni tipo "...tanica di benzina", "fiamme" etc per definire un modo per far tornare le cose alla (sua) normalità.
E' interessante questa sensazione purificatrice delle fiamme no?
Forse è la scintilla che sta alla radice dei comportamenti di molti piromani, non credi?
Il mio amico comunque, ne sono certo, non ha mai messo in atto queste
sue intenzioni. Ci metto la mano sul fuoco!”

 

 

Ci ha poi scritto

Salvatore Liberti, citando un curioso precedente storico:

L’incendiario del Tempio di Artemide a Efeso (560 a.C.)

 

Un tempio tra le sette meraviglie? Per coloro che lo visitarono la risposta era semplice: non era solo un tempio, ma la struttura più bella del mondo.

 

Fu costruito col contributo di re Creso di Lidia, dall'architetto Chersifrone. Era paragonato al Partenone per la perfezione e bellezza. Posava su una alta terrazza di 130 x 80 m e contava 127 colonne di 20 m di altezza. Era ricoperto di marmo e materiali rari e pregiati e ornato con statue di bronzo dei grandi scultori del tempo: Fidia, Policleto, Cresilo, Fradmone. All'interno vi erano quattro antiche statue in bronzo delle amazzoni.

 

Nel 356 a.C. , la notte in cui nacque Alessandro, un piromane lo incendiò. Fu ricostruito nei successivi venti anni, e quando Alessandro conquistò l'Asia Minore, contribuì alla ricostruzione.

 

Quando San Paolo visitò Efeso, il culto di Artemide era talmente radicato che egli raccolse poco seguito; e quando il tempio fu distrutto dal Goti nel 262 d.C., gli Efesi giurarono di ricostruirlo.

 

Fu poi demolito in quanto edificio pagano da S. Giovanni Crisostomo, nel 401 d.C. Infine, Efeso fu abbandonata. Nel XIX secolo gli scavi permisero di ricostruire alcune colonne.

Nel 356 a.C. il tempio fu raso al suolo da un incendio. Ad appiccare il fuoco fu un certo Erostrato, che non aveva altro fine se non quello di diventare famoso. Per una singolare coincidenza, il tempio andò distrutto lo stesso giorno in cui veniva alla luce Alessandro Magno. Alcuni anni più tardi, Alessandro visitò Efeso e diede ordine che il tempio fosse ricostruito sullo stesso luogo.

 

Erostrato il piromane

Sorto sul luogo di un precedente santuario, anch'esso dedicato alla dea, l'Artemision misurava 50 metri per 103, l'ambiente centrale, o cella, era scoperto e circondato sui quattro lati da due file di 20 colonne ciascuna sui lati lunghi, di nove sul retro e di otto su quello dell'ingresso, rivolto verso ovest. La fama del tempio era grande in tutto il mondo antico per i suoi splendidi fregi e per la selva di colonne alte 19 metri donate da Creso, il ricchissimo re della Lidia. In seguito un folle, Erostrato, incendiò il tempio. Ricostruito nel 333 a.V., l'Artemision fu distrutto dai Goti nel 262 d.C. e poi, in età bizantina, i suoi resti rimasero sepolti sotto sei metri di fango dopo la piena del fiume Caistro. Del più grandioso di tutti i templi dell'antichità restano oggi solo una colonna e dei materiali reimpiegati nella vicina fortezza dell'XI secolo.


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#141 From: "Francesco Cascioli" <fr.cascioli@...>
Date: Fri Feb 23, 2007 12:26 pm
Subject: Il comportamento psicopata del piromane
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Il comportamento psicopata del piromane

 

Ecco la seconda parte dell’analisi sui piromani.

La settimana prossima i commenti che hanno inviato i lettori.

 

Il web offre alcune analisi psicologiche della mente dell’incendiario. Nulla di imprevedibile, ma vale comunque la pena di riportare le analisi più dettagliate o interessanti:

…una cieca impulsività unita all'eccitazione di un atto perverso. Si spiegherebbe così il comportamento estremo e psicopata di un giovane piromane di Lucca arrestato dalla polizia. Ci troviamo di fronte a un soggetto dal comportamento fortemente antisociale, dall'io fragile e da una condotta sociale molto problematica. Non solo. Il movente di un simile gesto, per di più ripetuto per molte volte, sarebbe da ricercare anche nell'immenso (sic) sentimento di vendetta del protagonista, nei confronti della ragazza che lo avrebbe rifiutato. La perdita della fidanzata potrebbe aver provocato un atteggiamento vendicativo e allo stesso tempo distruttivo, rivolto tanto alla collettività, quanto a sé stesso. La cieca impulsività, alimentata chissà, anche dall'assunzione di alcool, avrebbe portato il giovane a dar sfogo a tutta la sua rabbia, in una pulsione aggressiva tutt'altro che cosciente. Una sorta di esplosione violenta dell'io. Di un io fragile e debole. Che in una situazione di grave difficoltà, si lascia andare in una specie di «trance» di violenza.

La perdita e il rifiuto della fidanzata, potrebbe aver scatenato nel giovane piromane, un istinto aggressivo in questo senso, con un'esplosione della parte più intima della propria personalità. Un atteggiamento di questo tipo è sintomatico nei soggetti psicopatici, antisociali, che traducono nell'appiccare il fuoco tutta la propria aggressività. Si tratta di una sorta di difesa estrema della fragilità del proprio io.

In poche righe si ripete due volte il concetto di “io fragile e debole”.

Si parla di:

“…cieca impulsività, alimentata chissà, anche dall'assunzione di alcool…”

Quel “chissà” ci sta proprio male. Figuriamoci se l’alcool non esalta i comportamenti antisociali. Qui siamo alla “negazione della scoperta dell’acqua calda”.

 

Incendiavano auto per sfidare Polizia

 

…le indagini hanno consentito di identificare 16 ragazzi, quasi tutti incensurati, dell’età compresa tra i 18 ed i 22 anni, ritenuti gli artefici di quasi tutti gli incendi dolosi realizzati a Ferrara almeno nell’ultimo anno e fra cui vanno citati gli incendi in danno di autovetture, furgoni, edifici, garage, tendaggi esterni, ciclomotori, stabilimenti balneari, eccetera.

Il “movente” dei giovani non è da ricercarsi nel profitto conseguente ad estorsioni ovvero nella volontà di vendetta nei confronti di altri concittadini, ma soltanto nella sfida alle Forze dell’Ordine e nel piacere di “godersi” l’arrivo dei Vigili del Fuoco. Infatti i giovani piromani erano soliti tornare sul luogo degli incendi, magari fornendo i propri nominativi quali “testimoni” alle pattuglie intervenute, in un palese atteggiamento di sfida.

“Bruciare… ...carbonizzare… ...distruggere… ...fare il tetano...”: questi erano gli argomenti trattati nei fine settimana dagli indagati che, dopo essersi radunati nei pressi del “Bingo” ovvero nei pressi del Bocciodromo, organizzavano veri e propri raid incendiari. I giovani hanno altresì delineato una non comune indole criminale sia nella preparazione che nell’esecuzione, dimostrando spregiudicatezza e totale incoscienza nel considerarsi al di sopra di ogni regola, e di non aver assolutamente paura di eventuali conseguenze penali a cui gli stessi potevano essere chiamati a rispondere.

 

Il “criminal profiling” del piromane

 

Una delle difficoltà maggiori che incontrano gli investigatori, sta nel comprendere l’attrazione fatale esercitata dalle fiamme, lo scarto psicologico che spinge determinate persone ad appiccare volontariamente e ripetutamente incendi boschivi o urbani.

“Capire tali ragioni – spiega il criminologo Marco Cannavicci – significa risalire al profondo significato che il fuoco ha avuto per l’uomo fin dagli albori delle più antiche culture. Un mix di desiderio, paura, ma anche odio, passione, rabbia, vendetta ed eccitazione sessuale, che ha lasciato tracce un po’ ovunque: nei riti religiosi, basti pensare ai fuochi della notte di San Giovanni e al valore votivo di ceri e candele; in quelli propiziatori in cui si danno alle fiamme pupazzi di stoppie per rendere fertile la terra e assicurarsi così un buon raccolto; e ancora nelle cerimonie pagane di iniziazione, in cui il superamento di prove legate al fuoco, segna il passaggio dall’infanzia all’età adulta”.

 

Come si diventa piromane: il primo fuoco non si scorda mai!

“In molti casi – spiega Marco Cannavicci – il primo contatto tra il fuoco e il piromane è occasionale, ma è talmente eccitante che è necessario ripetere più volte l’esperienza in una sorta di corto circuito compulsivo che conduce il soggetto a una dipendenza difficile da interrompere: il piromane si rende conto dei reati che compie ma deve comunque metterli in atto (ci sono casi di piromani che hanno continuato ad appiccare incendi nonostante fossero già stati indagati)”.

 

Le quattro categorie di piromani secondo l’Fbi

I primi a studiare in modo sistematico l’aspetto psicologico dei reati legati agli incendi dolosi sono state le unità speciali dell’Fbi, che hanno individuato quattro possibili profili di incendiari:

…il primo profilo è quello degli incendiari per vandalismo: generalmente giovani intorno ai sedici anni, socialmente emarginati di origine modesta che si riuniscono in piccoli gruppi, non avendo il coraggio di agire da soli. Tra i loro bersagli preferiti ci sono le scuole, i giardini e i parchi giochi situati nei pressi delle loro abitazioni. Agiscono preferibilmente di sera, durante la fine della settimana, allontanandosi di corsa dai luoghi incendiati…

 

Questo per gli incendiari che agiscono in branco.

Quanto al “piromane solitario”, merita due righe a parte.

Intanto come concetto sembra una parodia del “Passero solitario”:

…piromane solitario, alla campagna

bruciando vai finchè non more il giorno;

ed erra la fiammella in questa valle.

Il rogo dintorno

arde nell'aria, e intanto il bosco muore,

sì ch'a mirarlo intenerisce il core...

 

…secondo gli studi statunitensi, il piromane è descritto come un soggetto maschio, di età tra i 20 e i 30 anni, affettivamente solo, introverso ma passionale, spesso alcolista, con pochi amici, fornito di scarsa intelligenza, di ceto sociale medio-alto e che vive nei pressi del luogo in cui ha agito…

 

Tornando alle quattro categorie:

…la seconda è quella di chi appicca il fuoco per vendetta, con l’intenzione di distruggere un bosco, un campo coltivato, un’automobile o qualche altro bene materiale come forma di risarcimento personale per una presunta ingiustizia subita. Si tratta di un reato tipicamente femminile, commesso da donne appartenenti a una classe sociale medio-bassa che agiscono a notte fonda o di primo mattino per non farsi vedere e con l’accortezza di usare inneschi ad azione ritardante per avere modo di fuggire e crearsi così un alibi: spesso prima di passare all’azione cercano di farsi coraggio e di abbassare il livello di coscienza facendo ricorso all’alcol.

 

C’è poi – per terzo - il profilo degli incendiari per profitto, quasi sempre pregiudicati che appiccano incendi per guadagno personale o su incarico di altri mandanti; agiscono da veri professionisti con il favore delle tenebre o poco prima dell’alba, dopo aver studiato ogni minimo dettaglio. Usano piccole cariche esplosive ed ordigni a tempo, lasciando in giro pochissime tracce.

 

Il quarto e ultimo profilo è quello di chi si serve del fuoco per alterare o distruggere delle prove e sviare così le indagini. Anche in questo caso si tratta per lo più di pregiudicati, che vivono lontano dal luogo del delitto, agiscono sempre in gruppo e si servono di liquidi infiammabili come innesco per gli incendi.

 

L’esame dei diversi scenari d’azione dimostra che più “pulita e organizzata” appare la scena del crimine più l’autore si muove con raziocinio e lucidità, spinto da motivazioni materiali piuttosto che psicologiche. Ed è proprio la perdita del controllo degli impulsi, con la conseguente ripetizione ossessiva degli episodi criminosi, a segnare il passaggio, “il salto di qualità” da incendiario a vero e proprio piromane.

 

L’identikit comportamentale dei piromani secondo l’Fbi

 

A tracciare l’identikit comportamentale e sociale del piromane ci ha pensato l’Fbi: in genere si tratta di un maschio single di 30-40 anni, con un basso livello intellettivo, una scarsa scolarità e una forte propensione all’abuso di alcol:

…è un solitario che vive preferibilmente in campagna e presenta tratti antisociali (non prova rimorso dei propri gesti), un passato di ribellioni adolescenziali, di violenze su animali di piccola taglia e di enuresi (incontinenza notturna), con un interesse patologico, fin dall’adolescenza, per il fuoco (piccoli incendi e furti di accendini e fiammiferi).

Opera con modalità ossessive, rispettando una propria ritualità: preferisce muoversi d’estate (stagione in cui le sua gesta possono trovare più risalto nei media), perché con il clima caldo e secco bastano pochi secondi per incendiare una siepe o un campo di stoppie secche. Inizialmente agisce vicino casa, in posti che conosce bene poi la sua azione si allarga, aumenta la capacità distruttiva, ma senza mai oltrepassare le due miglia rispetto al luogo di residenza o di lavoro.

La sua eccitazione raggiunge il culmine nel vedere le fiamme che si levano, nell’ascoltare il loro stesso crepitìo: per questo rimane sul luogo del rogo oppure si allontana per chiamare le squadre antincendio e partecipare addirittura all’operazioni di spegnimento.

Il piromane dunque vive tra noi, esce dall’ombra per pochi istanti, per poi nascondersi tra la folla dei curiosi, mescolandosi alle squadre di volontari, in attesa di colpire ancora.

 

Chi brucia boschi prende a calci i cani, e ha cercato di diventare pompiere

 

Per gli agenti federali la piromania viene associata, in ordine di importanza, alla violenza verso gli animali:

…queste due patologie, infatti, rappresentano una tipologia di comportamento che mette particolarmente a rischio gli adolescenti, e che deve tenersi sotto controllo per le possibili evoluzioni verso forme di delitto più efferate. La piromania sovente precede nel tempo il commettere delitti più gravi e spesso si associa a palesi comportamenti antisociali e criminali.

Il piromane assiste sempre al divampare del fuoco da lui prodotto, in quanto l’appagamento psicologico non si esaurisce nell’atto di appiccare il fuoco, ma è determinato dall’assistere allo sviluppo e al divampare delle fiamme. Molto spesso si assicura la visione ravvicinata dell’incendio magari partecipando attivamente, con gli altri soccorritori, alle operazioni di spegnimento.

La risonanza dei media al fenomeno degli incendi contribuisce ad accrescere nel piromane il sentimento di compenso delle frustrazioni emotive e passionali legate al fuoco. I soggetti affetti da piromania, inoltre, sono osservatori usuali dei fenomeni d’incendio, lanciano falsi allarmi e mostrano, paradossalmente, grande interesse per le istituzioni, l’equipaggiamento ed il personale associato al fuoco. Cercano di diventare vigili del fuoco, magari fanno anche domanda di arruolamento. D’estate, quando il fenomeno si catalizza sugli incendi boschivi, il piromane si cimenta specialmente in questo tipo di attività, negli altri periodi dell’anno si concentra sui cassonetti dell’immondizia o sulle autovetture.

 

Le fiamme dei serial killer

Secondo la casistica elaborata dall’Fbi alcuni tra i più pericolosi serial killer sono stati anche irriducibili piromani, come ad esempio:

David Berkowitz, detto Il figlio di Sam (autore di circa 1.400 incendi) che negli anni Settanta ha mietuto sei vite usando la stessa tecnica: seguiva le sue vittime in strada o all’interno delle auto e le freddava con una calibro 44 nascosta in una busta della spesa. O come Peter Kurten tristemente famoso come Il mostro di Dusseldorf (oltre 40 incendi alle spalle), autore di almeno dodici omicidi e numerosissime aggressioni (a colpi di martello, accoltellamenti o di tentati strozzamenti), commessi tra il febbraio 1929 e il maggio del 1930.

Tra gli assassini seriali che rientrano in questa tipologia il più famigerato è l’americano Robert Dale Segee che, fra il 1938 e il 1950, uccise quattro bambini bruciandoli vivi e appiccò un gigantesco incendio al tendone di un circo provocando la morte di 169 persone…

L’istinto del fuoco

La giornalista Johann Rossi Mason tenta una diagnosi e suggerisce metodologie d’intervento:

…è opportuno fare il punto sulla “piromania”, patologia che interessa circa lo 0.3% dei degenti negli ospedali psichiatrici e che sembra aumentare in corrispondenza di periodi di precarietà economica.

L’impulso ad appiccare fuoco alle cose è prevalente negli individui di sesso maschile e si manifesta già dalla prima infanzia.

Melanie Klein ha studiato questo impulso infantile e Helen Yarnell che descrive fantasie di bambini che immaginano di bruciare vivi membri della famiglia che hanno avuto nei loro confronti comportamenti anaffettivi o che sono divenuti loro rivali.

Alcuni bambini lamentano di aver appiccato il fuoco dopo essere stati lasciati soli, abbandonati sia pure temporaneamente e aver vissuto questo distacco come aggressivo. Tale aggressione – secondo Johann Rossi Mason - scatena un tentativo di difesa messo in atto nell’accensione di fuochi che sembra avere il potere di liberare il bambino dalle sue tensioni interne che non riesce a dominare.

Alcuni studi analitici hanno svelato come un attaccamento eccessivo e intimo con la madre possa indurre ansia e desiderio di distruzione come atto di aggressività verso il padre.

Le motivazioni inconsce non sono quindi univoche: si può agire sotto la spinta di una nevrosi, di una psicosi, di un desiderio incontrollabile di vendetta o con motivazioni aggressive ma il più delle volte il fuoco viene acceso per alleviare uno stato di tensione interiore intollerabile.

In moltissimi casi il piromane è in prima linea durante lo spegnimento del fuoco: non si allontana o fugge, ma rimane a godersi lo spettacolo del suo gesto. Non è quindi improbabile – secondo Johann Rossi Mason - la possibilità di catturare un incendiario fermando tutte le persone presenti al momento dell’arrivo dei soccorsi perché è nel momento del panico generale che il piromane prova la massima eccitazione: lo spettacolo si consuma davanti agli occhi di tutti e lui è il vero, anche se segreto, protagonista, perché è riuscito a destare clamore e provocare un danno di enorme entità.

L’assurdità di questo ultimo suggerimento, rivela la nostra impotenza a fronteggiare il fenomeno. Figuriamoci se, con un incendio in corso, le Autorità si possono mettere ad arrestare tutti i curiosi.

 

Non ci siamo.

Posto così il problema sembra del tutto irrisolvibile.

Dobbiamo allora allargare il tiro, inquadrare il tutto in una categoria ancora più grande anche se più generica, sperando di essere più fortunati, confidando di trovare una chiave per agire in prevenzione (o quanto meno a comprendere di più questo segmento di realtà).

Dobbiamo passare dai piromani come sottocategoria dei “cattivi”, direttamente ai cattivi. Come ci si difende dai cattivi?

La Storia – quella con la S maiuscola – ci può dare qualche indicazione?

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#140 From: "Francesco Cascioli" <fr.cascioli@...>
Date: Fri Feb 16, 2007 2:04 pm
Subject: 1 - Uno studio sui piromani
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Uno studio sui piromani

Cari lettori, sto scrivendo delle cose sui piromani. Mando la prima stesura del testo, che spero troverete interessante.

Conoscete - non dico dei piromani - ma magari delle vittime dei piromani, che abbiano avuto occasione di riflettere sulla loro disgrazia?

Mi piacerebbe intervistare, via email, una vittima.

 

Ecco il testo, che manderò in due invii, col prossimo tra una settimana.

Buona lettura.

 

Pochi giorni fa hanno bruciato due auto nella mia strada. Ogni giorno le vedo, inutilizzabili e annerite, immobilizzate sul marciapiede dal loro seguito di pratiche burocratiche: periti del tribunale, delle assicurazioni, pratiche di rottamazione, ecc..

 

Bruciare le auto è un piccolo gesto che promana “male”, “malvagità gratuita”. Insieme è una sfida, perché svela l’incapacità - per una mente razionale - di decifrarne motivazioni e retroscena psicologici.

 

Capire i “cattivi” serve a qualcosa?

La Storia è piena di cattivi, da Hitler a Stalin. Sarebbe utile conoscere gli strumenti della cattiveria di Hitler, e le motivazioni di quella di Stalin.

Ma studiando la Storia, si capisce qualcosa dei “cattivi” contemporanei?

Perché se la Storia non aiuta in questo, che mette conto studiarla?

Ma andiamo per gradi, anche perché mi sono accorto che dei piromani io so ben poco. Allora c’è un'unica soluzione: raccogliere notizie. Con i dati organizzati in tabelle, si può forse azzardare un’interpretazione.

 

Organizzare i dati intorno alla parola “piromane” porta a poco.

Si vede – per osare una metafora – il fumo dell’incendio, ma è un dato risaputo, che fatica a diventare una sorgente di analisi.

Ho cercato su Google. Esistono 54.000 pagine con “piromane”, e 73.000 con “piromani”.

 

Che esistevano lo sapevo già, la chiave giusta per avere informazioni era un’altra.

Dopo un po’ ci sono arrivato: era necessario aggiungere un altro termine: “arrestato”, per avere almeno i dati giudiziari sui colpevoli.

Ho cercato su Google i primi cento risultati per la frase “arrestato piromane”, e altri cento per “arrestati piromani”, sperando che – al plurale - illustrassero l’azione non più del singolo ma di bande e branchi.

Ho scartato le risposte più banali fornite dal motore di ricerca, eliminando le più povere di informazioni, e ho avuto pronto il materiale per una prima analisi.

 

Sono subito cominciati i guai.

Fare un solo “mucchio” di ogni tipo di piromane, genera solo confusione, come – in zoologia - mettere insieme carnivori e erbivori: non si può, hanno due habitat del tutto diversi.

Chi incendia i boschi tende a vivere in campagna, magari è un pastore o un forestale precario. Al contrario chi brucia le auto è un personaggio profondamente urbano.

Nasce così una prima suddivisione, da cui ne derivano numerose altre. Ma andiamo per ordine, liquidando subito il “piromane di campagna”, tutt’altra razza da suo cugino, il “piromane di città”.

 

Identikit di chi brucia i boschi

 

Il sito di rainews24.rai.it presenta dati interessanti:

…a bruciare l'Italia sono pensionati, operai, imprenditori, impiegati, artigiani, agricoltori: persone perfettamente integrate nella società che dietro il gesto doloso, o nella migliore delle ipotesi colposo, nascondono ben altri interessi. Un classico sono le persone arrabbiate per la mancata assunzione per la prevenzione degli incendi. Ci sono un 3% di impiegati e di artigiani, un 4% di disoccupati.

Una buona percentuale è rappresentata da chi con i boschi ci divide la vita: agricoltori il 12%, ditte boschive il 3%, pastori l'un per cento. Nel 37% dei casi sono pensionati, nel 20% operai e nel 12% imprenditori…

Quel 37% di pensionati qualifica il campione, conferendogli un’età media molto alta: “Vecchietti col cerino acceso”.

 

I piromani con personalità aggressiva e i pregiudicati

C’è il piromane aggressivo, che agisce per vendetta:

…arrestato A. M., 35enne pluripregiudicato per recidiva in incendio doloso, violenza su minori, reati di furto e traffico di stupefacenti. Secondo la Forestale i suoi moventi possono essere fatti risalire alla sua personalità aggressiva, al degrado morale e al disagio sociale della persona. Metteva a ferro e fuoco le campagne sia per vendetta, infatti una serie di incendi ha colpito una famiglia parente di A.M. in lite per controversie patrimoniali; sia per allarmare la popolazione civile seminando confusione e caos…

 

Negli arresti riportati dai giornali, c’è un eccesso di “pregiudicati”. Questo perché è più facile arrestarli, avendo i dati nel computer. In questo senso troppi pregiudicati falsano le statistiche. Il fenomeno deve coinvolgere anche molti incensurati, solo che non finiscono in galere che conoscono già bene, come il tizio di cui sotto:

…arrestato F.C., pregiudicato di 40 anni, sorpreso con l'accendino in mano da una pattuglia in borghese della Forestale. L'uomo, uscito dal carcere una decina di giorni fa a seguito del provvedimento di indulto, stava cercando di appiccare il fuoco lungo la strada per Cagliari...

 

E ancora:

… è stato sorpreso con un ordigno incendiario, costituito da una candela accesa all'interno di una bottiglia, che aveva appena sistemato in un bosco.

G. F., 53 anni, manovale, disoccupato, già accusato di tentativo di omicidio e altri reati, e' stato arrestato…

Caso esemplare benchè fuori norma: il giovane figlio di un imprenditore edile

Sono i casi “devianti” dalle aspettative, quelli che forniscono più informazioni:

…il piromane, 33 anni, di vicino Pescara, è il classico insospettabile: studente universitario fuori corso, di buona famiglia, senza alcun precedente. Nei sei incendi dolosi che gli vengono attribuiti, l'uomo ha distrutto, complessivamente, 2.100 rotoballe di fieno, provocando danni, anche ai capannoni agricoli, stimati in circa centomila euro. Per ironia della sorte, i capannoni che poi venivano distrutti dalle fiamme era stati costruiti in gran parte dal padre…

 

Ecco un caso esemplare che conferma la norma, il “killer di pini” conto terzi:

…A. D., di 63 anni, arrestato per l'incendio della pineta di Castelfusano. Dovrà spiegare ai magistrati da dove provenivano gli arnesi e le sostanze usate per appiccare il fuoco trovati nella sua vettura e i 1.000 euro che aveva in tasca, essendo un disoccupato nullatenente.

Il denaro, la scelta di una giornata ventosa e i numerosi focolai da cui si sono sviluppate le fiamme indicano l'esistenza di un preciso piano di distruzione della pineta, probabilmente su commissione mafiosa. A. D., pur ammettendo le proprie responsabilità, non ha dato spiegazioni per il gesto...

 

Un altro caso limite è il pompiere piromane:

…Il comandante di una brigata di vigili del fuoco spagnoli è stato arrestato con l'accusa di aver appiccato lui stesso una quindicina di incendi nella zona. Una pattuglia della polizia lo ha colto con le mani nel sacco dopo averlo tenuto sotto sorveglianza per diversi giorni…

 

Un altro caso limite è l’incendio del posto di lavoro. Ecco quindi il pastore rumeno clandestino che:

….sorpreso dalla Polizia di Vibo Valentia mentre tenta di appiccare il fuoco ad alcuni cespugli, li aggredisce e prima di venire arrestato e ne manda uno all’ospedale. Arrestato e processato per direttissima, è stato espulso, essendo stato, tra l’altro, trovato privo del permesso di soggiorno. Protagonista un cittadino rumeno di 37 anni, P. P. Il fatto è avvenuto in campagna vicino Pizzo Calabro, dove l’uomo stava facendo pascolare degli animali...

 

E ancora:

…tre piromani: un operaio, F.P., di 38 anni, e due rumeni, J.S., 52 anni, e P.C., di 26, sono stati arrestati mentre stavano dando fuoco ad un querceto. L'incendio è stato una reazione per la mancata assegnazione di lavori di manutenzione. I due immigrati rumeni arrestati, sorpresi insieme ad un operaio di Cosenza, erano senza permesso di soggiorno e lavoravano ''in nero'' per un'azienda di manutenzione di giardini.

 

Per finire, una presunta motivazione in comune tra il “piromane di città” e quello rurale: l’incendiario che si diverte

…M. Z., 43 anni, è stato arrestato mentre incendiava le pinete sulle alture di Savona. Al momento del fermo l'uomo aveva dichiarato che incendiava i boschi perchè lo trovava divertente…


Incendiare auto

 

Intanto un po’ di notizie concrete. Ogni tanto i giornali riportano particolari sulla tecnica, informazioni che è utile conoscere.

Ecco come agiva un piromane romano:

…arrestato A. S., 40 anni. Viso rilassato, atteggiamento freddo e distaccato, risiede insieme alla mamma. Incensurato, faceva lavori saltuari come pony express, segnalato alle forze dell'ordine per consumo di stupefacenti, A. S. potrebbe aver agito anche con altri complici. L'uomo, proveniente da una famiglia di ceto medio - il padre è un artigiano - era nel mirino degli inquirenti.

Poi il giornalista si permette una battuta, che in effetti arriva spontanea:

…indagini partite da elementi come la targa della sua macchina - che il piromane teneva in garage, non sia mai qualcuno... - individuata nelle vicinanze di altre vetture bruciate.

Ecco finalmente i particolari tecnici:

…l'operazione durava in tutto poco più di un minuto. Dava fuoco al paraschizzi delle macchine con un accendino che successivamente fungeva da innesco per il rogo. L'uomo si avvicinava al bersaglio, dava fuoco al paraschizzi dell'auto lasciando l'accendino sul posto, man mano le fiamme si sviluppano attorno al parafanghi, fatto in plastica, fino alla deflagrazione conclusiva dovuta al gas presente nell'accendino stesso…

Il “paraschizzi” dev’essere il parafango davanti in plastica. Finalmente sappiamo cos’è che funge da innesco e da inizio all’incendio.

 

Ma torniamo alla domanda di base: chi sono i piromani?

Come dice la canzone: “C'è chi lo fa per gioco, chi lo fa per professione, Bocca di Rosa nè l'uno nè l'altro: lei lo faceva per passione…”.

Ci sono donne che incendiano per vendetta:

…52enne insospettabile, incensurata e piromane non per caso, ha dato fuoco a diverse moto.

Una gazzella dei Carabinieri ha colto la donna, a spasso col cane, mentre a pochi metri dal primo rogo dava fuoco ad un altro motorino.

La donna, che gestisce col marito un bar alla Garbatella, potrebbe aver agito per vendetta nei confronti di uno dei proprietari delle moto...

 

Torna il discorso dei pregiudicati:

…il commissariato di Civitavecchia ha denunciato alla procura per incendio doloso e danneggiamenti un pregiudicato di 35 anni.

In precedenza, degli stessi reati era stato accusato anche un altro pregiudicato, provvedimenti che finora non sono però bastati a cessare i roghi…

Compare anche un comportamento insolitamente ripetuto: la resistenza, nel senso che il piromane reagisce agli arresti, “non ci sta”, quando si vede le manette ai polsi trasecola, alza le mani, la sorpresa è troppo grande, o forse molti piromani resistono in quanto pregiudicati, conoscendo la Polizia, tentano un’ultima fuga:

…un giovane pregiudicato, S. M., di 25 anni, è stato arrestato dalla polizia la notte scorsa dopo aver dato fuoco ad alcune auto. Il giovane, che ha precedenti specifici, ha agito con un complice che è riuscito a fuggire e viene in queste ore cercato dagli agenti. Al momento del fermo il ragazzo ha opposto resistenza ai poliziotti, ma è stato bloccato dopo una breve colluttazione…

 

Alcuni incendiari sono personaggi patetici, gente che “non sta bene” di cervello:

…dopo l’incendio di una vettura, era stata segnalata alla centrale operativa la presenza di uno strano personaggio nella zona della stazione. L'uomo si aggirava con un carrello del tipo utilizzato all'interno delle stazioni ferroviarie, pieno di materiale di risulta, tra cui molti giornali. Sulla base di segnalazioni, è risultato che lo stesso uomo aveva tentato di incendiare alcuni tombini, era stato notato intento a frugare all'interno dei cassonetti della spazzatura oltre ad avere infastidito i passanti. A.R., in chiaro stato di ebbrezza, si è dichiarato cittadino marocchino. Gli agenti lo hanno trovato in possesso di carta e accendini e hanno notato che i suoi capelli erano parzialmente bruciati...

Un tipico incidente sul lavoro!

 

Non è l’unico piromane malato di mente. Quello che segue è – per di più – anche pregiudicato:

E' stato arrestato il piromane delle auto a Savona. Si tratta di un pregiudicato quarantenne, R. V., in cura presso il Centro d'igiene mentale. L'uomo è stato sorpreso mentre appiccava il fuoco a due auto.

Ha confessato nove episodi compiuti tra il 12 giugno e il 13 agosto. L' uomo ha raccontato di aver appiccato i roghi perchè si divertiva ad assistere all'intervento dei Vigili del fuoco…

 

Ci sono incendiari in Italia, ma anche nel resto del mondo. Alcuni ci vengono da fuori, per fare fiamme e fuoco nel nostro paese:

…cinque stranieri, per la maggior parte minorenni, sono stati arrestati la scorsa notte per aver dato fuoco ad un motorino in zona prati a Roma…

O ancora:

…la polizia ha arrestato il piromane che due notti fa ha incendiato a Perugia un'autocisterna e tre auto. E' un giovane albanese di 21 anni, agli arresti domiciliari, con precedenti per droga e, sembra, con qualche problema psichico. La polizia esclude ogni ipotesi di criminalità organizzata...

 

C’è poi il piromane gentiluomo:

…un uomo di Torino, 39 anni, ha dato fuoco all'auto della sua padrona di casa, ma prima ha citofonato a un marocchino che abitava nel condominio antistante, per avvertirlo che stava per incendiare la vettura parcheggiata vicino alla sua.

Il marocchino pensava si trattasse di uno scherzo, ma poi ha visto le fiamme e ha chiamato i vigili del fuoco. Il piromane è stato arrestato qualche ora dopo mentre fumava in un cinema…

Notate la sottile allusione del giornalista, che sotto ad ogni fil di fumo – in un locale pubblico! – trova un colpevole.

 

Ci sono casi in cui si brucia “d’amore” e “per amore”:

…deluso per essere stato lasciato dalla ragazza, un 32enne romano ha mandato un SMS alla sua ex scrivendo la frase: "Ardo per te". Poi ha dato fuoco al suo motorino. Per compiere la sua vendetta l’uomo ha atteso la mezzanotte. La ragazza ha ricevuto sul cellulare il messaggio e affacciandosi dal balcone di casa per vedere se il giovane era giù ad aspettarla, come ormai faceva da diverse settimane, si è accorta che il suo scooter stava bruciando...

 

Non si può fare un solo “mucchio”, impossibile infilarli tutti in un’unica categoria. Notate questo caso in Calabria:

…ieri cinque auto danneggiate. Una Renault è andata completamente distrutta dalle fiamme. Le altre quattro vetture, contro cui i vandali si sono scatenati danneggiando specchietti retrovisori e tergicristalli, erano parcheggiate nelle vicinanze. I due episodi non sembrano collegati tra loro, essendo avvenuti in orari diversi, il primo verso le 2,15, il secondo verso le tre di ieri mattina…

Insomma ci sono due squadre di vandali – autonomi gli uni dagli altri – di cui i primi bruciano, mentre i secondi finora si son limitati a danneggiare.

 

Le auto altrui scatenano una voglia di violenza difficile da interpretare. Come nel caso seguente:

Udine. Una Fiat Uno con a bordo tre giovani accosta, scende una donna e comincia a prendere a calci due autovetture in sosta. Un passante chiama la sala operativa del "113" e racconta ciò che sta accadendo. Pochi minuti dopo arriva una Volante, rintraccia l'utilitaria, la ferma, tenta di identificare i tre occupanti, ma sorgono subito dei problemi. Gli animi cominciano a surriscaldarsi, tanto che gli agenti decidono di continuare il controllo in Questura, dove un giovane rincara la dose al punto da procurarsi un arresto per resistenza, violenza e minacce a pubblico ufficiale. Un comportamento che, probabilmente, è stato determinato dall'abuso di sostanze alcoliche (al giovane è stata anche ritirata la patente per guida in stato di ebbrezza).

La donna che era con lui - l'udinese S. G., trentacinquenne - è stata invece denunciata a piede libero per danneggiamento aggravato delle due vetture prese a calci.

 

Alcuni giornali riportano le motivazioni confessate da vandali e piromani. Poca roba, e purtroppo nulla che non fosse prevedibile:

…è arrivata la confessione di alcuni giovani piromani, due dei quali minorenni. Lo hanno fatto per il piacere di leggere all’indomani sui giornali i resoconti delle loro devastazioni: dar fuoco alle macchine appagava la loro voglia di apparire, di essere qualcuno di cui finalmente ci si accorge e di cui i media parlano…

 

Gli incendi delle auto ci guidano verso altre categorie di oggetti suscettibili alle fiamme:

…ieri grandi roghi a Napoli, dove sono bruciati prima un grosso deposito di rifiuti, e poi uno di auto sotto sequestro che ha costretto i vigili del fuoco ad evacuare alcune palazzine...

La Napoli della camorra fa le cose in grande. Non un auto ma un intero deposito, e non un banale cassonetto, ma un intero deposito di rifiuti.

L’incendio del “cassonetto”, parente povero del rogo d’auto, necessita di ulteriori approfondimenti.


Cassonetti ma non solo: brucia di tutto!

 

C’è il piromane dei cassonetti che lavora nel settore:

…il piromane quarantenne, che lavora per la ditta che esegue la raccolta di rifiuti solidi e urbani a Frascati, e' stato bloccato dopo aver dato fuoco all'ennesimo cassonetto. L'uomo abita insieme con la madre. Dall'inizio del mese di maggio, sono una cinquantina i cassonetti dati alle fiamme nel centro e alla periferia di Frascati…

 

C’è l’incendiario dei cestini di rifiuti malato di mente:

…un ispettore della sezione anti-terrorismo della Digos, ha notato l´uomo, un 57enne di Pontassieve con problemi psichici, mentre si allontanava da un cestino dei rifiuti, ormai in fiamme, e lo ha pedinato mentre questi continuava il suo giro, dando fuoco anche a un altro cassonetto.

 

C’è l’incendiario in bicicletta, come agli esordi del Neorealismo:

…gli agenti di Busto Arsizio hanno arrestato il responsabile dell'incendio che è divampato all'interno del "centro multiraccolta" di Sacconago.

L'uomo, un 53enne senza fissa dimora e già noto alle forze dell'ordine a causa di alcuni precedenti per danneggiamenti, era stato individuato dalle telecamere di controllo installato nella discarica. Le immagini mostrano il piromane mentre scavalca la recinzione pochi istanti prima dell'inizio del rogo.

Il colpevole, riconosciuto mentre in corso Europa pedalava sulla sua bicicletta, ha ammesso le proprie responsabilità ma non ha voluto chiarire i motivi del gesto.

 

Più strano è il piromane di Genova, un dirigente per altro “diligente”:

…in fabbrica era un dirigente capace e stimato. E nessuno avrebbe mai immaginato quello che faceva la mattina prima di andare al lavoro. Sulla strada per l'ufficio, si divertiva a dare fuoco a tutti i cassonetti per la carta che incontrava. In un mese e mezzo ne avrebbe bruciati ottanta. M. F., 49 anni, genovese, è stato colto in flagrante proprio mentre appiccava il fuoco a un contenitore. Gli investigatori gli attribuiscono con certezza almeno altri due episodi, per i quali è stato riconosciuto dai testimoni. Il dirigente nega e dice di essere vittima di un equivoco.

 

C’è chi brucia di tutto. Come fra i tossicomani ci sono sia i mono-tossicodipendenti – ad esempio gli esclusivisti della cocaina: solo e sempre cocaina – sia i poli-tossicodipendenti (qualsiasi cosa, purché mi faccia), anche nella piromania c’è chi “solo boschi”, e chi “quasiasi cosa prenda fuoco”:

...un giovane appiccava il fuoco perché si divertiva a vedere arrivare i mezzi dei soccorritori coi lampeggianti accesi. Il ragazzo, che lavora come operaio, ha confessato tra le lacrime ai militari di aver incendiato edifici, cascine, ville, scuole, ascensori, escavatori, caravan e auto in provincia di Milano al solo scopo di assistere alle operazioni di spegnimento. Il giovane aveva evidenti tracce di fuliggine sulle mani, e aveva assistito con fare tranquillo e particolarmente interessato alle operazioni di evacuazione e di contrasto delle fiamme…

 

Si incendiano documenti:

…hanno dato fuoco ai registri della loro scuola rischiando però così di distruggere tra le fiamme l'intero edificio. I responsabili sono alcuni ragazzi di 13 e 14 anni. Dopo aver scavalcato il muro di cinta sono entrati nell'istituto, hanno poi raccolto tutti i registri e li hanno accatastati in un'aula per poi appiccare il fuoco…

 

Si incendiano edifici:

…il 26 marzo 2006 alcuni studenti di Pieve Emanuele, nell’hinterland milanese, hanno dato fuoco alla sede dell’Inps, producendo danni per un milione di euro. Tutto l’archivio è andato in fumo. Cinquemila metri quadri di fiamme. Tre tredicenni, un quattordicenne e un sedicenne sono i baby piromani. Di famiglie bene...

 

C’è chi dà fuoco ad un paese pur di vendicarsi:

…è di origine dolosa l’incendio che ha distrutto sette case dell’abitato di Lundo, paesino vicono Trento di 130 anime. Il piromane è un uomo di 63 anni, abitante a pochi metri dal teatro dell’incendio, già in precedenza indagato per episodi simili, anche se di minori proporzioni, accaduti nella zona e sul quale erano già in corso indagini. C’è un precedente inquietante nel suo certificato penale: nel maggio scorso è stato condannato per una violenza sessuale compiuta su un’anziana ospite di una casa di riposo. Gli abitanti di Lundo avrebbero dimostrato un certo timore a testimoniare contro di lui, forse per paura di ritorsioni…

 

Si incendiano Internet Cafè nella lontana Pechino:

Sono due adolescenti, di 13 e 14 anni, i piromani che domenica scorsa hanno appiccato il fuoco all'Internet Cafè di Pechino, nel quale hanno trovato la morte 24 studenti. Uno dei ragazzi ha confessato di aver cosparso di benzina il locale per vendicarsi dei proprietari che gli avevano negato il permesso di 'navigare', e con i quali aveva avuto una lite circa due settimane fa. I giovani, entrambi figli di genitori separati, vivevano da soli nell'appartamento di proprietà di uno di loro...

 

Si danno alle fiamme i posti di lavoro:

…«Non so perché l’ho fatto. Ero completamente fuori di me». Non ha saputo giustificarsi in altro modo Mario C., 44 anni, bidello della scuola media di Castel Madama, che lunedì sera ha dato fuoco alla scuola media, appiccando due focolai nello stanzino e nel gabbiotto dei colleghi.

E ancora:

…per mesi è stato il terrore di impiegati e studenti del Politecnico di Milano. Ha appiccato numerosi incendi causando gravi danni alle strutture del dipartimento di elettronica e seminando il panico. Finalmente hanno arrestato: F.C. 33 anni, celibe, dipendente di una ditta di servizi che lavora al Politecnico, affetto da gravi problemi psicologici, dopo qualche reticenza ha ammesso le sue responsabilità. Non ha però saputo dare una spiegazione coerente del suo gesto. Per vendicarsi dei colleghi che lo trattavano male, perché era convinto che all’università mancassero sistemi di sicurezza adeguati e ancora, per vincere la paura del fuoco…

 

Si incendiano case, alcune in particolare:

…Vincenzo B., l’uomo arrestato con l’accusa di essere il piromane, avrebbe lasciato alle sue spalle una lunga scia di fuoco nel capoluogo piemontese. Il trentunenne nullafacente potrebbe essere responsabile di almeno altri dieci roghi a Torino negli ultimi cinque anni, la metà dei quali ha avuto come bersaglio lo stabile di corso Orbassano 98, dove B. risiedeva prima di prendere domicilio in un'altra zona…

 

Estremamente più preoccupante è quando si incendiano persone:

…arrestati i piromani vendicativi. Guidati da una «vecchia gloria» della mala locale, decidono di bruciare vivo un anziano per vendicarsi del fatto che questi si era ribellato alle loro prepotenze minacciando di telefonare ai carabinieri. E così Andrea e Massimo, 25 anni entrambi, con una latta piena di benzina appiccano il fuoco alla sua roulotte. Con lui dentro…

O anche:

…Eroici agenti salvano rom da un incendio doloso

Poteva essere una tragedia. In un appartamento già pieno di fumo, hanno trovato ben 17 rumeni, 11 adulti e 6 bambini che sono stati tratti in salvo dai due poliziotti. Le fiamme sarebbero state appiccate da un marocchino di 42 anni, che abita nello stesso edificio. Secondo le testimonianze, in corso di accertamento, della comunità Rom, il marocchino, che è stato arrestato, si sarebbe vendicato per il loro rifiuto ad una richiesta di denaro…

 

C’è infine anche chi brucia persone per guarirle:

…uno psicologo ha dato fuoco al lettino su cui giaceva una sua paziente per curarla dalle crisi di panico da cui era affetta . E' successo ad Anapolis, vicino San Paolo del Brasile. La donna, in cura da sei mesi presso un istituto psichiatrico, ha riportato bruciature di secondo grado alla testa e alla schiena. Durante la seduta, lo psicologo Edson Rodrigues de Souza, ora in arresto, ha adottato metodi che la direzione dell'istituto ha definito infelici e senza la minima base terapeutica.

 

Visto che abbiamo parlato di “psicologi” – che in questo caso sembrano più malati dei pazienti - dedichiamo il prossimo capitolo a cosa la psicologia suggerisce davanti a questo problema.

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#139 From: "Francesco Cascioli" <fr.cascioli@...>
Date: Tue Jan 23, 2007 10:52 am
Subject: D'Annunzio e Scalarini
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Vi invio un brano su D'Annunzio, e, in allegato, una cosa su un vignettista del primo novecento, simpatico avversario dei guerrafondai come il Poeta-Comandante
 
 

Mussolini si appropria dei soldi raccolti per D'Annunzio

A Fiume si ebbe un'altra pagina nera quando si diffuse la voce che Mussolini si era appropriato di gran parte delle somme raccolte con la sottoscrizione indetta dal suo giornale per sostenere la causa dei legionari. Il «caso» aveva preso le mosse da un esposto presentato al collegio dei probiviri dell'Associazione lombarda dei giornalisti da due redattori del «Popolo d'Italia», Arturo Rossato (Arros) e Giovanni Capodivacca (Giancapo), che si erano dimessi dal giornale per gravi contrasti politici con il loro direttore Mussolini. I due chiedevano l'indennità di liquidazione che il «professore» gli rifiutava e che poi non riconobbero nemmeno i probiviri nel lodo arbitrale. Comunque dal dibattito emerse con chiarezza che Mussolini si era servito di gran parte della sottoscrizione pro Fiume per organizzare e finanziare bande di facinorosi utilizzate a scopo intimidatorio durante la campagna elettorale del 1919. I reclutati erano soprattutto arditi ai quali si corrispose un compenso di trenta lire al giorno oltre il pagamento delle spese. Mussolini non poté respingere tutte queste accuse, e chiese a d'Annunzio una dichiarazione dalla quale risultasse che la distrazione d'una parte delle somme era stata da lui autorizzata. «Mio caro Benito Mussolini - gli rispondeva il poeta accogliendone la richiesta - attesto che, avendo spedito a Milano una compagnia di miei legionari ben scelti per rinforzo alla vostra e nostra lotta civica, io vi pregai di prelevare dalla somma delle generosissime offerte il soldo fiumano per quei combattenti.»

Non solo tra gli avversari dei Fasci si gridava allo scandalo, ma anche fra quei legionari che imputavano a Mussolini una certa freddezza nel sostenere l'impresa fiumana. Nessuno riusciva a sapere con esattezza quanto il «professore» avesse incamerato. Una parte della somma sottoscritta era stata da lui personalmente consegnata al poeta nel viaggio compiuto a Fiume, e fino a quel momento si erano raccolte ottocentocinquantamila lire. La sottoscrizione raggiunse quasi i tre milioni complessivi, ma non si seppe quanto di quella cifra fosse effettivamente passato nelle mani di d'Annunzio, anche se Alceste De Ambris giurava che Mussolini non aveva trattenuto pìù di trecentomila lire.

 

Indisciplina e violenza nella vita a Fiume

Infiniti erano i casi di indisciplina e di violenza in quasi tutte le espressioni della vita cittadina. I militari, contravvenendo a precise disposizioni del Comando, rifiutavano di pagare il biglietto del tram, né si limitavano a ciò. Mostravano tutta la loro prepotenza con i bigliettai, li canzonavano, li aggredivano, tanto che il personale delle tranvie, in due o tre occasioni, scese in sciopero.

Frequentemente i legionari percorrevano le strade della città sparando all'impazzata e seminando il terrore fra la gente inerme.

I legionari non si comportavano meglio in occasione delle frequenti sfilate militari che si svolgevano lungo le strade della città. Pretendevano che i borghesi, uomini e donne, salutassero al passaggio bandiere e gagliardetti. Quei fiumani, soprattutto croati, che mostravano indifferenza o che rifiutavano di rendere omaggio ai drappi dannunziani, erano coperti di contumelie e spesso aggrediti.

Sistematico era il saccheggio dei prodotti agricoli e dei raccolti, con grave danno per i contadini che vedevano piombare sui loro campi i legionari come sciami di locuste distruttrici. Purtroppo le stesse esercitazioni belliche si svolgevano senza badare ai guasti che provocavano nelle campagne, travolgendo e distruggendo le già scarse coltivazioni delle colline carsiche.

In realtà di tanto in tanto si scoprivano individui che erano riusciti a farsi passare per legionari e che si erano infiltrati nelle milizie dannunziane con attestati e documenti falsi. Ma non sempre questi erano tra i più facinorosi, sebbene fossero arrivati a Fiume attratti dall'odore e dal sapore dell'avventura. Spesso erano lì soltanto perché vi avevano trovato un divertente modo di sbarcare il lunario. Soprattutto tra le loro file si celavano gli spacciatori di carta moneta italiana falsa.

Fiume è stata anche il rifugio di ogni sorta di individui, dal durissimo combattente all'avventuriero più losco, dal giornalista in fregola di corrispondenze sensazionali, alla spia del regio governo, dal colonnello in cerca di avventure femminili, al pederasta in cerca di avventure maschili. Fiume doveva essere un'impresa di vita, e invece troppi legionari vegetavano aspettando, e si dedicavano al gioco, alla cocaina, ai complotti».

I legionari passano con Mussolini

Nonostante questi “sgarbi”, quando l’avventura di Fiume finì, fu Mussolini ad incamerare nelle sue file la maggior parte dei seguaci del poeta. I legionari tornavano in Italia avviliti, orfani del loro Capo al quale si erano morbosamente legati nell'esaltante comunanza. L'incanto si era rotto! Che cosa fare? Dove andare? Buona parte di loro confluì nelle file del fascismo nascente, bisognosi d'una nuova Sirena, e vi portarono la ritualità dannunziana, la coreografia, i gesti, il cerimoniale, le metafore, con gli «alalà», il canto di «Giovinezza, giovinezza» e addirittura gli aggettivi più inopinati come l'«immarcescibile» del Trionfo della morte.

 

Informazioni tratte da: Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori.


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